Un santolcesino in antartide: diario della spedizione -5) Il rientro

1di Giorgio Bruzzone*

Siamo all’epilogo, la spedizione sta finendo, iniziano i preparativi per la chiusura delle attività  scientifiche iniziate a novembre sul continente e a gennaio  quelle in mare. Si   stanno   portando   a   termine   i   programmi   scientifici   contemporaneamente   al   riordino   alla  classificazione e lo stoccaggio dei campioni scientifici raccolti. Il bilancio della spedizione dal mio punto di vista è stato molto positivo in quanto sono riuscito a  portare a termine in tempo utile il programma prefissato, in generale, tuttavia, il bilancio della  spedizione è stato pesantemente inficiato dalla scomparsa del collega Luigi Michaud durante una  immersione. Problemi   sono   anche   sorti   alle   imbarcazioni   che   avrebbero   dovuto   essere   a   disposizione   del  personale scientifico per lavorare in mare durante tutta la durata del terzo periodo per non parlare  del maltempo che ha caraterizzato buona parte della spedizione.

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In questa parte finale della spedizione, oltre a completare e controllare l’installazione della struttura  di Pole, ho contribuito a diverse attività che mi hanno permesso di rivedere alcune zone del  continente antartico che da molto tempo non avevo occasione di vedere. Mi riferisco alle escursioni  all’interno del continente, sul plateau, dove si può percepire la vera atmosfera antartica, quella  caratterizzata dagli estremi e dagli eccessi. Il plateau antartico che ha un’altitudine media di 2500m sopra il livello del mare costituisce la più  vasta estensione di ghiaccio e riserva d’acqua dolce sulla terra (68% circa); è anche la parte più  grande del continente che ha solo il 2% di zone deglaciate. Lo spessore del ghiaccio  raggiunge i  4500m e a causa del peso di questo strato di ghiaccio che con i millenni si è venuto a formare,  parte  del terreno sottostante si trova sotto la superficie del mare.

Il plateau non è tutto piano e con altitudine costante ma è caratterizzato da rigonfiamenti di spessore  maggiore chiamati Domes come ad esempio la zona dove è stata costruita la base permanente italo- francese di Concordia e chiamato appunto Dome C; la missione che ho fatto assieme a Edo e  Giovanni è consistita nel recupero di un sensore sismico completo di registratore dati, batterie e  pannelli solari installato a Thalos Dome, un sito utilizzato in passato per una ferforazione del  ghiaccio ed estrazione di carote.

3Il viaggio per raggiungere Thalos Dome è stato fatto con il piccolo aereo Twin Otter, un bimotore  degli anni 70′ molto flessibile che può decollare e atterrare in piccoli spazi dotato di pattini da neve.  Partendo dalla pista innevata di Enigma Lake dietro i monti che circondano la base italiana ben  presto si raggiunge Browning Pass, si risale il ghiacciaio Priestly e si sale sul plateau dove il bianco  è l’unico colore che si può trovare e solo all’orizzonte si intravedono le catene montuose della costa. Dopo un’ora di volo nel bianco assoluto si scorge all’orizzonte la carovana dei mezzi che vengono  utilizzati per le attraversate del plateau e le perforazioni della calotta polare, quindi si atterra sulla  neve in un tratto spianato dal gatto delle nevi adibito a pista di atterraggio.

4Appena si scende dall’aereo l’aria priva di umidità unita all’altitudine e alla temperatura, ti invade il  viso e ti rende difficoltosa la respirazione. -35° è il valore che segna il termometro, il vapore acqueo  che fuoriesce da naso e bocca si congela immediatamente su barba, baffi o indumenti. Se non c’è  vento la  temperatura estremamente bassa non si percepisce soprattutto se il cielo è sereno e il sole ti  scalda.   È   chiaro   che   come   si   alza   anche   una   leggera   brezza   il   freddo   penetrante   diventa  insopportabile. Lo scopo del viaggio era smontare una stazione sismica che ha registrato dati per un  anno intero e in sole tre ore il lavoro è stato completato, qualche foto di rito e successivamente si è  tornati in base. La fine della breve estate antartica è imminente, la temperatura inizia a scendere, non si superano  mai i -5° di giorno e -10°  di notte, le sfuriate del vento diventano sempre più frequenti e il mare è  sempre mosso. Lavorare in queste condizioni diventa proibitivo, purtroppo si devono in tutti i casi  finire le ultime incombenze e preparare le casse per il rientro in Patria. I piccoli degli skua nati a novembre hanno raggiunto dimensioni simili ai genitori, i pinguini  imperatori hanno abbandonato il pack assieme ai loro piccoli che hanno terminato la muta del  piumaggio diventando esattamente come i loro genitori in grado di poter nuotare e procacciarsi il  cibo che dovrà costituire riserva per tutto il periodo invernale quando la calotta polare impedirà loro  di raggiungere il mare e nutrirsi. Questa specie di pinguini al contrario degli Adelia non migrano e si ritrovano a riprodursi e a covare  l’uovo sulla superficie ghiacciata del mare esattamente nello stesso posto degli anni precedenti e perfare   questo   sono   costretti   ad   affrontare   lunghe   marce   da   e   per   il   mare   aperto   in   condizioni  climatiche proibitive. Una volta deposto l’uovo la femmina torna verso il mare per nutrirsi mentre il  maschio cova per tutto l’inverno l’uovo e aspetta il ritorno della femmina per avere il cambio e poter  andare a sua volta a nutrirsi. Con la scomparsa del pack anche le foche iniziano la migrazione verso zone più calde e faranno  ritorno verso Baia Terra Nova verso settembre per riprodursi. Il cattivo tempo ha impedito di essere in orario per iniziare le operazioni di carico della nave e il  trasporto del personale;  Il 13 febbraio in mattinata sono iniziate le operazioni di carico della nave, i containers sono stati  tutti trasportati a bordo, quindi è stato fatto l’ammaina bandiera alle 13 per il personale scientifico  già a bordo dell’Italica è stato possibile seguire la cerimonia dal ponte sopra la plancia e confesso  mi sono venuti i brividi sentendo risuonare le note dell’inno di Mameli nel silenzio della baia e nel  cielo che ieri era tersissimo! Nel pomeriggio i tecnici della logistica hanno concluso le operazioni di chiusura della base e la  messa in sicurezza degli impianti tutto il personale è salito a bordo e secondo la migliore tradizione  siamo partiti alle 0.01 del 14 febbraio facendo un giro di 360° e Suonando la sirena per salutare la  base ormai deserta. Ora siamo al largo di Cape Adare in pieno oceano e nei prossimi giorni  capiremo quali siano le condizioni meteo e di conseguenza quanto impiegheremo a rientrare in  nuova zelanda. il mare ora sembra discreto e la nave non oscilla troppo, molti di noi ha messo per  tranquillità il cerotto a base di scopolamina che inibisce il labirinto e non fa soffrire il mal di mare.
Spero, con questo diario antartico, di avervi trasmesso almeno una piccola parte delle emozioni che  ho provato in questa spedizione. Scusatemi se non ci sono riuscito.

*Giorgio Bruzzone si occupa di Robotica Marina per il CNR. Per un caso fortuito è anche Consigliere del Comitato Indipendente per Sant’Olcese.

 Leggi le puntate precedenti.

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