LA CEMENTIFICAZIONE CANCELLA LA PICCOLA AGRICOLTURA

 Di Flavio Poggi*

In poco più di trent’anni l’agricoltura in Italia ha perduto più di 3 milioni di ettari di terra e quasi 2 milioni di aziende agricole, soprattutto di media e piccola dimensione, a fronte di un aumento della popolazione di oltre 3 milioni di bocche da sfamare. Queste superfici, inizialmente concentrate nelle aree montuose, più difficili e meno redditizie da coltivare, si sono man mano estese anche alle aree di collina e pianura e sono state quasi ovunque sostituite da aree urbanizzate. Il suolo urbanizzato per abitante è passato da 167 mq per abitante negli anni ’50 a 345 mq al giorno d’oggi.
Sino a poche decine di anni or sono sulle tavole degli italiani si mangiavano prodotti di prossimità, gli attuali “chilometro zero”. Tempi e abitudini ormai quasi dimenticate. Certo, la vita era allora spesso più difficile di oggi. Sarebbe, quindi, miope evocare idilli bucolici frutto più della fantasia che della dura realtà dei tempi andati. E, tuttavia, anche il nostro attuale stile di vita non è perfetto sotto ogni punto di vista e desta non poche preoccupazioni. Al punto che lo stesso Pontefice si è preso la briga di additarle nella sua più recente Enciclica: si parla del saggio governo delle risorse naturali ed alimentari, definendola la “cura della casa comune”. Il “consumo di suolo”, in altri termini la cementificazione del territorio, è una questione decisiva per il futuro agricolo e, quindi, alimentare del nostro Paese, a tutela di una risorsa che, una volta “guastata”, è impossibile riparare.

Le responsabilità di quanto sta accadendo sono da ricercarsi:

• nella cattiva pianificazione territoriale;

• nella pressione da parte delle imprese edili, che rappresentano una forte lobby socio-economica per il numero di posti di lavoro che garantiscono, per realizzare nuove costruzioni;

• nella tendenza dei Comuni a “fare cassa” con gli oneri di urbanizzazione;

• nella proliferazione dei grandi centri commerciali alle periferie delle città;

• nella tendenza ad abbandonare le vecchie costruzioni piuttosto che ristrutturarle o ricostruirle;

• nel moltiplicarsi di villaggi residenziali che alimentano il sogno della villetta unifamiliare.

Nel giro di 10 anni, fra il 2000 ed il 2010 ha chiuso la metà delle aziende agricole più piccole, con meno di due ettari di terra coltivata, quelle, cioè, la cui produzione è destinata principalmente all’autoconsumo ed al consumo locale.

Nei prossimi giorni le Commissioni riunite Ambiente ed Agricoltura dovrebbero approvare il testo di una proposta di legge per il contenimento del consumo di suolo, che sarà poi discusso alla Camera dei deputati. Principale promotore di questo testo è l’ex Ministro delle politiche agricole del Governo Monti Mario Catania, oggi deputato di Scelta Civica, con il sostegno del Movimento 5 Stelle e di Sinistra Italiana. Lo stesso Catania, tuttavia, in recenti interviste ha chiaramente denunciato che l’iter della proposta in Commissione è stato in ogni modo ostacolato, al punto da durare ormai da due anni e mezzo, ed il testo è stato stravolto al punto da divenire scarsamente efficace e di difficile applicazione.

Certo, i dati nazionali riflettono soprattutto la situazione delle aree di pianura, eppure questa analisi è tranquillamente applicabile anche sul nostro territorio, dove a sparire più che le vere e proprie aziende agricole, che forse sono sempre esistite in numero estremamente esiguo, sono gli orti ed i frutteti familiari, quelli destinati alla produzione per autoconsumo. Quella che veniva definita “agricoltura di sussistenza”. Da noi non esistono aree pianeggianti ad evidente vocazione agricola di livello “aziendale” e le poche aziende agricole esistenti sono davvero “eroiche”, per le condizioni nelle quali riescono a mantenersi. La morfologia del nostro territorio, invece, soprattutto in alta valle, è dotata di molte aree di modesta estensione con basse pendenze. Un tempo erano i vigneti, i frutteti e gli orti che sfamavano Sant’Olcese e rifornivano Genova. Queste colture sono state in grande maggioranza abbandonate ed oggi i terreni, se non già urbanizzati (come nella zona di Manesseno e Comago), sono occupati nella migliore delle ipotesi da prati ma, in larga parte, sono stati riconquistati dal bosco o sono invasi da rovi e sterpaglie. Chiaramente, per gli stessi motivi morfologici, queste stesse aree sono anche le più appetibili da un punto di vista urbanistico, infatti il Piano Regolatore vigente le destina in gran parte alle zone di nuova espansione residenziale. Certo, bisogna sempre evitare gli estremismi. A volte una nuova casa può essere un nuovo presidio in una porzione di territorio in abbandono e garantirne il recupero. Lo stesso non si può dire di certo per le speculazioni edilizie, però!

Alla luce di questi nuovi dati ci sentiamo di ribadire ulteriormente l’urgenza di mettere mano alla pianificazione urbanistica comunale e limitare fortemente la possibilità di nuove edificazioni in un Comune fra i più cementificati dell’entroterra ligure (dati ISPRA), che negli ultimi decenni ha già subito forti pressioni edilizie. Ogni metro quadro di nuovo cemento è un metro quadro di suolo agricolo perso per sempre, questo occorre sempre tenerlo ben presente quando si amministra un territorio. Perché chi amministra oggi ha la responsabilità non solo per i cittadini che votano, ma anche e soprattutto per quelli che voteranno domani e dopodomani.

*Flavio Poggi è Consigliere Comunale per il Comitato Indipendente per Sant’Olcese

(Fonte dati Vita in Campagna n. 4 – Aprile 2016 Ed. L’Informatore Agrario s.r.l)

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2 Pensieri su &Idquo;LA CEMENTIFICAZIONE CANCELLA LA PICCOLA AGRICOLTURA

  1. Il Piano territoriale regionale, in fase di definizione, prevede agevolazioni cementificatorie proprio nelle aree agricole per favorire il ritorno all’agricoltura e la manutenzione del territorio. C’è di che rimanere perplessi….

    • Già….il tema della possibilità di costruire nei terreni agricoli con l’obiettivo di garantire gestione, manutenzione e ripristino di porzioni di terreni agricoli in abbandono è questine ormai vecchia e, tuttavia, ancora molto dibattuta. Questo principio era stato promosso già con la vecchia Legge Urbanistica Regionale del 1997, nella quale si prevedeva la possibilità di realizzare nuove costruzioni a uso residenziale subordinandole alla stipula di una convenzione con il Comune. La convenzione doveva, appunto, certificare che le attività agricole e di manutenzione venissero effettivamente svolte per un congruo periodo di tempo. Da colloqui informali avuti a più riprese con tecnici di area urbanistica, mi è stato riferito che il tentativo svolto si è rivelato un sostanziale fallimento. Purtroppo, però, non ho dati oggettivi per sostenere questa affermazione. Indubbiamente, questo principio continua ad esercitare un notevole fascino sull’opinione pubblica. Sarebbe molto interessante avere un dossier specifico su questo tema a distanza di vent’anni dall’approvazione della Legge Urbanistica Regionale….Anzi, se sei in possesso di informazioni in proposito……

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