Il mare e l’architettura

Il mare e l’architettura:

….Si guardò le spalle e vide che la terra era scomparsa:..forse lui verrà fuori con la luna, forse verrà fuori con l’alba

  
di Giampiero Pepe*

Cosa avranno mai in comune il mare e l’architettura? La risposta potrebbe essere non banale se sgombriamo subito il campo da tecnicismi urbanistici. Proviamo a cercare oltre, come il mare sembra talvolta suggerire….
Facciamoci aiutare magari dalle parole di Renzo Piano, che sull’argomento è persona informata dei fatti: 

…il mare ti racconta l’orizzonte dell’altrove come bisogno primario, il mio mare poi, il Mediterraneo, è un po’ come un registratore che per migliaia di anni ha incamerato suoni, voci, profumi, odori, grida, colori. …Una sorta di brodo di cultura, che contiene una cosa che la terra non ha: le vibrazioni della luce. L’acqua rende le cose piu’ belle, e l’acqua salata ancora di più perchè è un’acqua più libera, più primitiva.

(intervista su Ulisse, Gennaio 2016)

E’ proprio vero, il mare ti rapisce con la bellezza dei suoi colori o con gli scenari di cui è assoluto protagonista, grazie alla luce ed ai suoi eterni e sublimi giochi. Inoltre, lui è lì, da sempre, a ricordarci la storia dell’uomo -e non solo- in un modo insolitamente e silenziosamente leggero, ma con una potenza evocatrice che si sprigiona senza pesi e vincoli sfidando “…una legge di natura testarda come la gravità”.
L’architettura è espressione umana, si sa, e tante volte riesce ad essere arte, a catturare la leggerezza propria di momenti come quelli che viviamo di fronte al mare: essa riesce a dare forma alle sensazioni, le fa diventare luogo dove celebrare indefinitamente l’antico rito dello stare insieme e della conoscenza. Non trovate che sia bellissimo assistere a questo miracolo, quando le nostre emozioni prendono forma, e dentro si accende una gioia intima per la familiarità con un luogo che mai prima avevate visto?! Credo che sia la stessa familiarità che proviamo di fronte ad un’opera d’arte oppure di fronte al mare, certo!, dove raccogliamo la voce che parla di noi, della nostra vita e della nostra storia in una naturale cornice di suoni e colori.

L’architettura è dunque lo strumento per percepire e dare forma alle cose belle della nostra vita, come il mare spesso suggerisce…eccolo il legame….ed ad essa chiediamo (come facciamo con noi stessi) di rendere durevole (talvolta vorremmo eterna) quella sensazione catturata, sfidando il tempo e sopravvivendo ad esso. E non c’è una forma privilegiata per l’architettura, come dice Piano, ma c’è un luogo simbolo deputato a seminare questo momento di incontro: la scuola. Non la scuola dei banchi ma il luogo-scuola, un posto dove abilitare le persone al sogno, la scuola che -come forma-.nel tetto deve avere il posto più vivibile, vero ed unico laboratorio di avviamento alla scoperta! E sul tetto bisognerebbe portare i bambini per mano e far si che essi imparino l’incanto derivante dalla vista del mondo dall’alto: dal tetto si può scoprire il cielo, avvertire il peso della vastità del creato, vedere la linea immaginaria di confine tra il mare e l’incognito, percepire il brivido dell’avventura e dell’ignoto, da sempre e per sempre stimolo di conoscenza. 

E se l’adolescenza coprirà tutto questo con altri interessi, nella vita quelle sensazioni un giorno si risveglieranno e quell’incanto si riaccenderà: e solo allora avremo la certezza che il mare, la sua leggerezza e la potenza evocatrice dell’architettura scaturita da quelle sensazioni saranno riusciti ancora una volta a seminare la conoscenza e la bellezza, già quella “buona” o forse solo quella che ci rende più buoni.
*Giampiero Pepe, Dipartimento di Fisica dell’Università Federico II di Napoli.

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