Otranto e le sue voci di dentro… dove storia e leggenda danno forme al mondo

 

di Giampiero Pepe

 

…dedicato ad Asia Bibi che coraggiosamente vive una ingiusta condanna

 

Siete mai stati ad Otranto, la piccola perla del Salento, regina di un mare dalle verdi insenature, con stradine strette e bianche in cui respirare i profumi profondamente unici del Mediterraneo? E’ una città che sembra esistere per sussurrare al visitatore la sua passata maestosità, quasi suggellata dal suo bastione aragonese costruito sul mare per proteggere dal mare. Ho scoperto Otranto nel 1983, ben prima quindi che la “marea turistica” trovasse nel Salento una meravigliosa sintesi di sole, mare, musica, storia, e gastronomia. Nonostante l’assordante invasione, qualcosa della Otranto antica è però sopravvissuta, e talvolta arriva dritto al cuore del visitatore sensibile: è un eco sommesso di grida e sottili lamenti, quasi un venticello che si insinua su per i vicoletti antichi, giungendo -come dice un’antichissima leggenda idruntina- dal mare, forse dalla vicina Albania.

Il mio amico Pantaleo lo incontri seduto al bar vicino alla cattedrale, e come altri vecchietti è lì per tramandare storie e leggende, che anche Roberto Cotroneo ha ripreso nel suo romanzo Otranto (1997): il magnetismo dei racconti di Pantaleo è un motivo per tornare spesso in questa città. Eccone alcuni…

Otranto ancora oggi vive nel ricordo di un drammatico mattino del 1480, quando fu saccheggiata e distrutta dai turchi ottomani arrivati dal mare, che per una jihad anzitempo martirizzarono 800 cristiani, e con loro lattanti e madri e spose, che per quei bambini e mariti alzarono quelle grida che oggi ancora riecheggiano. Pantaleo dice che, sedendo sui bianchi scalini di una qualunque stradina del centro storico e chiudendo gli occhi, puoi riuscire a rivivere quel drammatico giorno, con la gente che scappa ed urla in una commistione violenta di vittime imploranti e carnefici che brandiscono spade barbariche con cui seminano morte in nome di un Dio e contro un Dio. Si può addirittura sentire l’odore di quel sacrificio nell’aria calda che ti sfiora le membra, e perfino scorgere il rosso del martirio sparso sulle bianche pietre che dovevano essere solo l’immagine del sole sulla terra.

 La storia ha dell’incredibile… Il vecchio Pantaleo dice che talvolta nelle stradine del centro è possibile incrociare anche qualcuno di quei martiri, fantasmi che ancora vagano alla ricerca di una sepoltura che allora fu negata con disprezzo, quasi a testimoniare una storia non ancora finita a ridosso di quel mare. E’ lo stesso mare che in quel mattino del 1480 sollevò un vento che portava con sé un odore acre di furore e distruzione, combinando le sue note saline con quel canto di grida dolorose. Le parole di Pantaleo mi fanno pensare… deve essere stato così anche per Adamu, 28 anni, cristiano nigeriano, quando, rifiutando la conversione forzata all’Islam, ha affrontato la decapitazione, che solo la fretta dei carnefici nell’abbandonarne il martoriato corpo è riuscita a salvarlo. Adamu -e come lui tanti altri cristiani oggi perseguitati- è la rappresentazione vivente dei martiri di Otranto: lui cammina per davvero nel mondo, come fanno i fantasmi per le strade di Pantaleo, e sono lì a testimoniare l’ardore di un gesto indescrivibilmente coraggioso (offrire al boia la propria testa) onorando con la vita un Pensiero più grande di una semplice, devastante violenza.

 Pantaleo conviene con la mia interpretazione, convinto da sempre che Otranto sia la visione profetica di un futuro non ancora disegnato dal momento che quelle distruzioni continuano al grido sprezzante -oggi come ieri-“Crociato superbo, lascia ciò che non è più casa tua!”: Pantaleo diventa triste quando gli dico che undici cristiani ogni ora sono stati uccisi negli ultimi dieci anni!

 Ma la furia ottomana “miracolosamente” risparmiò un tesoro di Otranto: il Mosaico di Pantaleone, pavimento della stupenda Basilica alto-medievale: e tra quei fantasmi è possibile incontrare anche il vecchio Maestro Pantaleone, autore del mosaico, a cui è stato concesso di girare per le stradine idruntine a ricordo perenne di un’opera che volle essere prima di tutto parola di speranza anzitempo annunciata a chi tre secoli dopo (!) avrebbe subito la cruenta invasione. Con voce bassa ed avvolgente Pantaleone ricorda la sua ostinazione nel reperire i soggetti del mosaico, che dovevano attestare la supremazia dell’orgoglio cristiano sulle colpe degli uomini: ecco allora Giona, scelto a caso (da Dio) e spinto (in sacrificio) nel mare in tempesta per placarla e salvare la nave intera; e Re Artù, Cavaliere del Santo Graal, a cavallo di un caprone mentre uccide un minaccioso felino; e Noè che salva nel mare la Vita, … Pantaleo racconta, e raccontando rasserena chi oggi teme per la scomparsa della linfa vitale all’interno di quel suo Albero della Vita: ma lui dice che ciò non avverrà, mai …e forse c’è da credergli!  E’ molto stanco, ma prima di tornare al suo eterno vagare Pantaleone prende con dolcezza la mano e ti tranquillizza per quelle grida sommesse in sottofondo: pur nel loro eterno dolore esse cantano parole di speranza, invitandoci al coraggio del nostro credere nel ricordo di quel terribile mattino che neanche le stupende coste d’Otranto devono farci dimenticare. E poi scompare!

Saluto al bar il mio vecchio amico Pantaleo, lo ringrazio  per quel piccolo dono di magia regalatomi, e sorridendo gli prometto di tornare prima che un altro inverno si affacci ancora.

*Giampiero Pepe, Dipartimento di Fisica dell’Università Federico II di Napoli

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Un pensiero su &Idquo;Otranto e le sue voci di dentro… dove storia e leggenda danno forme al mondo

  1. Lasciamo stare per un momento le guerre di religione che ci sono state ad Otranto, o meglio le guerre di chi Dietro un Motivo allora considerato legittimo nascondeva non male la propensione umana ad uccidere per un senso di dominio. Ecco: guardiamo Otranto di insenature, viuzze, il Castello come lo descrisse Horace Walpole, ovverosia da Nobile per ‘riconoscere’ (non che ne avessero bisogno, ma era la prassi) altri Nobili…Bene: a costo di smentire – per trenta righe – non solo la mia Fede Politica, ma anche la mia Attitutine a proiettarmi in un costante Futuro: forse, come scrisse qualche intellettuale poi lapidato per ciò che aveva osato asserire, il vero 25 aprile è oggi questo: lecce, il regno delle due sicilie, i palazzi di una nobiltà che quantomento, fosse anche per posa, elargiva in generosa quantità ai sudditi dei propri palazzi. al suo posto una borghesia che non elargiva a se stessa se non tecnologie su tecnologie: e con ogni tecnologia la comunicazione si ‘tecnicizza’; nascono nuove perifrasi, giri di parole per darsi dellle botte di idiota ‘trasversali’ alla luce del nuovo sole. il ‘lei non sa chi sono io’ degli impreditori milanesi nei film di monicelli. poi riscopriamo la spiritualità, magari ci facciamo un mutuo per un’enciclopedia di ‘vite dei mistici’, per succhiargli via un po’ d’anima, ma liberi per me non siamo. liberi vuol dire non liberarsi da un giogo, da una dipendenza. quello è ‘diventare liberi’. ma ‘pensarsi liberi?’ liberi può voler dire, dopo essersi liberati, pensare e scegliere ciò che davvero si vuole. diversamente la libertà non riesco a concepirla. il pensiero occidentale non è riuscito a concepire manco un’idea di questo tipo. il tomismo aristotelico ci ha detto che la lucedi dio scende sulla terra con intensità diversa, ed a seconda dell’intensità crea la natura, o una pietra, o un animale, di grandi, medie, piccole dimensioni. altri hanno detto altro. forse siamo noi che non abbiamo detto a noi stessi che cosa volevamo, quale fosse la Nostra Libertà. io non la vedo celebrata nelle manifestazioni che celebrano uomini il cui sogno è defunto con l’insediarsi dei governi centristi di Alcide de gasperi, deposto Parri. forse sarebbe più consono un bel ‘pianto collettivo’ per il 25 aprile, perché ricorre un sogno conclusosi in disastro. peraltro i pianti collettivi ci riescono molto molto bene: sono gli unici casi in cui, ci si trovi nella sala in cui il medico riceve o a sputare tutti sul ‘cattivo’ designato come designatore dei mali nostri, gli uomini s’avvertano uniti.
    il ’45. E da allora, dalla macchina da cucire singer che da oggetto ‘povero’ diviene status symbol dei sixties, e via da lì in poi abbiamo ripreso a ‘pagare’ per darci qualcosa. discorso complesso, chiudo qui. E l’accezione di questo ‘pagare’ che mi fa riflettere. Comunque tranquilli: ‘se oggi possiamo parlare liberamente è perchè c’è stato il 25 Aprile’. In ogni società evoluta l’idea di un ‘parlare liberamente’ è di per sé utopica. Diciamo che semmai abbiamo imparato un po’ ad inchinarci e da vecchi camminiamo arcuati non per anzianità ma per la schiena da orango che ci è venuta a suon di deferenze, diciamo che con la ‘trasversalità’ del linguaggio tipica di oggi possiamo dire ogni cosa. però senza dirla.
    Tanto che sovente nel chieder come va è già implicito il ‘non me lo dire, non me ne importa niente’.
    Ecco, questa secondo me è la libertà di cui disponiamo. Un po’ come avere la cornetta in mano e non sentire niente.

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