GENERAZIONE XYZ

xyzGenerationdi Chiara Ferraris*

Oggi vi racconto una favola….   E’ la storia di un’eroina proprio come quelle dei romanzi: intrepida, scattante, lucida, pronta a   sacrificare qualsiasi cosa per un alto proposito. E’ la mia generazione, che io, confidenzialmente,   chiamo “Generazione XYZ”, e vi spiego perché ricorrendo alla mia esperienza personale.

Mi sono laureata a 23 anni, baldanzosa e curiosa di esplorare il tappeto di splendide opportunità   che credevo attendesse ogni giovane laureato pronto ad affacciarsi alla vita lavorativa. Ho optato   per proseguire la mia specializzazione con un corso di Dottorato in Biochimica, una materia che mi   aveva affascinato oltremodo nel periodo universitario. Così, durante i tre anni di specializzazione   trascorsi perlopiù in laboratorio, ho avuto la possibilità di entrare a contatto con diversi studenti.

Mi ha colpito l’entusiasmo con cui avevo voglia di trasmettere le mie nozioni agli altri, per cui mi   sono chiesta se non fosse il caso di provare a insegnare.  Mi dissero:”Eh no mia cara, non puoi fare dottorato e SSIS (l’allora percorso abilitante per   diventare insegnante) contemporaneamente”.  D’accordo, mi sono detta, finisco il dottorato e poi farò la SISS.  Finisco il dottorato e… SORPRESA! Chiudono le SISS! Peccato, fossi nata un po’ prima   laureandomi due o tre anni prima, avrei avuto la possibilità di abilitarmi.   Pazienza, mi sono detta, in fin dei conti quella dell’insegnamento era una possibilità come altre.  E poi il Ministero dell’Istruzione prometteva:”A breve ci sarà un altro sistema di reclutamento”.

Gli anni passavano (ve l’avevo detto che era una favola!) ma di questo sistema di reclutamento   neanche l’ombra.   Proposte, quasi decreti, poi… ops… cambio di governo, nuove proposte, nuovi quasi decreti, poi…   ops… un altro cambio di governo, siamo quasi pronti, ce lo abbiamo lì, come un asso nella manica,   vi tireremo fuori una scuola nuova.  Nel frattempo, sebbene non fossi abilitata, sono cominciate ad arrivare le prime proposte di   supplenza.  All’inizio rifiutavo. Non mi sentivo all’altezza, non senza aver mai messo piede in un’aula con un   professore al mio fianco che mi dicesse come affrontare l’orda di barbari pronta a banchettare con   me medesima. Non senza un corso di pedagogia, psicologia o cose simili.

Però il lavoro scarseggiava, ad un certo punto mi sono detta: ”Beh, prima o poi dovrò buttarmi”.  In fin dei conti mi sentivo legittimata dalla fiducia che il Ministero dell’Istruzione riponeva in noi   “NON abilitati”: ci lasciava entrare nelle classi, plasmare giovani menti, avvicinarli al sacro fuoco   della scienza. Forse era possibile che i cinque anni di università passati a dare tonnellate di esami   (tra l’altro, io sono stata anche nel primo fortunatissimo anno di riforma universitaria 3+2, in cui   ogni momento c’era un esame da dare. Per fortuna negli anni successivi si sono accorti che era un   filino stressante e hanno aggiustato la rotta) non ci avessero lasciati come degli scriteriati, ma con   qualche nozione pertinente in testa da poter elargire ai nostri studenti: “evviva”, mi sono detta,   “allora l’università funziona: l’esperienza verrà col tempo!”.

Sempre baldanzosa mi sono tuffata   in questo mondo magico della scuola, sempre con l’orecchio teso a percepire notizie del nuovo   percorso abilitante che, dicevano dall’alto, stava per arrivare.  Mentre prendevo coscienza di quanto il lavoro da insegnante mi piacesse e di quanto fosse   appagante impegnare tanto della propria vita e delle proprie emozioni in questo ambito (ogni   studente che ho incontrato ha veramente lasciato un pezzetto di se stesso in me), mi sono spesso   soffermata a pensare su quanto fosse ingiusta la precarietà in questo lavoro: i ragazzi hanno bisogno   di continuità, mi dicevo.  Intanto la mia baldanzosità andava affievolendosi, visto che il famoso nuovo reclutamento   continuava a non arrivare. Quando ormai non ci speravo più, ecco il nuovo percorso abilitante: il   TFA (Tirocinio Formativo Attivo).

Ho tentato il test preliminare senza riuscire a prepararmi a dovere: avevo appena finito un anno   scolastico impegnativo e, inoltre, avevo un primo figlio piccolo e la sorellina in pancia (eh già, ho   portato avanti anche una vita privata nel frattempo! Stolta!).  Ovviamente non l’ho passato. Pazienza, mi sono detta. Ci sarà un’altra possibilità il prossimo anno.

Poi arriva il super concorsone. Ah, però … possono accedere soltanto coloro che hanno già ottenuto   l’abilitazione o per i laureati entro il 2001 … troppo giovane, stavolta, mia cara, ti sei laureata nel   2005, sei nata tre anni troppo tardi…   Ho cominciato a spazientirmi…  Un nuovo anno scolastico, alla fine del quale nessun TFA.  Mi sono decisamente spazientita…  Un altro anno scolastico e infine, finalmente, un TFA.  Stavolta ho passato il test preliminare (non vi dico le mirabolanti gesta per riuscire ad organizzare   lo studio, i figli e tutto il resto) e sono in attesa di fare la seconda prova (sono tre in totale, per poter   accedere al corso: non si sa mai… se sbagliassero a valutarti alla prima, possono sempre mandarti   in panchina in corso d’opera.)  E pochi giorni fa, ecco arrivare “La Buona Scuola”: il nuovo sistema scolastico partorito dai nostri   governanti, nel quale noi “NON abilitati”, tanto degni di considerazione fino ad oggi, da domani   (negli anni a venire, direi) saremo cancellati dalla lista dei possibili insegnanti.

Non mi soffermo sulle speculazioni che vorrei fare su questa scelta e sulla scelta di affidare ad un   canale abilitante che misura solo le competenze didattiche (molte delle quali, tra l’altro, puramente   mnemoniche), tralasciando altre capacità fondamentali per accostarsi alla professione insegnante,   perché non è questo lo scopo del mio post. Era solo per farvi saggiare l’amarezza che mi danza in   bocca in questi ultimi giorni, guardandomi indietro e dando un’occhiata al percorso che mi sono   lasciata alla spalle e chiedendomi: “ma dove avrò sbagliato?”  Torno, invece, alla favola della mia generazione. La mia storia è uguale a quella di tante altre.

Ormai siamo circondati da ragazzi e ragazze più o meno della mia età che sta vivendo queste   situazioni negli ambiti più disparati: stage, lavoro interinale, apprendistati di ogni tipo, contratti   continuativi, a progetto, a tempo, mesi di prove che non vengono rinnovati per evitare di assumere.   Insomma, per ogni possibilità di lavorare ce ne sono abbinate almeno un milione per lasciarti a casa.

Siamo una generazione multidimensionale, XYZ appunto (e quant’altre i signori in poltrona   decideranno di aggiungere): rimbalziamo come palline impazzite da un muro di gomma ad un altro,   innalzandoci in realtà virtuali nelle quali ci viene promessa una futura stabilità e sprofondando   continuamente nella concreta impossibilità di attuarla a causa di una serie di cavilli diplomatici,   burocratici, grandi trovate geniali che i nostri governatori continuano ad infliggerci.  Eppure, guardateci! Siamo flessibili, ci pieghiamo ad ogni necessità, siamo testardi, caparbi,   portiamo avanti le nostre idee con tenacia, senza farci avvilire da questi meschini giochi di potere   con cui tentano imperterriti, col sorriso sul volto, di approfittarsi di noi, sfruttandoci laddove   necessitano di manodopera e poi… una bella pacca sulla spalla, “arrivederci e grazie”! Ci rialziamo,   ogni volta, in piedi e riprendiamo il nostro percorso, sappiamo giostrarci benissimo, ormai, tra tutte   le dimensioni che ci propinano, come fossero livelli sempre più avanzati di un videogioco.  Generazione XYZ.

Sinceramente: io ci punterei, se fossi in loro, su una generazione così.

* Chiara Ferraris, mamma di due bambini, laureata in biologia molecolare e cellulare, attualmente insegnante di matematica e scienze nelle scuole medie.

Annunci

Un pensiero su &Idquo;GENERAZIONE XYZ

  1. Coraggio Chiara! Il mondo della scuola è sempre stato così, anche quando per gli altri lavoratori le certezze e le opportunità lavorative erano ben più solide.
    Anch’io, in tempi non di crisi, mi sono sempre chiesta dove avevo sbagliato per essere rimasta intrappolata anni e anni nel precariato…Eppure, girandomi indietro non trovavo proprio nulla di cui rimproverarmi. Semmai c’era sempre la stessa constatazione: aver fatto le scelte sbagliate nel momento sbagliato. Ma non per avventatezza o superficialità…Semplicemente perché ero stata costretta, come i miei colleghi del resto, a fare scelte “con le bocce in movimento”, come dico io; che vuol dire fare scelte di cui non si conosce la ricaduta futura. Risultato: per tre anni di fila, pur continuando a lavorare con incarichi annuali, per ragioni che sarebbe troppo lungo spiegare ma che erano frutto dell’applicazione di leggi che andavano a demolire il mio passato lavorativo, il mio punteggio, anziché aumentare come avrebbe dovuto essere, diminuiva inesorabilmente facendomi retrocedere nelle graduatorie di decine e decine di posti… Che in termini di anni di attesa per il fatidico posto di ruolo, immagini sicuramente quello che può significare!
    Quello che oggi è grave e che tu descrivi con precisione e sconcerto è che la precarietà non è più solo nel mondo della scuola, ma si estende in tutti gli ambiti lavorativi, mina il futuro dei giovani, cancella ogni loro possibilità di fare progetti… E quando penso a voi giovani e ai miei figli, nonostante le mie traversie lavorative, mi rendo conto di appartenere comunque ad una generazione fortunata che, per tutelarsi e mantenere i privilegi ottenuti, non si è fatta scrupolo di lasciare alle nuove generazioni solo le briciole.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...