Per non dimenticare…

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di Elena Viola*
Oggi si celebra il “Giorno della Memoria”. Ricordiamo le vittime della Shoa. Non intendo minimamente tediarvi con ragionamenti personali su un tema così delicato e doloroso, una ricorrenza che deve essere vissuta con intima coscienza, con estrema consapevolezza del significato e della portata di un avvenimento che ha sconvolto il mondo moderno.
Vi lascio però un racconto da leggere, magari insieme ai vostri figli. Leggetelo immaginandovi bambini, è il solo consiglio che mi sento di darvi. Ah, non pensiate che i vostri figli siano troppo piccoli per comprendere o troppo innocenti per lasciare che un tale orrore li turbi: l’ignoranza e l’oblio sono di gran lunga più spaventosi che la sincera – non brutale – spiegazione di ciò che è accaduto e ciò che questo significa ancora oggi.

Mi chiamo Hélène e adesso sono quasi una vecchia signora. Quando io non ci sarò più, chi si ricorderà di Lydia? E’ per questo che voglio raccontarvi la nostra storia. Nel 1942 il nord della Francia era occupato dall’esercito tedesco che l’aveva invaso. Lydia ed io, Hélène, avevamo otto anni e mezzo e nè la guerra, nè l’esercito tedesco ci impedivano di andare a scuola, di giocare, di litigare e di fare la pace come tutte le amiche di questo mondo. Un giorno, mentre stavamo giocando da lei, la mamma di Lydia si è messa a cucire una stella gialla sulle loro giacche. – E’ carina, quella stella,- ho detto io. – Carina o meno, non si può scegliere, tutti gli ebrei devono portarla, è la nuova legge,- mi ha risposto la mamma di Lydia. La mamma di Lydia ha finito di cucire la stella, poi ha detto: – Il posto delle stelle è in cielo, quando gli uomini le strappano dal cielo per cucirle sui loro vestiti, questo non può che portare disgrazia. Ha spezzato con un secco colpo di denti il filo bianco dicendo:- Stella del mattino, dispiacere vicino, stella della sera, speranza che si avvera… allora, speriamo.
Ho capito che quella stella la preoccupava molto, allora ho cambiato discorso. Per molto tempo non ci ho più pensato. Fino a quel giorno. Era il 15 luglio 1942. Ero molto felice perchè l’indomani, 16 luglio, avrei compiuto nove anni. Per l’occasione Lydia aveva avuto il permesso di dormire da me. Era sera ed eravamo sole in casa. Era estate, notte era chiara e stellata; improvvisamente, abbiamo sentito dei passi per le scale. Strano, a quell’ ora, abitualmente erano tutti a letto. I passi si sono fermati sul mio pianerottolo; Lydia ed io avevamo un gran batticuore. Mi sono alzata e Lydia mi ha seguita. Ho guardato attraverso il buco della serratura. C’era una signora, sul pianerottolo e invece di bussare grattava piano sulla porta, come potrebbe fare un gatto. Diceva: – Aprite, sono la signora delle undici, aprite, sono la signora delle undici!- Nessuno le apriva; Sembrava non sapere cosa fare… Nuovamente, abbiamo sentito dei passi per le scale. La signora delle undici si è precipitata di corsa verso l’ultimo piano. Ho lasciato che fosse Lydia a guardare attraverso il buco della serratura: – C’è un uomo grande e grosso, con i capelli rossi, – ha sussurrato, – sta guardando la nostra porta. Abbiamo fatto qualche passo indietro, ci sentivamo un poco inquiete. L’uomo ha bussato leggermente alla porta, dicendo a bassa voce: – Aprite, aprite subito, sono io, il fantasma di mezzanotte… lo e Lydia non osavamo nemmeno respirare. L’uomo continuava ma non aveva certo l’aria di essere un fantasma… Perchè allora diceva così? Lydia ed io eravamo immobili, a piedi nudi, con un gran batticuore. Improvvisamente, altro rumore di passi per le scale; Lydia mi ha guardata molto spaventata ma io mi sono sentita rassicurata perchè avevo riconosciuto i passi dei miei genitori: – Svelta, a letto, – ho detto. – Ah, siete voi, credevo che fosse la signora delle undici! Allora anch’io ho finto di svegliarmi all’improvviso e ho gridato guardando papà: – Oh, il fantasma di mezzanotte! Papà e mamma si sono messi a ridere: – Le furfantelle! – ha detto la mamma. – Hanno di nuovo giocato a farsi paura! Ho protestato: – No, esistono veramente, la signora delle undici e il fantasma di mezzanotte: sono per le scale! Papà e mamma si sono guardati perplessi. Papà ha detto: – Vado a vedere che cosa succede. Poco dopo è tornato, insieme alla signora delle undici, che era molto pallida. Giocherellava con la sua stella e diceva: – Mi dispiace disturbarvi, il vostro vicino di casa aveva promesso di aiutarmi, l’avevo anche pagato per questo… Ma lui non c’è e io non posso tornare a casa mia, la polizia mi troverà e mi arresterà. Hanno già cominciato. Stanno arrestando tutti quelli come me… Poi ha aggiunto timidamente: – Sono la signora Keller. – Perchè non l’avete detto prima? – ho domandato io, – perchè dicevate: sono la signora delle undici? – Oh! – ha spiegato la signora Keller, – eravamo d’accordo, era un nome in codice, tutte persone che il vostro vicino di casa doveva aiutare ne avevano uno, un nome in codice era un’ora, l’ora in cui dovevamo venire… ho guardato Lydia con aria interrogativa, volevo sapere cosa ne pensava lei. Ma Lydia non mi stava guardando; stava fissando la stella gialla della signora delle undici. Poi ha spostato lo sguardo sulla mamma e le ha chiesto qualcosa che non mi aspettavo da lei – Vorrei tornare a casa, – ha mormorato.
La mamma si è rivolta al papà: – Cosa ne pensi? Lydia insisteva: – Voglio tornare a casa, per favore portatemi subito a casa! – ed aveva cominciato a rivestirsi. Noi la guardavamo in silenzio. La signora Keller ha detto timidamente: – Forse bisognerebbe avvisare la sua famiglia di quanto sta accadendo…
Papà era piuttosto perplesso: – Così tardi?.. Mah, forse avete ragione voi, la riaccompagnerò a casa. Vieni Lydia, andiamo. Mi sono arrabbiata moltissimo; ho gridato a Lydia: – Cosa c’è che non va? E’ il mio compleanno, lo stai dimenticando? Lydia aveva un’ aria confusa. Mi ha messo in mano un pacchettino dicendo: – No, no, non lo dimentico; ecco il tuo regalo, l’ho fatto io, spero che ti piacerà. E senza più guardarmi è uscita con papà. La mamma l’ha baciata. lo no. Ero così furibonda. Sono rientrata in casa sbattendo la porta. Perché le ho detto che non era più mia amica quando invece l’amavo tantissimo? Si dicono talvolta delle cose che non si pensano veramente e che si rimpiangono a lungo. Adesso sono una vecchia signora e le rimpiango ancora. Perché non ho mai più rivisto Lydia. Dopo che Lydia se n’era andata, quella sera, mamma ha detto alla signora delle undici , coricatevi nel letto della bambina, domani troveremo un modo per aiutarvi. Tu, – ha detto la mamma, – tu dormirai nel lettone con me e con papà.
Papà è rientrato quasi subito, Lydia non abitava lontano: – Bene, – ha detto, – ho riaccompagnato Lydia e ho avvisato i suoi genitori. Mamma e papà si sono coricati: un bacio a destra alla mamma, un bacio a sinistra a papà, mi sono addormentata in mezzo a loro due, esausta. Quando mi sono svegliata, mi sono immediatamente ricordata che era il giorno del mio o compleanno. Papà e mamma erano già alzati: era molto presto, ma nella strada c’era un gran rumore, grida, gente che camminava, i fischietti della polizia. C’erano anche dei rumori in casa, qualcuno bussava con forza alla porta di fronte. Nessuno andava ad aprire. Mi sono messa a correre e ho raggiunto papà nell’ingresso, avevo paura. Hanno bussato alla nostra porta. Papà ha aperto: era un poliziotto francese e ha chiesto: – Non c’è nessuno nell’alloggio di fronte? – No, nessuno, – ha risposto papà. Ha dato un colpo d’occhio in casa nostra, dal vano della porta, senza però entrare. La signora delle undici era sempre nel mio letto; dalla porta il poliziotto non vedeva altro che i suoi capelli sparsi sul cuscino. – Ah! – ha esclamato, – che bella cosa essere giovani! I bambini, loro dormono anche sotto i bombardamenti, – e se n’è andato. Appena il poliziotto se n’è andato, sono corsa alla finestra e passando accanto al mio letto ho visto che la signora delle undici che faceva finta di dormire, come facevo io quando non volevo che qualcuno mi disturbasse. Fuori il rumore stava aumentando. Nella strada c’era un lungo corteo di gente con delle valige, scortati da poliziotti francesi. Perchè? Non avevano certo l’aria di essere dei criminali…
Poi mi sono accorta che molti di loro portavano, come Lydia, una stella gialla. Stella del mattino dispiacere vicino… Avevo il cuore stretto dall’ angoscia: – Mamma, – ho gridato, – dov’ è Lydia? – Vestiti subito, – ha detto la mamma, – andiamo a cercarla. Ero pronta in un batter d’occhio. Ma siamo arrivate troppo tardi. Non c’era più nessuno nell’ appartamento di Lydia e la portinaia non ne sapeva niente. La famiglia di Lydia era stata arrestata? Era riuscita a fuggire? Mistero. Avevo un nodo di pianto in gola, ho detto alla mamma: – Lydia non è proprio nata sotto una buona stella… La mamma si è fermata, mi ha guardata e mi ha detto con decisione: – Le disgrazie, Hélène, raramente vengono dal cielo, e in ogni caso non questa disgrazia. Le disgrazie, sfortunatamente, vengono dagli uomini, dalla cattiveria di alcuni, dalla debolezza di altri… Com’è difficile vivere insieme… Mi ha presa per mano e siamo tornate a casa. Nessuno pensava più al mio compleanno, anch’io me n’ero dimenticata. Papà aveva condotto in qualche posto sicuro la signora delle undici, mamma le aveva dato una sua giacca, senza stella. Quando papà è rientrato gli ho detto con tristezza: – Lydia è sparita. Si è seduto sul letto ed era molto abbattuto. Mamma ha detto: – Forse non avremmo dovuto riportarla a casa… – Forse avremmo dovuto… – ha risposto papà, ma non ha finito la frase. Nessuno di noi aveva più niente da dire, nessuno sapeva cosa avremmo dovuto fare. Sul mio letto, ho trovato il regalo che mi aveva lasciato Lydia; con il cuore gonfio di angoscia, ho aperto il pacchettino. Dentro c’era una bambolina di cartone che lei aveva disegnato per me; al posto della testa, aveva incollato il suo viso ritagliato da una fotografia: aveva anche disegnato e ritagliato per la bambola tanti vestitini, gonne, camicette, scarpe, una piccola giacca su cui spiccava la sua stella gialla.

Dietro la bambolina ho scritto: «Lydia» Per molto tempo ho aspettato il ritorno di Lydia per giocare nuovamente con lei e dirle che era sempre la mia migliore amica. Ma la guerra è finita e Lydia non è tornata e per molto tempo ho avuto una sorta di rancore verso le stelle. Adesso sono ormai una vecchia signora e spero con tutto il cuore che Lydia sia diventata, come me, una nonnina in qualche paese di questo mondo. Mi piace immaginare che lei, un giorno, leggerà questa storia alla sua nipotina, riconoscerà la sua storia, si ricorderà di me. E allora si precipiterà al telefono e mi chiamerà: – Pronto, Hélène?… Sono io, sono Lydia… Udire la sua voce mi riempirebbe di una tale gioia… Allora io continuo a sperare. Stella del mattino dispiacere vicino, stella della sera speranza che si avvera.

*Elena Viola è Capogruppo in Consiglio Comunale per il Comitato Indipendente per Sant’Olcese

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