Gocce di Memoria

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Il Ponte medioevale prima dell’alluvione

di Chiara Ferraris*

Tutti i giorni oltrepasso il Polcevera, per andare a scuola e oggi mi sono soffermata a guardarlo: era così allegro ma calmo, le sue acque sembravano giocare a nascondino con i ciottoli e ogni tanto riflettevano un raggio di sole rompendolo in mille luccichii.  A vederlo così non si riesce a credere che sia lo stesso torrente che pochi giorni fa ha portato distruzione alle valli che lo accolgono.

Facciamo un passo indietro di qualche mese.

Un giorno una mia collega mi ha detto: “Perché domenica non vieni dove abito, a Trasta, con la tua famiglia? Organizziamo un pomeriggio di giochi per bambini e una mostra fotografica”.  L’ho guardata negli occhi: una donna dal sorriso dolce ma, al contempo, tenace. Lo sguardo di chi, nella vita, ha voglia di combattere e combattere battaglie giuste. Come fare a dirle di no?

Sapevo che faceva parte di un comitato – “QuellicheaTrastacistannobene”- che pensa sia giusto rivalutare il proprio territorio e, tramite esso, ricostruire un tessuto sociale che si è andato un po’ perdendo nel tempo.

Siamo arrivati a Trasta e lei non c’era, stava raccogliendo fiori con i bambini e, appena arrivata, si è lanciata con energia a insegnare ai bambini come conservare questi fiori. Dopo poco decido di fare due passi nei dintorni, non ero mai stata da quelle parti e la mia amica mi consiglia: “Un po’ più avanti c’è un ponte bellissimo”.

Ci incamminiamo, noi quattro, incuriositi da questo nuovo posto da scoprire ed effettivamente qualche centinaio di metri dopo incappiamo in un ponticello in pietra, parzialmente ricoperto di edera, che ha proprio l’aria di essere antico. Muoviamo qualche passo incerto sul ponte, gustando l’ebbrezza che solo l’antichità riscoperta sa dare, la sensazione di ricalcare passi consumati secoli fa, e raggiungiamo l’altra riva.

Una scaletta.

Andiamo avanti.

Scalino dopo scalino, eccoci di fronte ad una villa antica, un cancello che ha visto tempi migliori e intravediamo qualche finestra con le persiane chiuse. Una villa abbandonata, evidentemente.

Alle nostre spalle la scaletta si interrompe ma prosegue una creuza ordinata e pulita, costeggiata da alberi che mi fanno pensare alla famosa canzone “Vieni.. c’è una strada nel bosco…”. La imbocchiamo per un pezzo ma poco dopo decidiamo di tornare indietro.

Proseguiamo ancora un pezzo sulla strada principale e raggiungiamo il cantiere per il Terzo Valico, un’”opera” di spessore decisamente diverso rispetto al piccolo ponte di poco prima. Con un po’ di amarezza in gola torniamo alla festa e la mia amica, mentre assaggio le frittelle calde, mi racconta che la creuza raggiunge Murta e che è stato proprio il comitato di cui fa parte a ripulire sia il ponte medievale sia la stradina, impegnandosi a rendere più bello il posto in cui vivono, più solidale con l’ambiente verde che lo circonda.

Perché vi racconto questa storia?

Perché l’ultimo alluvione ha portato via il ponte medioevale di Trasta, lo stesso ponte che compare come logo del comitato di Trasta e che da secoli la gente del posto utilizzava per raggiungere la creuza.

Perché viviamo in un Paese dove i soldi per le “Grandi Opere” del futuro si riescono a trovare ma non si trova il denaro, il tempo, il modo, di preservare le Grandi Opere del Passato, dove la cecità dei politicanti che ci governano ha reso fragile il nostro territorio (LORO lo hanno reso fragile, non è la Liguria ad esserlo!) e questo non li ferma… continuano a scavare, traforare, distruggere, disboscare.

D’accordo, c’è chi ha perso molto di più in questi ultimi alluvioni (attività, locali, vite umane), ma credo sia doveroso soffermarsi sul fatto che un popolo che perde pezzi del proprio passato non ha fondamenta utili per costruire un degno futuro.

E poi ho voglia di levare un plauso a queste persone che dedicano tempo ed energie al proprio territorio, colmando le lacune lasciate da chi questo lavoro di pulizia e mantenimento del territorio dovrebbe farlo per dovere, e non per volontariato. Spero non si demoralizzino di fronte all’indifferenza delle istituzioni o all’immenso cantiere che si è insediato a casa loro.

Dopo aver visto il ponte di Trasta ho avuto voglia di riscoprire gli angoli nascosti della mia terra: chissà quante vecchie strade, case abbandonate, ponti traballanti sono stati ingoiati dall’incuria del territorio, chissà quanti angoli di paradiso potremmo riscoprire, girando casualmente per i sentieri delle nostre valli. Penso che siamo circondati da un patrimonio che, forse, non conosciamo abbastanza bene e che, quindi, non sappiamo preservare nel modo giusto.

Quella del ponte di Trasta è una storia senza lieto fine.

Per ora.

*Chiara Ferraris, mamma di due bambini, laureata in biologia molecolare e cellulare, attualmente insegnante di matematica e scienze nelle scuole medie.

 

 

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3 Pensieri su &Idquo;Gocce di Memoria

  1. Anch’io sono parte del Comitato QuellicheaTrastacistannobene e volevo ringraziare per questo pezzo che è bellissimo, scritto bene, col cuore più che con la penna ma sopratutto che rende perfettamente lo spirito che ci anima e continuerà ad animarci. Perchè ci crediamo, veramente! Se togliamo le radici ai nostri figli, ai nostri nipoti non possiamo sperare un futuro per loro. Intanto per ricordare il “nostro” ponte, quest’anno il Presepe di strada che facciamo oramai da tre anni, vedrà protagonista proprio Lui, la bella Villa Maria Santa che ricordate nell’articolo e la creuza. Se volete venire a vederlo risalite Via Trasta da Domenica 14. Vi aspettiamo!!!!! Carla

  2. Ciao Chiara, non ci conosciamo, ma forse potrei conoscere la tua collega.
    Mi chiamo Maurizio, sono nato a Trasta (Ceresola) e ci ho vissuto per 24 anni. Quel ponte l’ho passato un’infinità di volte, quando era normale andare a piedi, quando andare in auto era un’esperienza da raccontere agli a mici e poi, l’auto, chi ce l’aveva?
    Così avanti e indetro per andare a scuola, a catechismo, a messa,o per (scusa la volgarità) m.ssa!
    Quando una cosa è così normale non si pensa ai particolari: per me quello era semplicemente “il pontino”, non sapevo neanche della sua origine medioevale.
    Ora vivo in Piemonte, in Val Curone, un posto in cui la storia si vede in ogni angolo: dai primi insediamenti dell’età del bronzo, alle guerre puniche, a quelle mondiali, con in mezzo una parte molto rilevante riservata appunto al medioevo.
    Dopo aver visto cosa è toccato in sorte al “pontino” ho cominciato a pensare che anche qui le cose storiche sono a rischio. Non tanto per incuria colpevole, quanto per l’abbandono dei campi e la morfologia del posto.
    Mi è dispiaciuto molto anche sapere dell’abbattimento del pergolato del “partito”; quanti pomeriggi estivi adolescenziali passati a chiacchierare o giocare a carte al fresco insieme a persone con le quali era bello convivere.
    Purtroppo viviamo in un’era in cui si può dialogare virtualmente con l’altro capo del mondo, ma non conosciamo più i nostri vicini di casa, e soprtattutto non conosciamo più il piacere di fermarsi un po’ ad assaporare la vita che purtroppo scorre (lei sì) ad “alta velocità!
    Maurizio Moro.
    San Sebastiano Curone
    Al.

  3. Pingback: Trasta: quel ponte distrutto che continua ad unire  | lapelledellorso

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