Viola la rossa e la sua “rossa”

di Elena Viola

 Ieri, complice una giornata d’acqua terribile, i miei figli mi hanno fatto ascoltare a ripetizione le canzoni dello Zecchino d’Oro, dal “pulcino ballerino” a “Popov” via fino a “monta monta in Mountain bike”… Te best of… 

Per placare il mal di testa feroce causato da visioni di esseri che arrancano nella neve che neanche Rigoni Stern, decidiamo di portare i pargoli ugola dorata a mangiare un hamburger con patatine (astenersi commenti salutistici tanto lo so che almeno uno nella vostra vita lo avete mangiato pure voi). 

Il risultato per me è stato una notte di travaglio nella speranza di digerire le patatine che intanto allegramente scorrazzavano qua e là lungo sentieri di montagna rigorosamente in Mountain bike cantando allegramente… Un incubo che però mi ha portato a ricordare la mia prima (e unica invero), bicicletta da montagna…

Anzi da lì sono finita a ricordare con molta nostalgia della mia vera prima bicicletta da grande, la mia mitica Bottecchia rossa fiammante avuta in dono a circa 5 anni. Ogni estate si compiva il rituale, il nonno saliva in solaio dove la bicicletta aveva riposato per un lungo inverno e insieme ci mettevamo all’opera per sistemare la mitica rossa che avrei cavalcato per tutta l’estate. 

Prima di tutto le gomme: prese in prestito da una BMX, una rossa è una nera, venivano gonfiate alla perfezione per sopportare derapate e sgommate che da lì a poco mi sare i apprestata a compiere. Poi i freni, regolato al massimo il freno posteriore, meno quello anteriore. Infine il sellino: sanciva la crescita di 9 lunghi mesi passati sui banchi di scuola… Ogni estate saliva sempre di più! 

Ora capite che questa piccola rossa fiammante bicicletta da passeggio era in realtà una corazzata che di femminile aveva ben poco, nel tempo aveva perso il cestino montato sul manubrio, poi era stata la volta del cestino posteriore ( altrimenti dove caricavo mia sorella?!?), alla fine le ruote. Unica concessione i parafanghi, ero pur sempre una signorina che almeno una volta l’anno indossava il vestitino di lino ricamato per andare in Chiesa. Certo, dopo un giro in bicicletta così vestita il regale abitino non mi è sopravvissuto … Però questa è un’altra storia… 

Con la Bottecchia sono andata in tutti i posti che la fantasia di una bambina scatenata poteva concepire: fiume, prati, sterrati arditi e discese pericolosamente scoscese e sgommate sulla terra battuta degne del miglior pilota di rally. Per circa 4 mesi la bicicletta rappresentava un’appendice della mia persona e della mia personalità, alla vertiginosa velocità di circa 6km/ora ero più veloce dei compiti, della noia e della tristezza, ero una bambina felice e spensierata, ero serena come lo sono stata raramente. È tutto questo grazie a quel mezzo prodigioso, rosso come me. Un mezzo che, in un’epoca di femminili Grazielline rosa confetto, spiccava per carattere e caparbietà. 

Non era bella e neppure aggraziate, era semplicemente perfetta per me. La mia Bottecchia che, per dirla alla Pieraccioni, “l’e’ sempre andata in culo a tutti!” Non ha mai ceduto e non ha mai perso un giro, la sua catena oliata alla perfezione non mi ha mai tradito. Quando alla fine è diventata troppo piccola per me è rimasta in solaio, appesa al chiodo per la ruota anteriore e coperta con un vecchio lenzuolo perché non si rovinasse, semplicemente in attesa di un giugno che prima o poi arriverà. 

Un giorno me la riprenderò e ancora una volta sfercceremo per le vie del paese, una bambina e la sua bicicletta. Ma può una Bottecchia rossa farmi commuovere alle lacrime? Si’.

*Elena Viola è Capogruppo del Comitato Indipendente per Sant’Olcese

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