8372

Quali sono i meccanismi che ci inducono a provare indignazione, dolore o pietà? Perché in ventun milioni nel 1981 abbiamo sofferto per la tragedia in diretta di Alfredino Rampi – e se ci ripensiamo ne proviamo ancora dolore – e sembriamo, invece, accettare il fatto che mentre io scrivo e voi leggete altri bambini stanno morendo per fame o per guerra? Perché celebriamo gli anniversari di alcuni fatti atroci e ne dimentichiamo altri?

Il 18 luglio 1995 Sceila è in marcia verso Tuzla; fugge dal l’orrore di Srebrenica, un orrore di cui nessuno ancora ha chiare le proporzioni. Ha in braccio un bambina Sceila, la sua unica bambina. Quando le canta una ninna nanna i suoi compagni di viaggio le dicono di smetterla, qualcuno la strattona. Non sono cattivi, la bimba, già malata, è morta durante la fuga. Lei non riesce ad accettarlo, vuole continuare a credere che stia dormendo e la stringe forte a sé.

Alì, invece, in quei giorni non aveva neanche quattro anni. Non vuole mangiare non riesce a parlare. Qualche giorno prima i miliziani di Karazdic gli sono piombati in casa. Cercavano oro e gioielli che non hanno trovato e così hanno sgozzato suo fratello più grande davanti ai suoi occhi ed a quelli dell’altro fratello di quindici anni. A sua madre hanno imposto di berne il sangue come unica possibilità di salvare le stessa ed i due figli rimasti. Poi l’hanno uccisa comunque insieme al fratello mezzano ed Alì è rimasto solo. Ora anche lui ha trovato rifugio a Tuzla, lo ha accompagnato Azra, la sua vicina di casa.

A Tuzla i Caschi Blu dell ONU hanno costruito una tendopoli enorme dove accogliere gli sfollati di Srebrenica, ma ciò non basta a farli vedere di buon occhio, sono comunque odiati. E con ragione.

Il massacro di Srebrenica era annunciato ed i caschi blu tutto hanno fatto meno che proteggere la popolazione inerme.

Srebrenica confinava con la Serbia e rientrava nei piani di inclusione della “Grande Serbia”, del famigerato Slobodan Milosevic che voleva arrivare alla nascita di una Iugoslavia ad etnia serba. Nel 1993, la parte destra della Drina, il fiume che attraversa la penisola balcanica e che oggi segna il confine tra la Bosnia ed Erzegovina e la Serbia, si trovava ormai completamente sotto il controllo delle truppe serbo-bosniache del comandante Ratko Mladic; mancavano solo le cittadine di Zepa, Goražde e Srebrenica dove la popolazione, a causa dei rifugiati, arrivò a sessantamila unità, in massima parte musulmani in fuga dalla pulizia etnica di Milosevic.

Il 6 maggio del ’93 l’ONU con una sua risoluzione istituisce come zone protette le città di Sarajevo, Tuzla, Zepa, Goražde, Bihać e Srebrenica e contestualmente dichiara che gli aiuti umanitari e la difesa delle zone protette sarebbero stati garantiti, se necessario, anche con uso della forza, utilizzando soldati della forza di protezione delle Nazioni Unite. Così non fu. I caschi blu olandesi, a cui era affidata la difesa di Srebrenica, non riescono ad impedire la conquista della città da parte delle truppe serbo bosniache di Ratko Mladić che l’attaccano con la scusa di una rappresaglia e che l’11 luglio 1995 prendono la città dopo una resistenza durata un paio di giorni in cui i caschi blu hanno fatto praticamente da spettatori.

I serbi separano i maschi dagli 11 ai 77 anni dagli altri e li uccidono brutalmente riempendo con i loro cadaveri le fosse comuni.

Le vittime accertate del massacro, proseguito fino al 18 luglio, saranno 8372.

A distanza di vent’anni esatti abbiamo voluto raccontarvi la storia di quest’orrore perché, per rispondere alle domande di apertura, è la conoscenza che veicola la nostra indignazione, il nostro dolore, la nostra voglia di verità e giustizia. Una giustizia che, anche in questo caso, ancora non è stata fatta.

Claudio Di Tursi

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