Luna: la paura di non riuscire a tornare

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Erano alla centoventiquattresima ora di missione. Durante l’attività extra veicolare tutto era andato per il meglio, a parte l’istallazione del sismografo che fino all’ultimo non ne voleva sapere di stare nella giusta posizione. Avevano installato il riflettore laser e raccolto ventidue chili di campioni di terreno e rocce portati dentro il modulo lunare con una carrucola speciale. Avevano anche tentato di dormire senza riuscirci, un tentativo durato sette ore. Però si erano riposati: le pulsazioni di Neil, l’unico dei due ad essere monitorato in telemetria dal centro di controllo missione di Huston, avevano raggiunto i cinquanta battiti al minuto. Notevole, visto il luogo atroce in cui si trovavano. Ora, ricevuto il “Go” dei controllori di volo, potevano finalmente staccarsi dal suolo ed iniziare il rientro verso casa.
Invece erano lì a guardare inebetiti il pulsante dell’accensione dei motori che si è staccato, è uscito dalla sua sede e giace sul fondo del velivolo. Di sicuro l’avevano divelto entrando nel modulo e dandogli una botta con uno degli ingombranti zaini del Portable Life Support.
È il 21 luglio 1969, a guardare sgomenti il moncone dell’interruttore sul pavimento del LEM sono Buzz Aldrin e Neil Armstrong e questa è una storia vera.
Imprigionati a 384 mila chilometri dalla terra, bloccati sul suolo lunare dalla rottura di un pezzo da un quarto di dollaro, i due hanno a malapena la forza di spiegare al controllo missione quello che sta succedendo. Sono abituati al rischio, hanno visto la morte in faccia diverse volte, soprattutto Armstrong che per la NASA ha collaudato ogni sorta di diavoleria volante; ma questa è una beffa, non può finire così.
Intanto, mentre Collins compie la sua ventitreesima orbita intorno alla Luna, aspettando i suoi compagni che forse non arriveranno mai, a Huston una squadra di ingegneri ha riprodotto il guasto in una copia identica del modulo lunare usata per le simulazioni e sta cercando una soluzione.
Sulla Luna la temperatura all’interno del LEM è scesa a quindici gradi e mezzo, l’ossigeno al momento è sufficiente, ma non può durare per molto. Di sicuro Aldrin ed Armstrong stanno pensando a come risolvere il problema, ma è anche probabile che nelle loro menti scorrano i fotogrammi di quella che è in assoluto l’impresa più grande e sconvolgente mai compiuta dall’Uomo.
Quando cinque giorni prima il Saturn V, la bestia di centodieci metri d’altezza che li ha sparati in orbita, ha acceso i motori sprigionando una potenza devastante, tutti i sismografi degli Stati Uniti hanno registrato piccole scosse. Incollati ai teleschermi a seguire l’evento c’erano 600 milioni di spettatori tra cui Nixon, il presidente degli Stati Uniti, che aveva già preparato il discorso nell’eventualità, non remota, che la missione fallisse e bisognasse consolare tre vedove. O forse due perché Collins, che orbitava intorno alla luna a bordo del Modulo di Comando, aveva già pianificato di tornare sulla terra da solo se qualcosa fosse andato storto. E qualcosa era andato storto già nella prima fase dell’allunaggio. Il computer di bordo del LEM, un prodigio dell’informatica per quei tempi ma con una capacità di calcolo e di memoria molto minore dello smartphone che avete in tasca, andò in owerflow perché Armstrong e Aldrin avevano erroneamente attivato il radar di rendez-vous, che sarebbe stato utile solo al rientro per ricongiungersi col Modulo di Comando, e che aveva saturato con i suoi dati la memoria. Armstrong fu costretto ad effettuare la discesa in modalità manuale e dovette anche scegliere un posto diverso da quello previsto che si era rivelato pieno di rocce. Ci riuscì quando mancavano appena venticinque secondi all’esaurimento del carburante. Una manovra eccezionale compiuta da uomini eccezionali che ora rischiavano di perdere la vita per una banalità.
A Huston la l’apprensione aumenta di minuto in minuto. Il direttore di volo Gene Kranz nel gilet bianco appositamente confezionato da sua moglie per l’occasione – ne cuciva uno diverso per ogni missione per scaramanzia – aspetta notizie dal gruppo di teste d’uovo. Notizie che tardano ad arrivare.
La tensione tra il gruppo degli ingegneri è palpabile. Il silenzio è rotto solo dal click – clack prodotto dal tappo di una Fischer Pen che uno di loro metteva e toglieva nervosamente. Non era una penna normale, la Fisher. Aveva il corpo in metallo e poteva scrivere anche sott’acqua, a testa in su ed in condizione estreme di temperatura, grazie alla particolare formulazione del suo inchiostro che, nel refill chiuso ermeticamente, era spinto a pressione verso la punta: per questo gli astronauti delle missioni Apollo l’avevano nella dotazione personale standard.
Ad un tratto la folgorazione. Un ingegnere strappò la Fisher dalle mani del collega e corse nel simulatore ad introdurla nel buco lasciato libero dalla levetta dell’interruttore: il contatto si chiuse.
Provarono parecchie volte e solo quando furono sicuri trasmisero la procedura ai due astronauti. Aldrin eseguì: ficcò la sua penna nella sede dell’interruttore ed il motore partì liberandoli dall’incubo.
Nessuno seppe niente di quello che era successo, la cosa fu gestita su canali radio di servizio e classificata come segreto di stato.
A rivelarla, parecchi anni dopo, fu John Mc Leish, uno dei responsabili delle relazioni esterne della NASA, durante una conferenza stampa.
Oggi, a quarantacinque anni da quegli eventi, rimaniamo ancora colpiti da questa impresa talmente straordinaria da aver indotto più di qualche stolto a pensare che fosse tutta una messa in scena. Guardando documentari sull’argomento, leggendo le interviste rilasciate dai protagonisti e da chi lavorava nelle retrovie, ci si accorge, però, che c’è un filo che collega tutto quanto e che spiega le ragioni di questo successo straordinario: tutti dicono di avere lavorato con entusiasmo e dedizione per una causa comune, ognuno sa di essere stato determinante per la riuscita e si sarebbe sentito responsabile del fallimento. Forse il senso di queste imprese, al di là del progresso tecnologico che portano e delle sue ricadute, sta proprio in questo.

Claudio Di Tursi

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