Settantuno

di Chiara Ferraris*

Apro gli occhi e lo so. So che è vero.
Per assurdo alcune mattine mi sveglio e credo non lo sia. Salto giù dal letto con il sudore che si ghiaccia sulla schiena, la maglietta fradicia e penso di essere in qualche casolare lassù sui monti oppure, peggio ancora, molto prima nel mio lettuccio di ragazzino a chiedermi se papà sarebbe tornato quella notte, se non lo avessero preso, imprigionato, ammazzato.

E invece oggi è il 25 aprile del 1946. Un anno fa abbiamo liberato l’Italia e questa data risuona in me con potenza, vibra nel mio petto come le poche volte che ho dovuto usare la mitragliatrice.
Adesso tutti festeggiano. Oggi sventolano bandiere e siamo tutti più sereni. Si sta costruendo il nostro Paese e si dice che sarà un Paese democratico.

Io non so come dovrebbe essere un Paese.
Sono nato sotto Mussolini e ho sempre visto solo quel modo di vivere. Che le cose andassero male lo diceva papà, i compagni in fabbrica, ma chi lo sapeva come avrebbe dovuto essere davvero.

Qualcuno dice che noi partigiani abbiamo fatto una cosa splendida per l’Italia. Io credo che abbiamo fatto una cosa importante, ma devo essere sincero: le motivazioni che mi hanno spinto a partire per i monti sono state strettamente personali, inizialmente.

La possibilità di finire male era all’ordine del giorno. Bastava un “no” detto nel momento sbagliato e chissà che fine facevi. Non ne potevo più di avere paura, di tremare sentendo i passi delle camicie nere sul marciapiede sotto casa, di racimolare briciole di pane, di rischiare la pelle per comprare alla Borsa Nera qualche pezzo di carne.

Mi sono detto:” morire per morire, io provo a cambiare le cose”. Sono partito con un gruppetto di giovinastri, poco consapevoli, poco organizzati.
Il capo della nostra Brigata, invece, sapeva tutto e lo sapeva bene, anche se gli strumenti a nostra disposizione erano pochi e malandati e il pane scarseggiava anche più che a casa.

Poi è successa una cosa.

Dovevamo decidere per un’azione e il nostro comandante ci ha spiegato quali fossero le opzioni e infine ha domandato cosa ne pensassimo o se avessimo altre soluzioni.

Ci ha chiesto, addirittura, di votare per alzata di mano l’idea che ci sembrava più adatta.

Io e gli altri giovani ci siamo scambiati un’occhiata sofferente: davvero potevamo dire come la pensavamo? Questo non avrebbe avuto ritorsioni, non saremmo stati puniti o malvisti dopo esserci espressi?

È partita la votazione. Io avevo un’idea diversa da quella suggerita dal comandante, quindi mi sono fatto coraggio e  ho alzato il braccio affermando di essere contrario alla sua strategia.

Non mi ricordo neppure quale idea abbia avuto la maggioranza ma il punto è un altro: io mi sono schierato apertamente, mi sono schierato contro chi in quel momento rappresentava il potere, ho potuto farlo e questo non ha avuto conseguenze.

Si chiama democrazia, dicono.

E lì ho cambiato prospettiva. Da quel giorno non ho più combattuto per non avere paura, o per morire in un modo meno meschino, ma perché io, i miei fratelli, i miei amici, tutti gli italiani potessimo un giorno avere quella libertà: alzare un braccio e dare la nostra preferenza.

Quell’arto teso, magro da fare paura, le dita sottili e incerte, a tratti tremanti, sono stati il ponte che hanno trasformato lo sforzo per la liberazione del paese nella sua corsa verso la democrazia.

Spero che nessuno, mai, rinneghi in futuro questo diritto.

Questa storia è frutto della fantasia dell’autrice, la quale non ha nessuna pretesa che questo pensiero possa mai essere stato generato da un partigiano in carne e ossa.

È una storia, e come ogni storia può essere vera come no.

Dipende da chi la legge.

*Chiara Ferraris, scrittrice.

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