L’amore ai tempi di WhatsApp

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di Chiara Ferraris
Gabriel Garcia Marquez mi perdonerà per questo affronto, spero, ma oggi vorrei proprio speculare sull’amore, in quest’epoca tecnologica in cui stiamo sprofondando.
Antefatto: l’altro giorno sono andata a trovare i miei nonni.
Mio nonno cammina male (a soli 94 anni…), per cui, uscendo per andare in giardino, è rimasto indietro per cercare la stampella che lo aiuta. Mia nonna si accorge che lui non è al suo fianco, per cui rallenta, si ferma, fa qualche passo a ritroso e lo chiama.
Lui spunta dalla porta finestra, con il sorriso sulle labbra (raro: in realtà mio nonno piange spesso) e le dice: “Arrivo, gioia mia”.
Gioia mia.
Queste due parole hanno risuonato in me per tutto il pomeriggio come la più bella dichiarazione d’amore mai sentita.
Noi siamo costantemente immersi nelle parole, guardo facebook e trovo citazioni di libri (io stessa ne posto moltissime), canzoni o film e quando non sappiamo come esprimere le nostre emozioni ci appelliamo agli emoticon, le famose faccine. Ho riflettuto su come poter esprimere su whatsapp quel ”gioia mia”, come riuscire a trasmetterlo: cuoricini? No. Faccina con bacino? No. Faccina con bacino e cuoricino?No. Faccina con occhietti a cuoricino? No.
Ok.
Non c’è.
Non c’è, perché “gioia mia” cela un’immensità non facilmente arginabile in una faccina. E’ una porta d’entrata nella profondità viscerale di un sentimento fatto di piccoli gesti, minuterie quotidiane da poche lire (come si diceva un tempo). Vuol dire: tu riempi la mia vita, la amplifichi, le dai spessore, importanza, la innalzi ad un livello superiore, il livello di vera felicità.
Caspita! Provate, dai! Provate a chiudere gli occhi e a pensare alla gioia.
Cosa vi viene in mente?
A me viene in mente lo sfrigolare del fuoco in una serata montana, il tramonto che si accende di rosa sulle colline di fronte alla mia finestra, l’odore dell’erba appena tagliata, la luce che passa attraverso l’acqua, il caldo di casa quando si arriva da fuori e fa un freddo cane, l’ombra degli alberi, il sorriso dei miei figli quando torno a casa dal lavoro, le risate alle lacrime con gli amici.
Possibile poter racchiudere tutto ciò in due parole e queste due parole regalarle alla persona che amo, aldilà di presunte faccine grondanti cuoricini?
Si, possibile: gioia mia!
Mi spiace, whatsapp: di fronte a mio nonno, perdi!
😉

* Chiara Ferraris, mamma di due bambini, laureata in biologia molecolare e cellulare, attualmente insegnante di matematica e scienze nelle scuole medie.

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Un pensiero su &Idquo;L’amore ai tempi di WhatsApp

  1. Bellissimo articolo! I miei nonni materni avevano quella sorta di rapporto contrastato fatto di falsa crudeltà e sorrisi e piccole ripicche tipiche delle ‘scene dell’amore’ delle famiglie nobili. eppure erano molto, molto poveri. mia nonna preparava un minestrone con dentro il pesto e molta pasta, il miglior vino agli occhi di mio nonno….indossava degli orecchini che ne facevano una bellezza superba…incontrastata e dominante anche agli occhi delle sue 5 figlie, che forse non si ‘permisero’ di divenire carine come lei…….attendeva con ansia deferente il giudizio del marito sulla pietanza. il nonno in due ampie boccate si rassicurava che eugenia sapesse sempre il fatto suo, in fatto di cucina…ma allorché lei domandava in dialletto: ‘com’è?’ il nonno faceva ‘così così’ con un gesto oscillante della mano aperta che era, appunto, un ‘non voler dare soddisfazione’ che parrebbe crudeltà ma era un ‘gioco d’amore’ d’altri tempi, a noi inconosciuti. la nonna capiva e sapeva. per quanto riguarda tutti i what’s upp (l’ho scritto giusto?) che ci sono capitati tra le mani negli anni….beh…io penso che le modalità comunicative facciano la differenza, anche se io e la mia amata fossimo due detenuti che comunicano con foglietti malvergati passati sotto alla porta – ed in barba ai secondini – da una cella d’isolamento alla’altra. e poi mi piace pensare che ‘ti amo’ sia una frase che possa arrivare in ogni modo e per ogni coppia di amanti in maniera sempre diversa; che a quel ti amo associno in un lampo tutta la loro storia. sulle ‘faccine’ sono d’accordissimo. meno sulle citazioni. spero che siano state vissute sulla pelle o che comunque siano le parole che veicolano un sentire che ha bisogno di essere ‘spiegato’ e quindi ecco la citazione. E poi una cosa molto mia (e se è ‘troppo mia’ vi chiedo scusa)….nel periodo successivo alla morte di mio padre ero solito lavorare alla tesi tuto il giorno e passare due ore la sera su una chat. una sera mi sentivo molto solo, ‘conobbi’ una ragazza che faceva la sceneggiatrice a teatro ed abitava a novi ligure. parlammo mezzora dopodiché prese l’auto e venne a bolzaneto. io presi l’ultimo bus disponibile. la tensione di ‘mostrarsi’ così, rocambolescamente, non l’ho mai vissuta come il ‘brivido dell’ignoto’; semmai con un grande timore e senso d’insicurezza. ma passammo una serata piacevolissima, e quella serata fatta di molte parole sull’Arte per coprire un evidente, comprensibile vuoto a livello di confidenza mi scaldò il cuore e ne avevo davvero bisogno. a volte occorre non solo fidarsi delle chat, ma addirittura delle persone che parlano in esse. naturalmente con un mix che al tempo valeva solo per me, un mix di irragionevolezza e di bisogno di seguire le ragioni del cuore dettate da un profondo senso di solitudine. ma avevo 29 anni, ragazzi, tenetelo ben presente.
    Grazie.

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