Una storia incredibile, o forse solo poco credibile…

 

Boccadasse

 

di Giampiero Pepe*

E’ da alcuni anni che frequento con una certa assiduità Genova e ne apprezzo davvero sapori semplici, profumi ricchi, amicizie silenziose e profonde, storia gloriosa. La mia età avanzata suggerisce ecumeniche considerazioni ma la “corrispondenza di sensi” con questa terra penso che debba avere una spiegazione non comune… sentite un po’.

Passeggiando recentemente per Boccadasse mi sono chiesto il perchè di questo trasporto: saranno il pesto variegato, o il sapore leggero del pigato, oppure le alici sapientemente dorate..?! No, risposte profonde ma non convincenti, sento qualcosa di “genetico ”…Il mio amico genovese Akram, in una delle serate passate nel suo ristorante a parlare di ardite contaminazioni gastronomiche a cavallo tra il Nilo e il Bormida, mi porge le sue accattivanti alici e, tra sospiri di eno-gastro-soddisfazione, mi parla di come lui talvolta sente di essere mosso dalla millenaria fierezza degli avi faraoni… le sue parole inducono in me una transmigrazione di personalità, e con i pensieri comincio a vagare sul quel fondo di verità (-e forse di bottiglia-) di Akram.

Con la mente mi ritrovo allora nella biblioteca di Benevento, ripensando a mie possibili origini liguri: a memoria la mia famiglia mai andò oltre i fiumi Calore e Biferno (e non Tigri ed Eufrate!)! Una strana sensazione mi pervade: sento mia la battaglia per il trenino di Casella, mi arrabbio per i furti di Manesseno, non sopporto piu’ la poca sicurezza nella viabilità di via Poirè, ruglio come un orso per i problemi di Sant’Olcese, ad un signore che parcheggia in seconda fila dico che “da noi in Liguria queste cose non succederebbero mai”… mi sto rapidamente trasformando da meridionale.doc ad una sorta di “ligurtar” in un film con trama velatamente angosciante.

Prendo dagli scaffali vecchi libri di storia di tal Posidonio di Apamea, ma li trovo meno rassicuranti di quelli di Diodoro il Siculo (sarà il nome?!). Leggo e rileggo fino a scoprire che i miei problemi potrebbero derivare da una discendenza legata alla venuta dei Liguri nel mio Sannio nel 180 a.C. in seguito alla deportazione di una intera comunità di Liguri Apuani (47000), puniti -come noi Sanniti- per la fiera opposizione al dominio di Roma. Posidonio sembra insinuare: “Signori miei, e voi pensate che 47.000 Liguri, con relative famiglie, che si stabiliscono nel territorio sannita per secoli formando addirittura due comunità, Bebiani e Corneliani (-allora non erano ancora divisi in genoani e semperdoriani-), non siano riusciti a disperdere il loro patrimonio “genetico” (leggi seme) nell’intero territorio?!” La domanda appare retorica, ed il quadro si rafforza nelle parole del Siculo che ne descrivono i caratteri (mi chiedo se avrà contribuito anche mia madre): “..tenaci e rudi, piccoli di statura, asciutti, coraggiosi e nobili, dalla capigliatura lunga ed irsuta, nervosi, abitano una terra sassosa e spesso sterile, trascorrono un’esistenza faticosa, a tratti infelice per gli sforzi e le vessazioni sostenuti nel lavoro…”

Addirittura, un medico dell’Università del Molise con molti anni passati a Genova, e da me interpellato per un consulto, al pagamento dice che potrei avere nel DNA la presenza di un cromosoma Y e mitocondriale (sono davvero malato, sic!), una specificità dei soli Liguri trasmessa ai Sanniti nei secoli passati, responsabile del forte “senso di economia” che mi prende ad ogni pagamento, soprattutto del suo onorario… Il riscontro genera altro brivido, lo ammetto!, la mia vita improvvisamente manca di baricentro. Come farò a spiegare agli amici del Bar dello Sport del mio paese che non potrò piu’ concedermi con loro all’ozio, pervaso come sono da un patologico senso di attivismo?! Che non potrò piu’ passare intere serate a parlare del Nulla per non sottrarre tempo al lavoro oppure non concedermi piu’ a momenti di pura convivialità per non sottovalutare gli impegni presi?! Sarò per loro un nemico, a rischio infettivo e per questo allontanato… Disperato, devo reagire!

Torno a Genova per sondare il mio “auto-disadattamento”: provo a sperimentare per strada la reciproca diffidenza a dimostrazione della mia diversità etnica. I risultati non sono incoraggianti: cammino, sorrido e ricevo sorrisi da tutti, sono uno di loro, entro nei negozi, mi trattano con estrema gentilezza e mi viene di abbracciare tutti come ritrovati parenti, cammino nei carruggi certo di conoscerne ogni angolo, parlo fluentemente genovese e (udite, udite) senza teatrali gestualità… insomma, mi sento a casa! Scalciando una pietra per strada, preso dai miei pensieri, finisco per colpire un cane che rabbioso mi abbaia intercalando frequenti “baulin” o qualcosa del genere, che tradiscono la sua chiara origine ligure. Il cane mi spaventa oltremodo, non accetto l’idea di dover essere deportato nel Sannio (ma dove sarà mai ‘sto Sannio?!) solo perchè due sconosciuti consoli romani costringono me e la mia gente a questo drammatico viaggio senza speranza! La fierezza mi pervade, proprio come Akram con i suoi faraoni… già Akram….fierezza… faraoni… padri… In preda a questi pensieri, rinsavisco grazie alla voce perentoria di Akram: “Amico, sveglia vorrei chiudere il ristorante stasera.”, che dissipa improvvisamente i fumi delle sue alici fritte e del fondo di bicchiere. Torno subito in albergo, domani mattina avrò una riunione importante in cui dovrò presentare il lavoro della mia Unità di Napoli.

Prima di sedermi al tavolo della riunione, ripenso alla sera precedente: mi compiaccio dello scampato pericolo con un debole sorriso, poi prendo la parola esordendo con ritrovata fierezza: “…Sciûsciâ e sciorbî no se pêu, chi veu stâ ben piggie o mondo comme o ven… Oh mio Dio …”

Una storia incredibile, o forse solo poco credibile, non trovate?

*Giampiero Pepe, del Dipartimento di Fisica dell’Università Federico II di Napoli

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