Sant’Olcese: un’opportunità da vivere. Un’opportunità da scegliere.

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di Chiara Ferraris
L’altro giorno, dopo una purtroppo abituale giornata di pioggia, ad un certo punto è spuntato il sole. Saranno state le sei, insomma, quell’orario in cui si comincia ad imbastire la cena. Siamo stati in casa tutto il santo giorno e allora ho preso i pupetti e ho detto :”andiamo a fare due passi”. Emma ha preso il passeggino con la bambola e Francy il monopattino e siamo partiti per una breve passeggiata sulla stradina Beleno-Santo.
Che dire, inutile tentare di non cedere al gioco dei paragoni: quand’ero piccola io non si poteva mica fare una cosa così. Guardare i miei bimbi scorrazzare per la strada, raccogliere fiori e erbacce, qualche bastoncino che facciamo finta sia una spada per improvvisare una battaglia e ogni tanto tendere l’orecchio per sentire se arriva una macchina, unico momento in cui devo riacchiapparli e tenerli al guinzaglio (ovviamente con Emma urlante) è sempre una gioia immensa, per me. Mi riempie di soddisfazione. Sì, sono soddisfatta di aver scelto Sant’Olcese, di aver scelto Beleno dove far crescere i miei figli.
Mi piace vederli disorientati in città, osservare ammutoliti gli autobus e Francy che urla: “Mamma, un pullman enorme, e un altro, ma quanti!” e per nulla disorientati nel sapere che i cinghiali mangiano le mele nel prato sotto casa.
Io sono cresciuta a Sampierdarena, nel quartiere dove sono nati e cresciuti i miei e che, quando erano ragazzini, era tappezzato di piccoli orti, su per la collina, insomma di verde ce n’era un po’ per essere in città. Poi si è trasformato, è diventato un quartiere malandato, proprio vicino all’ospedale negli anni in cui si dava il metadone, quindi non era sempre facile fidarsi di chi incontravi sotto casa. Devo ringraziare i miei genitori perché tutte le estati mi portavano in campagna, in un paesino sperduto dell’Aveto, Bertigaro, a passare le vacanze dal 15 giugno al 1 settembre (come adora ripetere mia madre). Li ringrazio perché mi hanno dato la possibilità di valutare: di osservare un’altra realtà da rendere bagaglio personale e presupposto per scegliere, in futuro, quale vita mi si addicesse di più.
Ricordo la malinconia che provavo quando si rientrava a Genova, come mi faceva pena il grigio della città paragonato al verde della mia Bertigaro, come mi si appesantiva il respiro nell’aria viziata di cui mi accorgevo per la prima volta, anche se poi ci si abituava di nuovo facilmente, e anche di come fosse impossibile “andare giù”. Perché in campagna si andava “giù” a giocare, il che voleva dire uscire dalla palazzina e lanciarsi in prati, boschi, altri prati, le piane, i boschetti che fosse giù o su poco importava. Da genitore ora mi chiedo se i miei non fossero pazzi: partivamo dicendo ciao e spaziavamo per la campagna senza mai preoccuparci di dire dove andassimo (vi giuro, ero piccola, molto piccola) o che facessimo ma c’era poco, in realtà, di cui avere paura. Una volta, a Genova, ho detto a mia madre: “vado giù”, giusto per rivivere i deliziosi momenti delle vacanze estive, e sono andata nel cortiletto sotto casa con mio fratello a giocare a palla. Poi abbiamo trovato una siringa tra i radi ciuffi d’erba, siamo saliti su e giù non ci siamo più tornati.
Con questo non voglio demonizzare la città, né tanto meno il quartiere da cui provengo, dico solo che non mi pesa prendere la macchina per comprare un litro di latte, rimanere bloccata per la neve d’inverno, dover tirare su la legna in casa (va bene, dai, lo ammetto: questo lo fa soprattutto mio marito), essere distante da qualunque posto si voglia andare, perché io ho scoperto, vivendo a Sant’Olcese, che esistono le stelle anche d’inverno.
A Genova, quando osservavo il cielo, di notte, dalla finestra della mia vecchia cameretta, vedevo tutto nero e talvolta rosso. Ma non le stelle. Quelle le ho scoperte qui, e adoro farle vedere ai miei figli.

* Chiara Ferraris, mamma di due bambini, laureata in biologia molecolare e cellulare, attualmente insegnante di matematica e scienze nelle scuole medie.

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