Lattuga sì Lattuga no (puoi dir di sì puoi dir di no ma questa è la vita)

 
Lo strano caso della Carnegie University

di Giampiero Pepe*

#nonamolaverdura: era il mio hashtag qualche anno fa, quando mia madre portava in tavola l’insalata e per me si consumava un piccolo dramma con le sue “esortazioni” prima benevole (dai l’insalata fa bene, ti aiuta a diventare grande…), poi perentorie (ogni volta questa storia: il cibo viene dal Signore e non possiamo rifiutarlo…), poi addirittura minacciose (non ti alzi dal tavolo se non mangi almeno quattro foglie di insalata…). Sono cresciuto all’ombra dell’amletico dilemma “lattuga si lattuga no” fino a quando da studente universitario fuori-sede la vituperata lattuga acquistò un posto significativo nella mia dieta monòtona di spaghetti e polpette. In seguito, pensai anche di abbandonare radicalmente la carne: erano gli anni Ottanta e come molti pensai di condurre le mie rivoluzioni partendo dalla tavola. Ma ripiegai alla fine per una scelta dietologicamente (esiste la logica nella dieta?!) mista, convinto che mangiare tutto ma con moderazione fosse giusto. Sposai dunque Orazio con il suo Est modus in rebus, apprezzando colori e sapori della dieta mediterranea fatta di verde lattuga ma anche di intriganti filetti…..

Una storia normale la mia, con dubbi ed incertezze a corredo di scelte consapevolmente sbagliate per non rinunciare ai piaceri del cibo… ero convinto fino a qualche giorno fa, quando mi è capitato di leggere lo strano studio della Carnegie Mellon University, secondo cui mangiare lattuga farà anche bene alla salute ma fa malissimo all’ambiente. La notizia mi colpisce per la sua stranezza (come tutti ho a cuore il nostro pianeta) ma mi fa sperare di poter pesare meno uno degli errori della mia vita, decido quindi di indagare …

Basandosi sulle Linee Guida del Governo USA (2010) per limitare obesità e sovrappeso nei bambini americani, i ricercatori della Carnegie University hanno esaminato l’impatto energetico di tre possibili scenari: (1) semplicemente meno calorie senza cambiamenti dietetici (solo moderazione nel mangiare); (2) molta più frutta e verdura ma senza riduzione delle calorie (sostituiamo carne con vegetali ma con le stesse calorie); (3) molte meno calorie e dieta di sole frutta e verdura. I risultati sono sorprendenti soprattutto per lo scenario (3) che -udite, udite- farebbe aumentare per il nostro pianeta il consumo di energia (+38%), acqua (+10%) ed i gas serra (+6%). Incredibile! Uno degli autori Michelle Tom si difende dalle prevedibili accuse sottolineando che lo studio, simulando il fabbisogno a parità di calorie (es. costi energetici stimati per 1000 calorie provenienti da due fettine di pancetta oppure da 3 ceppi di lattuga oppure…), vuole solo far riflettere i politici che definiscono le LineeGuida dei nostri comportamenti a tener conto di tutte le possibili implicazioni (anche quello meno attese) nella ricerca delle opzioni veramente sostenibili. La chiave di questi risultati è tutta nel ruolo del trasporto nella catena alimentare, dalla coltivazione al trasferimento al banco di distribuzione, dallo stoccaggio alla parziale/totale trasformazione. Sentite questa: solo considerando un aumento di peso medio della popolazione (americana) come quello degli ultimi decenni si avrebbe nei prossimi 50 anni un consumo considerevole di carburante per il trasporto (verdure incluse!) ed una conseguente emissione (extra) di 1.1 bilioni (milioni di milioni) di mc di CO2. Sembrerebbe un disastro, mai avrei pensato che la verde e soffice lattuga potesse portare a simili danni!

Da buon investigatore decido di sentire altri testimoni: convoco il NEIC (Centro Internazionale di Ecologia della Nutrizione), che boccia come “assurda” la sintesi “lattuga più dannosa della carne per ambiente” e contesta la premessa dello studio, cioè il confronto “a parità di calorie”, che non regge se i due cibi (es. lattuga e pancetta) hanno contenuti calorici molto diversi: mangiare due fette di pancetta è equivalente a mangiare “diversi” ceppi di lattuga, e ciò dimostra il carattere irrealistico della ricerca.

Respiro soddisfatto, sento scampato il pericolo da certezze demolite..sapevo che nella nostra alimentazione quotidiana il fabbisogno calorico non si ricava né dall’acqua né dalle verdure ( danno fibra, vitamine, minerali, etc…) ma da cereali, legumi, olio, etc…sentirlo ripetere ora allontana la mia innata ipocondria, ed anche la mia mente ne esce rassicurata: mi dicono che per 1kg di carne occorrono 15kg di vegetali, ed è chiaro che coltivando direttamente i vegetali solo per il consumo umano necessiteremmo di molti meno vegetali, o con gli stessi nutriremmo molte più persone. Mi ricordo anche dell’episodio di cronaca che ispirò il documentario Cowspiracy, una denuncia sulla scarsa sostenibilità delle produzioni bovine: qualche anno fa in Germania esplose una stalla per effetto del metano rilasciato all’interno dalle mucche. Aldilà della facile ilarità, l’incidente propose in piccola scala un problema potenziale di futuro inquinamento atmosferico da abnorme fermentazione enterica legata alla digestione dei ruminanti (bovini, capre e pecore), destinati ad aumentare oltremodo se la produzione di carne nel 2020 raddoppierà per consumi e crescita demografica.

La mia mente (e forse il mio cuore) sembra propendere per una conferma delle vecchie convinzioni che mi appaiono ancora sostenibili, ma sento il dubbio insinuarsi. Con il cappello scozzese e la pipa cammino alla ricerca di una risposta a: dieta vegetale salutista ma inquinante (lattuga si) oppure dieta carnivora ma rispettosa dell’ambiente (lattuga no) ?! La domanda mi suona riduttiva e mal posta, lo ammetto!, ma sento che la ricerca ha spiazzato le mie convinzioni. Decido di rivolgermi a chi ne sa di più: tra dotti, medici e sapienti interpellati finisco per apprezzare il gratuito consulto del Dott. P. Aureolus von Hohenheim detto Paracelso che -semplicemente ma saggiamente- mi ricorda che “…è solo la dose che fa il veleno”. In silenzio rifletto, ancora una volta decido di dargli ascolto e così archivio lo strano caso della Carnegie University.

Giampiero Pepe, Dipartimento di Fisica dell’Università Federico II di Napoli



 

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