A Capodanno non fare il botto!

Sono sempre più numerosi i comuni che vietano i botti sul proprio territorio. Si tratta di una misura impopolare ma utile a limitare gli incidenti e l’innegabile disagio provocato agli animali domestici che nella notte di San Silvestro subiscono una vera e propria tortura.

Sant'Olcese Inform@

La campagna della Croce Rossa La campagna della Croce Rossa

Anche quest’anno riproponiamo ed integriamo le raccomandazioni del Comune di Genova e della Protezione Civile per quanto riguarda l’utilizzo dei botti di Capodanno nel nostro Comune, che presenta sia i rischi delle zone urbanizzate (vedi Manesseno) che quelli delle zone vicine a boschi o aree verdi. Per trascorrere le festività in sicurezza, senza causare danni a sé e agli altri, leggete questo semplice decalogo della Protezione Civile del Comune di Genova, redatto per invitare i cittadini a un uso prudente dei fuochi d’artificio.

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A neutte de Natale…

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L’êa de neutte freido e scùo,
tiâva o vento a ciù no dî,
zà da neive l’êa vegnùo,
e ne voèiva ancon vegnî.
Inta stalla s’êan retiæ
i pastoî pe no sentî
quello freido, e lì acoeghæ
comensavan a dormî.
Intra drento tutt’assemme
un ch’o lûxe comme o sô:
Corî, o dîxe, a Betlemme
perchè o l’è nasciùo o Segnô.
Quelli mêzi adormigiæ
stavan lì comme mincioìn,
ma un ciù vêgio: sèi alloæ,
o ghe dixe, ò sèi pôtroìn?
Presto, alôa, sâtæ sciù in pê!
piggia o læte tì Beppin
o formaggio Bertomê,
unn-a pegoa tì Tugnin;
Tì Battista, da o compâ,
e tì Zane va da a moæ,
Luenzo ti da-a madonâ,
avvisæli, e camminæ,
che noiâtri intanto aniêmo
a trovâ presto o Segnô;
questa roba ghe portiêmo,
e de l’âtro portian lô.
Dîto questo, o s’incamminn-a.
lê con i âtri, zù a-a cianûa,
nè dàn mente a-o vento a-a brinna,
a nottuann-a freida e scùa.
Dòppo fæto do cammin,
da lontan veddan luxî,
e di canti con di soìn
da lì a un pò ghe pâ sentî.
Van ciù presto, a-a fin arrivan
a ‘na stalla diroccâ.
Gh’êa de nuvie ch’a creuvivan
e gh’êa di Angei lì a cantâ.
Inta greuppia gh’êa o Bambin,
Gh’êa….. ma cöse staggo a dî?
se un Presepio ammiæ ‘n pitin,
mêgio assæ porièi capî.
Gh’è i Pastoî, che pe o Segnô
n’êan avâi, nè pötruìn;
E pe fâghe festa e önô
cùran tutti, grammi e buìn.
E o Bambin, pe nòstro ben
de fâse pòveo gh’è piaxiûo.
E figgeu in te’n pò de fen
pe noìatri o l’è vegnûo.
Gh’è… ma taxo che me pâ
segge tempo de finî,
No vorieiva zà tediâ;
s’ò mâ dîto, compatî

Natale 1940, nei pressi di Sant’Olcese

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di Elena Viola*
Dicembre 1940, sono passati sei mesi da quando l’Italia è entrata in guerra. Antonia ha 8 anni e vive in campagna al confine con il comune di Sant’Olcese. Da sei mesi a questa parte la vita non è più la stessa, un sentimento di paura e precarietà si fa strada dell’animo della gente comune, dei bambini che vedono padri e fratelli partire per il fronte e spesso non tornare. La tessera annonaria raziona pane e carne per rifornire le truppe al fronte, la stoffa diventa merce rara e le scarpe un bene di valore assoluto.
Ma oggi Antonia è felice, la magica atmosfera del Natale contagia i compagni di giochi e al ritorno dalla Novena dell’Avvento tutti scherzano e cantano e annusano l’aria che profuma di panettone e arance. Fin dal mattino Antonia ha osservato la madre impastare panettoni. Una volta pronti il padre – aiutato da Matteo il figlio maggiore – smonta la porta di una stanza e su questa vengono sistemati i pandolci che verranno portati dalla Teodora, nella casa accanto, per essere cotti. Lungo la strada verso casa Antonia chiude gli occhi e pregusta la gita notturna in dispensa per rosicchiare un pezzettino di quei dolci… allenterà un pochino il mandillo che racchiude il preziosissimo e profumatissimo tesoro e ne assaggerà solo un po’. La bambina è felice, a casa l’aspetta un bel tepore ed il presepe che la madre ha preparato nel forno di casa spento e pulito per l’occasione. Ogni bambino ha contribuito: Matteo ed Antonia hanno girovagato nei boschi dietro casa alla ricerca del “pa-tan” mentre la sorella minore ha sistemato la carta roccia e la carta blu per il cielo usando una colla di farina e acqua (e speriamo che gli irrispettosi topi di campagna non ne facciano banchetto …). La mattina di Natale Gesù Bambino lascerà per loro arance e mandarini, noci e nocciole e forse un paio di caramelle che i fratelli gusteranno un morso alla volta, fino all’Epifania. Insieme ai genitori porteranno alle bestie nella stalla una fetta di panettone: è festa anche per loro. Nel pomeriggio poi, giocheranno a far rotolare le arance giù per il pendio dietro casa, chi vince piglia tutto – o forse no, in questo giorno di festa, in questo fazzoletto di terra alle spalle di Genova alla periferia del mondo in guerra, serenità e gioia sono le sole regole del gioco, in fin dei conti è Natale!
Nel dicembre del 1940 Genova è una città ferita, offesa dal fascismo ed ignara di un futuro di morte e distruzione. Renato, ragazzino ossuto e lungo, si muove veloce per le vie del quartiere di Marassi; c’è la scuola al mattino e poi lesto a risuolare zoccoli, aggiustare piccoli oggetti di cui le persone si disfano, intagliare fischietti e casette per i grilli per i bambini dei palazzi di Via del Piano. Renato canta, canta mentre prepara la cena per la madre e le sorelle maggiori, canta mentre in fila aspetta che venga distribuito il pane, canta come il fratello Vittorio che è stato da poco richiamato alle armi. La Vigilia di Natale, il ragazzino è riuscito in maniera rocambolesca a trovare un ramo di pino, lo porta a casa e lo sistema nel cortile del palazzo; presto tutte le famiglie portano qualcosa per decoralo: un mandarino, un biscotto, chi porta due fichi secchi, chi delle carrube e qualcun altro un paio di maccheroni di natale. L’albero è bellissimo, tutti i bambini lo guardano estasiati. Dopo la Veglia di Mezzanotte si rientra a casa e tutte le famiglie del palazzo dividono i panettoni; sono dolci speciali, ciascuna famiglia ha condiviso gli ingredienti per cucinarli, chi ha messo l’uvetta, chi parte della farina, chi parte dello zucchero e poi li hanno cotti nel forno del panettiere di quartiere. Stasera lo mangeranno tutti insieme, bevendo latte e cioccolata (che proviene rigorosamente dalla borsa nera e chissà chi lo ha trovato!) e vino di quello buono, che scalda più della stufa. Ciascuno penserà con nostalgia ai propri cari al fronte e una silenziosa preghiera verrà recitata per loro. Ben presto i bambini intonano “tu scendi dalle stelle” e gli adulti li seguono con altri canti più coloriti e meno spirituali man mano il vino scende. Il giorno dopo, Renato e gli altri bambini spoglieranno l’albero delle decorazioni e le gusteranno seduti sugli scalini del palazzo con i visetti distesi, stretti nei loro cappotti troppo lunghi e troppo lisi, tuttavia felici e sereni in questo giorno di festa: per oggi niente guerra, niente camicie nere, è Natale!

Antonia e Renato esistono davvero, sono due arzilli ed energici ottuagenari che tutti i giorni mi donano un po’ di loro stessi perché io condivida la loro Storia con i miei bambini, i loro pronipoti. Oggi ne condivido un pò con voi.

*Elena Viola è Capogruppo in Consiglio Comunale per il Comitato Indipendente per Sant’Olcese. Ed è anche una persona meravigliosa.

Per il ciclo a Natale Regalaci una storia, il racconto di Chiara

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Di Chiara Ferraris*

La coda era lunghissima. I piedi scalpitavano sulla passerella in lamiera, bollenti dentro alle scarpe da ginnastica che non lasciavano passare neanche un filo d’aria. Elisa sentiva il sudore scenderle con un rivolo fino in fondo alla schiena, ma non era solo il caldo, lo sapeva bene.

Era agitata. Nervosa.

Finalmente un passo in avanti. Suo marito Marco si voltò per sorriderle. Elisa ricambiò il sorriso: era contenta di quel viaggio, era un’esperienza unica nel suo genere. Lo progettavano da molto tempo e finalmente quell’anno tutto si era incastrato in modo da permettergli di partire.

“Devi toglierla, lo sai” le fece notare Marco, indicando la croce di Gerusalemme argentata appesa al collo.

“Ora la tolgo”.

Lui le fece cenno di voltarsi e le sganciò la catenina che Elisa mise nella tasca dei jeans.

Un altro passo in avanti.

Uno sguardo veloce al di sotto della passerella, ad osservare gli ebrei addossati al muro della preghiera.

Ancora qualche metro e finalmente anche loro sarebbero entrati nella Spianata delle Moschee, proprio dietro alle mura del famoso Tempio di Gerusalemme. Una sensazione strana le si annidò nello stomaco e non la abbandonò per tutto il tragitto fino alla Spianata, dopo aver passato i controlli, e rimase imperterrito anche per tutte le visite successive, nella Basilica del Santo Sepolcro in particolare, e poi ancora durante le feste di Natale che li accolsero al loro ritorno a casa dalla Terrasanta.

Elisa non riusciva a non provare un dilaniante senso di estraneità ripensando ai confini rigidi, a volte addirittura evidenti in modo straziante, che tagliavano Gerusalemme a fettine, spicchi, spicchi negli spicchi. Rivedeva gli ebrei dondolare il capo dinanzi a quel muro e dalla parte opposta donne musulmane completamente ricoperte di nero, solo una retina spessa dinanzi agli occhi come unica finestra sul mondo, solcare a grandi passi la Spianata e infine rivedeva i cristiani calpestare la stessa sabbia che Gesù Cristo aveva calpestato.

Ogni religione, in quel lembo di terra, aveva un inizio e una fine.

Ogni volta che Elisa indossava la sua croce, poi, non poteva non tornare al momento in cui aveva dovuto nasconderla per poter accedere alla Spianata e all’inadeguatezza che aveva provato compiendo quel gesto. Un Natale un po’ strano, quello.

Passarono un paio d’anni.

Di nuovo Dicembre.

Di nuovo una coda, dal fruttivendolo, questa volta.

Elisa aveva riempito un sacchetto di mele, un po’ troppe a dire la verità, tanto che il sacchetto cedette quasi subito.

Si ritrovò a inseguire le sue Golden tra le gambe delle vecchiette in coda davanti a lei e, cercando di sistemarle alla bell’e meglio in un altro sacchetto, sentì una voce corposa ridacchiare. Si voltò di scatto e vide una donna abbastanza robusta accucciata al suo fianco a raccogliere le sue mele, sulla cinquantina, di carnagione scura e il capo coperto da un foulard a fantasia fiorata.

“Ma quante mele, signora, cosa fare con tante mele, non so!” e rideva.

Elisa si lasciò contagiare dall’allegria della donna.

Prese a ridere anche lei e si scusò:

“Ma niente, una torta, è solo che… dannati sacchetti!”.

Continuarono così per qualche minuto, infilando mele nel sacchetto e ridacchiando, ogni tanto scontrandosi nel tentativo di non farsi sfuggire la frutta che, riottosa, tentava di infilarsi nuovamente in qualche angolo nascosto.

Si rialzarono ed Elisa finalmente poté guardare negli occhi la donna:

“Beh, grazie, lasci… lasci che le offri un caffè!”.

Due occhi grandi, neri, lucenti.

“No, va bene così. Io vado. Arrivederci signora”.

Le porse la mano che Elisa afferrò con vigore.

“Buon Natale, signora” disse infine la donna, portandosi entrambe le mani – la sua e quella di Elisa – sul petto e se ne andò.

Ecco, un “Buon Natale” così Elisa non lo aveva mai detto a nessuno e, di certo, nessuno lo aveva mai detto a lei.

Incredibile! Un concentrato energico di Natale vero le era appena stato donato da una donna musulmana.

Improvvisamente, Elisa fece pace con Gerusalemme.  E a quel punto capì: colei che le aveva regalato il Natale, quell’anno, pur non essendo cristiana, era una donna con una grande fede. E se uno ha una fede così non può che augurare a chi ha intorno di vivere la propria con intensità, determinazione, con trasporto, altrimenti: che senso avrebbe questo benedetto “Buon Natale”? Quella donna, in realtà, le aveva appena detto: “Se sei cattolica questo, per te, è un momento importante e quindi spero che tu lo viva bene!”

Perché forse il Natale è proprio questo: è la nascita di una speranza comune, il desiderio che c’è posto, anche in poco spazio, per tutto ciò che la fede può donare e che, solo se vissuta in tale modo, ha veramente qualcosa di unico, a discapito delle diversità.

Ha la capacità di rendere fratelli.

*Chiara Ferraris, mamma di due bambini, laureata in biologia molecolare e cellulare, attualmente insegnante di matematica e scienze nelle scuole medie. Per Natale raccontateci una storia, rendeteci partecipi della vostra gioia, della vostra commozione, delle vostre emozioni: saremo felici di pubblicarle sul blog. Il modulo di contatto sul nostro blog addobbato a festa è a vostra disposizione. (Clicca qui.)

L’ACR lancia il “rigiocattolo”

/home/wpcom/public_html/wp-content/blogs.dir/9f1/30057589/files/2014/12/img_0304.jpgBellissima iniziativa quella del “rigiocattolo”: giochi praticamente nuovi ceduti per un’offerta che si spera non sia troppo simbolica.
Il rigiocattolo, dopo essere stato aperto questa sera dalle 18 alle 20, bissa domani 21 dicembre:
Apertura dalle 10,20 davanti alla Chiesa Nuova!

Piazza della Costituzione. Finalmente…

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Con l’inaugurazione della “Piazza della Costituzione Italiana”, lo spazio antistante la Conad di via Don Sturzo a Manesseno, si chiude l’annosa questione dell’urbanizzazione selvaggia ed insensata che ha portato alla costruzione dei palazzoni alla confluenza del Sardorella e del Secca, le “Twin Towers” come vengono chiamate dagli abitanti di Manesseno. La vicenda è nota ai più, metri cubi di cemento, un progetto approvato e fortemente voluto dalla la giunta precedente, le altre opere di urbanizzazione che dovevano mitigare l’impatto del complesso residenziale – un locale al piano terra e dei box interrati- vendute a buon prezzo a chi le ha costruite e lo spazio antistante i palazzoni curiosamente delimitato con delle fioriere che in qulache modo sembravano voler denotare la presenza di uno spazio privato…
Per molto tempo abbiamo dovuto aspettare questa inaugurazione che sancisce inequivocabilmente come il bene sia nella piena disponibilità dei cittadini e probabilmente senza il cambio della guardia epocale che c’è stato fra i nostri amministratori staremmo ancora aspettando: la vivace partecipazione alla cerimonia di giovedì sera ci dimostra come la gente di Sant’Olcese abbia ben compreso questo particolare.
L’entusiasmo dei ragazzi, il loro impegno – che tra l’altro ha portato al nome attribuito alla piazza: “piazza della Costituzione Italiana” – e la loro allegria hanno contriubuito a fare di una cerimonia istituzionale una festa di popolo. Siamo stati coinvolti dalle parole dei Presidenti del Consiglio dei Ragazzi, ci siamo emozionati per le voci limpide ed i canti natalizi eseguiti dai ragazzi della scuola media “Negri”, siamo stati corroborati dal vin brulè e dalla cioccolata calda offerti dai volontari delle associazioni.
E come facciamo ogni qualvolta che condividiamo le scelte della maggioranza, anche in questa occasione ci congratuliamo per questo ennesimo passo nella giusta direzione.

Elena Viola e Claudio Di Tursi,
Capogruppo e Portavoce del Comitato Indipendente per Sant’Olcese

12a PUNTATA – IL PIANETA E’ AL COLLASSO: PREPARIAMOCI…

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di Flavio Poggi
Torniamo alle “Cose da sapere” con uno sguardo a un modello economico diverso da quello liberistico basato sulla globalizzazione: parliamo di autarchia. Buona lettura!

Autarchia verde: “Confesso che in gioventù sono stato affascinato dal mitico “Libro dell’autosufficienza” di John Seymour […]. Con questo non voglio dire che il mio progetto sia di vivere isolato in una fattoria coltivando grano, allevando vacche e maiali, facendomi la birra e il formaggio. Ci sono gradi diversi di autosufficienza. Il bello è fare ciò che è possibile e ciò che piace e condividere con la cellula sociale locale ciò che non si è in grado di fare da sé. E non pensare passatista, ma evoluzionista. Non voglio tornare al medioevo! Voglio andare avanti. I pannelli solari, il computer i internet hanno bisogno di una struttura tecnologica e industriale che li supporti. […] L’esperimento dell’autosufficienza di un popolo è già stato fatto molte volte nella storia. In Italia il più noto è l’Autarchia del Ventennio fascista. […]
Depurata quell’esperienza dalla deplorevole impronta ideologica e bellica, resta lo sforzo di un popolo per estrarre il massimo dalle sue magre risorse energetiche, minerarie e agricole. I migliori scienziati escogitarono soluzioni tecnologiche d’avanguardia […], furono create istituzioni intelligenti […], furono stampati manuali, promossi convegni, diffuse conferenze radiofoniche che illustravano nuove tecnologie e incitavano a “non buttar via nulla, nemmeno il resto dei resti, il rifiuto dei rifiuti”. Ebbene tutto ciò che di buono e saggio c’era in questa esperienza è stato erroneamente buttato via insieme all’odiosa politica autoritaria e sepolto in fretta dall’inondazione di petrolio del Piano Marshall e dal consumismo acritico […].
L’esperimento autarchico mette in luce tuttavia una inquietante fragilità: allora l’Italia aveva 42 milioni di abitanti che riuscivano a nutrirsi in modo appena sufficiente […] e mancavano di molti altri prodotti ai quali rinunciavano stoicamente (da quelli più utili, come metalli e combustibili, a quelli più voluttuari,come il caffè e la cioccolata, sostituiti dagli antipatici “surrogati”). Come potrebbe oggi l’Italia autosostenersi con 60 milioni di abitanti e una bella fetta di suolo agrario sottratta dalla cementificazione? Non potrebbe.
[…] un’autarchia va oggi praticata perché abitiamo tutti in un’unica “nazione”, il pianeta Terra, i cui confini sono chiusi:possiamo trarre quello che ci occorre soltanto dal suo interno e la “nazione planetaria” soffre degli stessi limiti che affliggevano i paesi in guerra nel XX secolo. Contare sulle proprie forze, fare di più con meno, non sono capricci, ma linee della politica economica da adottare nel XXI secolo.”

COMMENTO: confesso che provare a guardare con occhio, non dico positivo, ma almeno neutro un’esperienza tragica come quella del fascismo in Italia, ancorché solo per qualche specifico aspetto, non è cosa che mi riesca facile. Sapendo, inoltre, che quella Autarchia è stata un’esperienza obbligata, causata dalle scelte politiche di un dittatore, che ha affamato il suo popolo, è difficile guardarla per gli aspetti positivi… tuttavia, al lato pratico, le conseguenze su di noi di una eventuale crisi economica causata dall’aver portato alle estreme conseguenze i fattori forzanti del nostro modello socio-economico, descritti nella nona puntata di questa rubrica, potrebbero essere non molto diversi da quelli sperimentati dai nostri nonni nel Ventennio. Con la differenza che i nostri nonni provenivano da un tenore di vita di gran lunga inferiore al nostro e certamente si adattarono con meno fatica alle privazioni imposte dalla scellerata politica fascista. Naturalmente possiamo sempre sperare che questi scenari tragici siano irrealistici e che la nostra società sia in grado di cambiare il proprio modello economico in maniera progressiva senza che si debbano mai verificare collassi improvvisi e devastanti. Ma, come si dice a Genova, “maniman”…meglio iniziare spontaneamente e serenamente ad adottare comportamenti più autarchici e meno consumistici. In questo modo adotteremmo fin da subito una “politica economica individuale” indubbiamente più sostenibile per la nazione planetaria e, dopotutto, dove sta scritto che la felicità stia sempre e solo nell’acquistare più possibile, consumare più possibile, sprecare più possibile e poi gettare via con noncuranza?
*Flavio Poggi, geologo, è consigliere comunale per il Comitato Indipendente per Sant’Olcese