904

 Domenica 23 dicembre 1984. Enza aspetta suo nipote che deve accompagnarla alla stazione centrale ed è stranamente in ritardo. Cinque giorni prima è mancata sua madre ed ora che tutte le dolorose formalità sono state espletate, vuole raggiungere la più grande dei suoi tre figli, che sta a Milano, per trascorrere tutti insieme il Natale; per staccarsi qualche giorno da quella Napoli che le ricorda troppo dolore, troppa sofferenza. Insieme a lei viaggeranno gli altri due figli Alessandro e Gianpasquale di dieci e dodici anni. Il nipote finalmente arriva, ma quel viaggio verso la stazione è funestato da strani accadimenti; va tutto storto. Addirittura, a trecento metri dalla stazione, si bucano due gomme e bisogna proseguire a piedi. Sembra quasi che qualcosa voglia impedirle di prendere quel treno, ma Enza è una tosta, alla fine ce la fa.


Sale sulla carrozza numero nove per il rotto della cuffia, in seconda classe. Dietro di lei, per ultimo, sale anche il capotreno che le dice che più avanti c’è un po’ più spazio e con i bambini potrà stare più comoda. Enza accetta il consiglio di buon grado e si sposta di cinque scompartimenti in avanti. Intanto si sono fatte le 12 e 55 ed il rapido 904 lascia il binario numero undici alla volta di Milano carico di gente vociante e felice di raggiungere i propri cari per il Natale, ma anche di persone che viaggiano su tratte più brevi per lavoro.

Forse Carmine Lombardi, commesso in un negozio del camorrista latitante Giuseppe Misso, proprio così aveva intesa la strana missione che solo a mezzogiorno il suo principale gli aveva affidato: un viaggio di lavoro. Doveva prendere il primo treno per Roma dove lo stesso Misso, o qualcun altro, gli avrebbe consegnato due pacchi da lasciare sul treno, scendere a Firenze e tornare indietro. Un po’ strana come commissione, ma meglio non chiedere niente: in certi ambienti lavorativi la curiosità è la prima causa di morte.

Il treno sferraglia velocemente con in testa una locomotiva della serie E656 Caimano, capace di trainare in alcuni tratti le sue 15 carrozze alla velocità di 150 km/h. Arriva a Firenze alle 18 e 15; qui sale ancora tante altra gente, tra loro Loretta, 37 anni. Loretta deve raggiungere Milano, lavora per Rete A, un’emittente locale molto seguita e, appena arriva, deve occuparsi della messa in onda. Trova posto anche lei nella carrozza numero nove. Vorrebbe riposare un po’, ma una famiglia sta ascoltando canzoni napoletane da una radio a transistor e la disturba; così sceglie di cambiare posto e passa alla carrozza successiva, la numero dieci, dove finalmente riesce ad appisolarsi.

Alle 19,05, il treno, lasciatosi alle spalle la stazione di Vernio, imbocca alla massima velocità la Grande Galleria dell’Appennino. Tre minuti più tardi, quando il convoglio ha già percorso più di otto chilometri nel ventre della montagna ed è praticamente a metà del tunnel, uno scoppio fortissimo squarcia letteralmente la carrozza numero nove situata a centro treno. Enza, che sta gesticolando mentre – per ironia della sorte- parla amabilmente con gli altri viaggiatori di quanto sia più sicuro e rilassante viaggiare in treno, sente le mani bloccarsi per effetto della fortissima compressione.

Il tempo sembra dilatarsi quando, nell’emergenza di salvarti la vita, il cervello registra ogni particolare circostante e drogato d’adrenalina elabora scenari e calcola le traiettorie degli oggetti che ti stanno precipitando addosso per capire da che parte ripararsi. Un’infinità di dati che rimarranno impressi per sempre nella tua memoria impedendoti di dimenticare.

Loretta nonostante gli occhi socchiusi viene abbagliata dalla luce accecante dell’esplosione e si trova sbalzata fuori dal vagone con una frattura ad una gamba. All’interno pacchi e valige cascano addosso ai passeggeri, c’è sangue dappertutto, pezzi di corpi mutilati che l’esplosione ha proiettato ovunque; salta la luce a bordo, su tutto vince il buio pesto della galleria più lunga d’Italia.

Loretta riesce a muoversi, è lucida anche se probabilmente non ha ancora realizzato che la sua repulsione per la canzone napoletana gli ha salvato la vita come ad Enza ed ai suoi due figli l’ha salvata il consiglio del capotreno.
Si sentono grida disumane e strazianti, il controllore Gian Claudio Bianconcini, al suo ultimo viaggio in servizio prima d’andare in pensione, urla di non scendere dal convoglio, potrebbero esserci altre esplosioni. È ferito alla nuca ma riesce a contattare i soccorsi da un telefono di servizio presente in galleria.

Fa freddo a dicembre nel ventre dell’Appennino.

Bianconcini, insieme al capotreno e all’altro personale di bordo, organizza i soccorsi nell’immediato facendosi aiutare anche dai passeggeri che non hanno subito danni.

I Soccorsi, quelli veri, arriveranno solo un’ora e mezza più tardi, bloccati dal fumo denso che fuoriesce dalla galleria. I feriti vengono trasportati sulle carrozze integre di testa, che vengono sganciate e condotte alla stazione di San Benedetto Val di Sambro. Oltre a Enza e Loretta sono rimaste ferite altre 265 persone. Sedici i morti, tra loro tre bambini di quattro, nove e dodici anni.
Una strage che sembra far ripiombare l’Italia in quegli anni bui della strategia della tensione e del terrorismo da cui stava, da poco e a fatica, uscendo.

Le indagini, però, coordinate dal sostituto procuratore Pier Luigi Vigna della Procura di Firenze, sembrano da subito prendere un’altra piega. L’analogia con la strage dell’Italicus, il treno esploso dieci anni prima nella stessa galleria, è lampante, si capisce subito che è un avvertimento. Ma da parte di chi e, soprattutto, perché?

La strage, scoprirà Vigna, è stata perpetrata usando un telecomando. E proprio due valigette contenenti telecomandi a lungo raggio vengono ritrovati Il 29 marzo dell’anno successivo durante una perquisizione al quartiere Prati in casa di Guido Cercola, luogotenente a Roma del più famoso Pippo Calò, il faccendiere che curava gli affari di Cosa Nostra nella capitale, con conoscenze nel campo della malavita, della massoneria e della politica.

Cercola confessa che a fabbricare il telecomando è stato un tecnico tedesco di nome Friedrich Schaudinn, il quale, a sua volta, racconta di averne prodotti una serie di dodici – manco fossero uova – e di averli consegnati a Cercola per 18 milioni pagati da un certo signor Aglialoro, così si faceva chiamare Calò. Ma nelle valigette di telecomandi ne sono stati rinvenuti soltanto undici, è chiaro agli inquirenti che manca proprio quello usato per la strage.

Di lì a poco, l’11 maggio 1985, nella cantina di un casale  a Poggio San Lorenzo, in provincia di Rieti, vengono ritrovati detonatori, tritolo e panetti di Semtex, l’esplosivo al plastico usato per la strage. Il proprietario dirà che che il casale per un periodo è stato affittato ad un tal signor Aglialoro. Bingo, sembrerebbe. Ma le cose non sono così semplici.
A Napoli, in questura, qualcuno ricorda di avere sentito qualche settimana prima di Natale un ex poliziotto, Carmine Esposito, raccontare di aver saputo che si stava preparando un attentato ad un treno per il giorno della vigilia. Gli stessi che allora non diedero peso alla sua segnalazione adesso lo interrogano per sapere dove abbia appreso la notizia; ed Esposito, che sostiene di averla ottenuta da una cartomante, finisce in manette con l’accusa di reticenza. L’arresto dell’ex poliziotto è il segnale che le indagini hanno imboccato la strada giusta, Misso capisce che è ora di togliere di mezzo il ragazzo di bottega che aveva piazzato l’esplosivo sul treno: lombardi viene ucciso con tre colpi di di pistola alle 22,10 del 5 marzo 1985.

Personalità complessa quella di Carmine Esposito. Esponente della formazione di estrema destra Avanguardia Nazionale, frequenta la banda di Giuseppe Misso, un rapinatore di banche che controlla il rione Sanità a Napoli ed ha agganci con la camorra. Misso, soprannominato o’ fascista per le sue idee politiche, nei giorni successivi alla strage ripara in Brasile dove si sottopone ad un intervento di plastica facciale per cambiare i connotati del viso.

Quando il 27 luglio dell’85 il clan Misso viene decimato da una retata, qualcuno degli arrestati inizia a cantare e parla anche della strage al treno. Mario Ferraiuolo e Lucio Longo rivelano che una parte dei proventi delle rapine venivano destinati all’attività politica e che nelle settimane precedenti la strage c’erano state delle riunioni segrete a cui aveva partecipato un parlamentare, Massimo Abbatangelo esponente dell’MSI, a cui Misso aveva finanziato la campagna elettorale. Abbatangelo è stato addirittura accusato dai pentiti Ferraiuolo e Longo di aver consegnato cinque chili di esplosivo al clan Misso qualche giorno prima della strage.

Insomma la matassa che gli inquirenti tentano di dipanare mostra intrecci tra mafia, camorra e politica. Ed il movente può essere soltanto uno: costringere gli apparati dello stato a guardare altrove, a non continuare a concentrare su mafia e camorra sforzi che stavano dando frutti insperati, facendo credere all’opinione pubblica che il nemico numero uno fosse ancora il terrorismo. Una strategia inedita per le due formazioni che arrivano al 1984 sfiancate da lotte feroci i tra i vecchi e nuovi clan.
Dalla primavera del 1981 all’autunno del 1983 nelle quattro province della Sicilia occidentale vengono uccisi milleseicento mafiosi: i Corleonesi stanno decimando la vecchia mafia politica parlemitana.

Negli stessi anni, a Napoli, la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo viene sconfitta da un clan emergente, la Nuova Famiglia.

Nel 1983 un blitz porta all’arresto di 856 persone che si suppone siano esponenti della formazione di Cutolo.
Nel luglio del 1984 Buscetta, a cui i Corleonesi durante la sua permanenza in Brasile hanno decimato la famiglia, viene estradato in Italia e non condividendo i metodi sanguinari della nuova mafia, ma soprattutto per vendetta, decide di collaborare consegnando al Giudice Falcone la chiave per decifrare Cosa Nostra. Vengono arrestati 450 mafiosi e si istruisce il Maxi Processo che verrà celebrato a partire dal febbraio del 1986.

I Corleonesi e la Nuova Famiglia, vincitori sulla vecchia mafia e sulla vecchia camorra, stanno cedendo sotto i colpi dello Stato che usa gli strumenti del pentitismo rivelatosi decisivo contro il terrorismo. Quello che era considerato un sodalizio inedito tra le due organizzazioni criminali nato allo scopo di fare affari, diventa anche un fronte comune per fermare l’offensiva delle istituzioni. Esponenti romani di questo fronte sono proprio Pippo Calò e Giuseppe Misso.
Attentati e minacce ai familiari inducono i due collaboratori Ferraiolo e Longo a ritrattare nell’ottobre del 1988. Nello stesso tempo Friedrich Schaudinn, agli arresti domiciliari con l’accusa di aver costruito l’ordigno utilizzato nella strage, riesce ad evadere e a fuggire in Germania, aiutato dal consolato tedesco e, secondo Vigna, dai servizi segreti italiani; l’Italia, tanto per dire, non ha mai chiesto l’estradizione di Schaudinn.

È il 1989, inizia la serie dei processi che si concluderà solo nel 2014.

Si parte col processo di primo grado. la Corte d’Assise di Firenze condanna all’ergastolo, Pippo Calò, Guido Cercola e Giuseppe Misso; Schaudinn venne condannato a 25 anni.

Nel processo di secondo grado del 1990, vengono confermate le condanne a Calò e Cercola, Misso viene assolto per il reato di strage e condannato invece per detenzione illecita di esplosivo; Schaudinn viene assolto per il reato di banda armata e condannato per il reato di strage a 22 anni.

Nel 1991 il mitico giudice Corrado Carnevale, soprannominato non a caso l’ammazza sentenze, annulla il processo d’appello e rinvia tutto alla Corte d’Appello di Firenze che, nel marzo del 1992, conferma gli ergastoli per Calò e Cercola, condanna Schaudinn a 22 anni e riduce la condanna di Misso a tre anni per detenzione di esplosivo.

Il 18 febbraio 1994 la Corte di Assise di Appello di Firenze emette il giudizio anche per il parlamentare Massimo Abbatangelo, la cui posizione era stata stralciata dal processo principale. Abbatangelo viene assolto dal reato di strage e condannato a sei anni per la consegna dell’esplosivo a Misso. Le famiglie delle vittime fanno ricorso in Cassazione, perdono e devono pagare le spese processuali.

Nel 2010 una nuova inchiesta, condotta dai pm napoletani Paolo Itri e Sergio Amato porta a risultati inaspettati. Il pentito Giovanni Brusca racconta che, nell ’86, venne contattato da Calò, che gli chiese di far sparire dell’esplosivo che lui aveva nascosto a San Giuseppe Jato, ed aveva la stessa provenienza del materiale che era stato rinvenuto nella cantina della villa di Rieti ed era stato usato anche nella strage di via D’amelio in cui morì Paolo Borsellino. Brusca girò la richiesta a Riina, che però risponde di lasciar stare l’esplosivo là dov’è. Il Boss dei boss nel maggio del 2013 viene quindi rinviato a giudizio come mandante della strage di Natale; verrà assolto ad aprile del 2015 per insufficienza di prove.

Un’altra strage senza mandanti; ancora una volta l’ombra del coinvolgimento di apparati dello stato e della massoneria in un crimine efferato.
Intanto la gente muore portando nella tomba frammenti  di verità inconfessabili.

Per i parenti delle vittime del Rapido 904 quello alle porte sarà il trentunesimo Natale passato senza che il treno della giustizia sia giunto a destinazione.

Claudio Di Tursi

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