Per il ciclo a Natale Regalaci una storia, il racconto di Chiara

IMG_0211.JPG

Di Chiara Ferraris*

La coda era lunghissima. I piedi scalpitavano sulla passerella in lamiera, bollenti dentro alle scarpe da ginnastica che non lasciavano passare neanche un filo d’aria. Elisa sentiva il sudore scenderle con un rivolo fino in fondo alla schiena, ma non era solo il caldo, lo sapeva bene.

Era agitata. Nervosa.

Finalmente un passo in avanti. Suo marito Marco si voltò per sorriderle. Elisa ricambiò il sorriso: era contenta di quel viaggio, era un’esperienza unica nel suo genere. Lo progettavano da molto tempo e finalmente quell’anno tutto si era incastrato in modo da permettergli di partire.

“Devi toglierla, lo sai” le fece notare Marco, indicando la croce di Gerusalemme argentata appesa al collo.

“Ora la tolgo”.

Lui le fece cenno di voltarsi e le sganciò la catenina che Elisa mise nella tasca dei jeans.

Un altro passo in avanti.

Uno sguardo veloce al di sotto della passerella, ad osservare gli ebrei addossati al muro della preghiera.

Ancora qualche metro e finalmente anche loro sarebbero entrati nella Spianata delle Moschee, proprio dietro alle mura del famoso Tempio di Gerusalemme. Una sensazione strana le si annidò nello stomaco e non la abbandonò per tutto il tragitto fino alla Spianata, dopo aver passato i controlli, e rimase imperterrito anche per tutte le visite successive, nella Basilica del Santo Sepolcro in particolare, e poi ancora durante le feste di Natale che li accolsero al loro ritorno a casa dalla Terrasanta.

Elisa non riusciva a non provare un dilaniante senso di estraneità ripensando ai confini rigidi, a volte addirittura evidenti in modo straziante, che tagliavano Gerusalemme a fettine, spicchi, spicchi negli spicchi. Rivedeva gli ebrei dondolare il capo dinanzi a quel muro e dalla parte opposta donne musulmane completamente ricoperte di nero, solo una retina spessa dinanzi agli occhi come unica finestra sul mondo, solcare a grandi passi la Spianata e infine rivedeva i cristiani calpestare la stessa sabbia che Gesù Cristo aveva calpestato.

Ogni religione, in quel lembo di terra, aveva un inizio e una fine.

Ogni volta che Elisa indossava la sua croce, poi, non poteva non tornare al momento in cui aveva dovuto nasconderla per poter accedere alla Spianata e all’inadeguatezza che aveva provato compiendo quel gesto. Un Natale un po’ strano, quello.

Passarono un paio d’anni.

Di nuovo Dicembre.

Di nuovo una coda, dal fruttivendolo, questa volta.

Elisa aveva riempito un sacchetto di mele, un po’ troppe a dire la verità, tanto che il sacchetto cedette quasi subito.

Si ritrovò a inseguire le sue Golden tra le gambe delle vecchiette in coda davanti a lei e, cercando di sistemarle alla bell’e meglio in un altro sacchetto, sentì una voce corposa ridacchiare. Si voltò di scatto e vide una donna abbastanza robusta accucciata al suo fianco a raccogliere le sue mele, sulla cinquantina, di carnagione scura e il capo coperto da un foulard a fantasia fiorata.

“Ma quante mele, signora, cosa fare con tante mele, non so!” e rideva.

Elisa si lasciò contagiare dall’allegria della donna.

Prese a ridere anche lei e si scusò:

“Ma niente, una torta, è solo che… dannati sacchetti!”.

Continuarono così per qualche minuto, infilando mele nel sacchetto e ridacchiando, ogni tanto scontrandosi nel tentativo di non farsi sfuggire la frutta che, riottosa, tentava di infilarsi nuovamente in qualche angolo nascosto.

Si rialzarono ed Elisa finalmente poté guardare negli occhi la donna:

“Beh, grazie, lasci… lasci che le offri un caffè!”.

Due occhi grandi, neri, lucenti.

“No, va bene così. Io vado. Arrivederci signora”.

Le porse la mano che Elisa afferrò con vigore.

“Buon Natale, signora” disse infine la donna, portandosi entrambe le mani – la sua e quella di Elisa – sul petto e se ne andò.

Ecco, un “Buon Natale” così Elisa non lo aveva mai detto a nessuno e, di certo, nessuno lo aveva mai detto a lei.

Incredibile! Un concentrato energico di Natale vero le era appena stato donato da una donna musulmana.

Improvvisamente, Elisa fece pace con Gerusalemme.  E a quel punto capì: colei che le aveva regalato il Natale, quell’anno, pur non essendo cristiana, era una donna con una grande fede. E se uno ha una fede così non può che augurare a chi ha intorno di vivere la propria con intensità, determinazione, con trasporto, altrimenti: che senso avrebbe questo benedetto “Buon Natale”? Quella donna, in realtà, le aveva appena detto: “Se sei cattolica questo, per te, è un momento importante e quindi spero che tu lo viva bene!”

Perché forse il Natale è proprio questo: è la nascita di una speranza comune, il desiderio che c’è posto, anche in poco spazio, per tutto ciò che la fede può donare e che, solo se vissuta in tale modo, ha veramente qualcosa di unico, a discapito delle diversità.

Ha la capacità di rendere fratelli.

*Chiara Ferraris, mamma di due bambini, laureata in biologia molecolare e cellulare, attualmente insegnante di matematica e scienze nelle scuole medie. Per Natale raccontateci una storia, rendeteci partecipi della vostra gioia, della vostra commozione, delle vostre emozioni: saremo felici di pubblicarle sul blog. Il modulo di contatto sul nostro blog addobbato a festa è a vostra disposizione. (Clicca qui.)

Annunci