Chi è Adriano Sofri e chi era Luigi Calabresi

Il fango, lentamente, andrà via.

Luigi, la mattina del 17 maggio 1972, entrava ed usciva di casa adducendo scuse banali. Sistemare il ciuffo, cosa per la quale aveva una strana ossessione, cambiare la cravatta… La realtà è che al grigiore e ai veleni della questura di Milano preferiva il calore della sua famiglia. Si staccava malvolentieri da Gemma, che portava in grembo il terzo dei suoi figli, e dalle altre due piccole pesti, Mario e Paolo, che avevano tre anni in due. Alla fine, un po’ a malincuore, si diresse alla Cinquecento di Gemma. Non che Luigi non amasse il suo lavoro: era un bravo commissario della Squadra Politica, stimato da tutti anche perché aveva un passo diverso dai suoi colleghi. Forse appariva più umano, sicuramente era più rispettoso delle idee degli avversari che incontrava nelle difficili piazze degli anni settanta e che di certo non si era scelto. Con alcuni di loro dialogava, si confrontava, discuteva di politica; non ne voleva il male. Una volta, per esempio, prese le difese di Mario Capanna, che, intervenuto al funerale dell’Agente Annarumma – ucciso all’età di venticinque anni dai dimostranti mentre faceva servizio ad una manifestazione – stava per essere linciato dai poliziotti.

Gemma, quella stessa mattina, aspettava una donna che avrebbe dovuto aiutarla nelle faccende domestiche. Due figli possono essere impegnativi quando ne hai un terzo in arrivo. Non la conosceva ancora, era il primo giorno di servizio e il fatto di essere in ritardo non era certo un bel biglietto da visita. Quando arrivò la scusa non fu banale, come forse Gemma si sarebbe aspettata. “Mi scusi signora, ma fuori c’è un trambusto infernale, hanno sparato a un commissario e…”. A Gemma crollò il mondo addosso “Commissario ha detto? Hanno sparato a un commissario? Ma mio marito è un commissario…” disse impallidendo. La donna capì subito il guaio che aveva combinato e corse ai ripari con una prontezza incredibile: “Ma signora, che cosa ha capito? Io sono scesa dal tram in piazzale Baracca. C’era un appostamento, pedinavano dei ricercati e c’è stata una sparatoria. Hanno bloccato il traffico e ho dovuto fare a piedi corso Vercelli. Per questo sono così in ritardo”. Gemma, lungi dall’essere tranquillizzata , volle telefonare in Questura per chiedere del marito. Dall’altra parte del filo, dopo un attimo d’imbarazzo, le dissero di stare tranquilla, che non appena arrivato l’avrebbero fatta chiamare.

La morte, quando bussa alla tua porta, non la riconosci subito, spesso ha il volto di una persona cara. Gemma Capra in Calabresi aprì e si vide davanti Federico Franco, il sarto del quartiere, un caro amico del padre. Il sorriso parti un po’ forzato ma comunque sincero: “Signor Federico, come mai da queste parti?”

Il signor Federico era pallido e rigido come una statua di sale e, nonostante si fosse preparato al momento, non riuscì a proferire parola. Gemma, dopo qualche istante, capì. Urlò il suo “No!” carico di disperazione e fece giro su se stessa. Mario, che era attaccato alla sua gonna, ricorderà quel girotondo strano e tragico per tutta la vita.

Luigi, il commissario Luigi Calabresi, giaceva poco distante in una pozza di sangue. Gli assassini gli hanno sparato due colpi alle spalle mentre apriva la portiera della cinquecento di Gemma strappandolo con brutalità all’amore della sua famiglia, lasciando orfani tre bambini ed una moglie da sola a crescerli.

Pagava un debito che non gli apparteneva, una colpa che qualcuno aveva stabilito dovesse essere sua. Pagava la morte dell’anarchico Pinelli.

Subito dopo la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, le indagini, sapientemente depistate, furono concentrate su gruppi estremisti di sinistra e sugli anarchici. La notte tra il 12 ed il 13 dicembre furono fermate e condotte in questura 84 persone. Tra loro anche Giuseppe Pinelli, un ferroviere del circolo anarchico “Ponte della Ghisolfa”. Per Pinelli non c’era spazio in nessuna auto allora Calabresi, che di lui si fidava, gli disse di seguirli in questura con il suo motorino, cosa che Pinelli fece.

Un rapporto particolare quello tra il poliziotto e l’anarchico, un rapporto di stima reciproca. Per il Natale dell’anno precedente i due si erano scambiati dei libri. Calabresi aveva regalato a Pinelli Mille milioni di uomini, di Enrico Emanuelli e Il ferroviere aveva ricambiato mandando al commissario una copia di uno dei suoi libri preferiti, l’Antologia di Spoon River.

In questura i fermati vengono interrogati e rilasciati dopo aver verificato l’alibi. Pinelli, già a suo tempo sospettato per le bombe ai treni dell’estate 1969, subisce un interrogatorio più duro degli altri, tanto che il 15 dicembre, in aperta violazione delle norme che disciplinano il fermo di polizia, è ancora lì e, per la precisione, nell’ufficio del commissario Calabresi. A un certo punto l’interrogatorio prende una strada diversa, forse emerge qualcosa; l’alibi di Pinelli sembra impreciso, difficile da valutare. Di sicuro oggi sappiamo che Pinelli non è colpevole, ma quell’interrogatorio, che durava ormai da tre giorni, doveva proseguire. Calabresi esce dalla stanza per andare a parlare della circostanza con il suo superiore, Antonino Allegra, che stava in un ufficio dall’altra parte del corridoio. Qualche istante dopo si sente del trambusto, dalla stanza qualcuno urla “si è buttato!”. È da poco passata la mezzanotte, viene chiamata un’ambulanza ma non c’è niente da fare: Pinelli, condotto al Fatebenefratelli, vi arriverà morto.

In questura e all’ospedale accorrono i giornalisti, fra loro c’è Camilla Cederna che col suo libro “Pinelli, una finestra sulla strage” , pubblicato nel 1971, verrà considerata da molti il mandante morale dell’assassinio di Luigi Calabresi.

Le dichiarazioni del questore e dei suoi funzionari, nell’immediato e nei giorni successivi alla morte di Pinelli, non convincono. Troppe le imprecisioni e le contraddizioni. Solo un dato è certo: la finestra da cui è precipitato Pinelli è quella al quarto piano dell’ufficio di Calabresi, ce n’è d’avanzo per organizzare la più grossa campagna d’odio del dopoguerra.

Ottocento tra artisti, intellettuali e giornalisti, ispirati soprattutto dagli articoli e dal libro della Cederna, sottoscrivono una lettera aperta sull’Espresso in cui si adombrano sospetti sulla magistratura che starebbe coprendo Calabresi. Una lettera dai toni violenti di cui molti si vergogneranno negli anni a venire.

Protagonista principale degli attacchi al commissario è il giornale Lotta Continua con in testa il suo direttore, Adriano Sofri. Prima dell’omicidio dalle pagine del giornale si poteva leggere:

“«Archiviano Pinelli, ammazziamo Calabresi»: è scritto sui muri di Milano, è scritto anche sulla caserma S. Ambrogio, e noi, solo per dovere di cronaca, come si dice, riportiamo la cosa. A prima vista, a noi superficiali lettori di scritte murali, questo sembrerebbe un incitamento all’omicidio di un funzionario di P.S. Quello che infastidisce è che, se qualcuno segue il suggerimento, si rischia di vedere saltare, per morte del querelante, il processo Calabresi-Lotta Continua, e la cosa in effetti ci dispiacerebbe un po’…”

E ancora:

“A questo punto qualcuno potrebbe esigere la denuncia di Calabresi e Guida (l’allora Questore di Milano ndr) per «falso ideologico in atto pubblico»; noi che, più modestamente, di questi nemici del popolo vogliamo la morte, ci accontentiamo di acquisire anche questo elemento…”

Sui muri di Milano si moltiplicano le scritte contro il commissario, “Calabresi assassino” è la più frequente. Luigi Calabresi si accorge di essere pedinato, lo annota nei suoi rapporti ma non gli viene affidata nessuna scorta. A chi gli chiede come mai non porti la pistola d’ordinanza, mostrando discrete doti di precognizione, risponde che chi l’avesse voluto uccidere non avrebbe avuto il coraggio di guardarlo in faccia, gli avrebbe sparato alle spalle e quindi non gli sarebbe servita. E comunque lui non avrebbe mai voluto avere l’occasione di sparare per primo.

A Giampaolo Pansa, inviato per La Stampa a Milano, che lo intervista agli inizi del 1972 Calabresi confessa:

“Da due anni vivo sotto questa tempesta. Lei non può immaginare che cosa ho passato e che cosa sto passando. Se non fossi cristiano, se non credessi in Dio non saprei come resistere…”.

“Non ho paura perché ho la coscienza tranquilla. Ma quel che mi fanno è terribile. Potrei farmi trasferire da Milano, però non voglio andarmene. Comunque non ho paura. Ogni mattina esco di casa e vado al lavoro sulla mia Cinquecento, senza pistola e senza la protezione di una scorta. Perché dovrei proteggermi? Sono un commissario di polizia e il mio compito è di proteggere gli altri, i cittadini”.

La situazione diventa insostenibile, gli attacchi si fanno sempre più sfrontati e frequenti, la mattina, prima di uscire di casa, Calabresi fa sparire dalla cassetta della posta le lettere di minaccia per non spaventare Gemma.

Il Commissario, lasciato solo anche dallo Stato, cerca di difendersi in qualche modo, querela Lotta Continua. Il ministero gli pagherà le spese legali, ma quello sarà il processo Calabresi – Lotta Continua. Le udienze del processo diventano occasioni d’aggressione, i giovani della sinistra extraparlamentare lo insultano dentro e fuori l’aula, gli sputano addosso.

La vedova di Pinelli, intanto, denuncia Calabresi e gli altri cinque agenti che conducevano l’interrogatorio nel suo ufficio. Il giudice Gherardo D’Ambrosio incaricato delle indagini sulla morte di Pinelli, per la prima volta nella sua carriera, iscrive cinque poliziotti sul registro degli indagati. Le indagini scagioneranno completamente Calabresi accertando che il commissario non era nella stanza quando Pinelli è volato di sotto, ma la giustizia proletaria non può attendere, Luigi Calabresi verrà ucciso prima di avere la soddisfazione di vedersi completamente riabilitato da quell’infamia.

Sofri, all’indomani dell’agguato scriverà:

“L’omicidio politico non è certo l’arma decisiva per l’emancipazione delle masse dal dominio capitalista così come l’azione armata clandestina non è certo la forma decisiva della lotta di classe nella fase che attraversiamo. Ma queste considerazioni non possono assolutamente indurci a deplorare l’uccisione di Calabresi, un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia”.

Le indagini sull’assassinio proseguono malamente, si seguono piste sbagliate, la questione passa lentamente in secondo piano e si avvia a diventare uno dei tanti misteri irrisolti della nostra repubblica. Intanto gli esponenti di Lotta Continua, svanito il sogno rivoluzionario, si sistemano occupando, alcuni di loro, posti di rilievo nei giornali e nelle televisioni. Poi, nel 1988, le dichiarazioni di un pentito, Leonardo Marino, riaprono il caso.

Leonardo Marino è un ex di Lotta Continua incensurato. Vive a Bocca di Magra facendo il venditore ambulante, nessuno lo cerca, nessuno lo spinge a parlare, solo la sua coscienza. Marino si autoaccusa dell’omicidio Calabresi. Lui aspettava in macchina mentre Ovidio Bompressi freddava il commissario con due colpi esplosi da una Smith & Wesson calibro 38. Mandanti dell’omicidio due leader di Lotta Continua: Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani.

Marino racconta di aver incontrato Sofri il 13 di maggio del 1972 a Pisa. L’occasione è il comizio di Lotta Continua riunita per commemorare la morte dell’anarchico Franco Serantini. “Alla fine del comizio di Sofri” – si legge in una sentenza – “Marino lo avvicina e, dopo una breve sosta in un bar, si appartano per un breve colloquio. Nel corso del dialogo, Sofri gli conferma la decisione dell’attentato”. Dopo quattro giorni il commissario Calabresi verrà ucciso.

La macchina del fango che ha portato al l’uccisione di Calabresi riprende a funzionare per screditare Marino. Lo snobismo della sinistra intellettuale si accanisce contro il pentito, spesso deriso per la sua professione di venditore di panini e frittelle in un chiosco. Si scrivono articoli, si mettono in scena spettacoli teatrali. Gli stessi che hanno sottoscritto l’infame lettera aperta sull’espresso, adesso partecipano alla strenua difesa di Adriano Sofri. Si distinguono in quest’operazione personaggi del calibro di Giuliano Ferrara e Gad Lerner, entrambi sollecitati all’azione dalla compagna di Sofri. Come già successo con chi si è rifiutato di firmare la lettera sull’Espresso, chi non partecipa al salvataggio di Sofri viene ghettizzato.

Il 28 luglio 1988 su ordine della Procura di Milano Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani, Ovidio Bompressi e Leonardo Marino vengono arrestati, Inizia la lunghissima maratona giudiziaria che andrà avanti fino al 2000; chi avrà l’ardire di leggere l’elenco in appendice a quest’articolo si renderà conto che nessuno in Italia ha avuto le garanzie processuali dell’imputato Sofri, nemmeno Silvio Berlusconi. 

A questo punto, ad opera dei soliti noti, nascono i movimenti per la grazia; ci sono periodi nel paese in cui non si parla d’altro. La grazia sostanzialmente non viene concessa perché a farne istanza dovrebbe essere direttamente l’interessato che non lo ha mai fatto per poter continuare a sostenere la tesi della sua innocenza.

Adriano Sofri, a causa di gravi problemi di salute, ha scontato in totale nove anni di carcere e, grazie agli sconti di pena previsti dal nostro ordinamento, è uscito definitivamente dal carcere a gennaio del 2012.

Sofri, pur non essendosi mai dichiarato colpevole, ha compiuto due passi importanti. Nel 1998, sollecitato a farlo da Indro Montanelli, ha presentato scuse pubbliche alla vedova Calabresi per aver contribuito a istigare al “linciaggio” nei confronti del marito “con l’uso di termini e l’evocazione di sentimenti detestabili allora e tanto più detestabili e orribili oggi“. Il 9 gennaio 2009, in una intervista al Corriere della Sera, pur ribadendo la sua innocenza, si è assunto la corresponsabilità morale dell’omicidio, per aver scritto frasi che inneggiavano alla sua uccisione come “Calabresi sarai suicidato”. È un buon inizio, ma deve fare meglio e di più.

Anche alcuni dei firmatari della famosa lettera aperta hanno chiesto scusa in forma pubblica o privata alla famiglia Calabresi. Lo hanno fatto, ad esempio, Folco Quilici, Paolo Mieli, Carlo Ripa di Meana. La maggior degli ottocento tace o peggio vaneggia ancora della colpevolezza di Calabresi e dell’innocenza di Sofri e di Lotta Continua. Alcuni esponenti di Lotta Continua, come Piero Mughini, che ha affrontato la vicenda Calabresi nel suo libro “Gli anni della peggio gioventù. L’omicidio Calabresi e la tragedia di una generazione”, hanno preso le distanze dalla formazione extraparlamentare e ci hanno rivelato i retroscena di un movimento fortemente verticistico a tratti violento e brutale.  

Finché la sinistra italiana non si deciderà a fare i conti col suo passato con severità e onestà intellettuale, finché non si prenderanno le distanze dagli anni bui del terrorismo e della lotta armata senza se e senza ma, questo paese sarà ostaggio dei suoi fantasmi.

Claudio Di Tursi

I PROCESSI:

Il 28 luglio 1988 su ordine della Procura di Milano Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani, Ovidio Bompressi e Leonardo Marino vengono arrestati a causa della confessione dello stesso Marino. Il 2 maggio 1990 Sofri, Bompressi e Pietrostefani sono condannati a 22 anni, Marino ad 11 anni.

Si svolge quindi il processo d’appello che si chiude il 12 luglio 1991 con la conferma la sentenza di primo grado.

Il 23 ottobre 1992 la Cassazione annulla la precedente sentenza e rinvia gli atti alla Corte d’ Assise d’ appello di Milano.

Il 21 dicembre 1993 la seconda Corte d’ Assise d’ appello di Milano assolve Pietrostefani, Bompressi e Marino e, per effetto estensivo, anche Sofri che non ha presentato appello: è una circostanza, mai verificatasi prima.

Il 27 ottobre 1994 la Cassazione annulla la sentenza d’assoluzione e l’ 11 novembre 1995 la terza Corte d’Assise d’ appello condanna Sofri, Bompressi e Pietrostefani a 22 anni; a Marino è riconosciuta la prescrizione del reato. Vengono presentati ricorsi respinti il 22 gennaio 1997 dalla Corte di Cassazione.

Il 18 marzo 1998 la Corte d’ appello di Milano respinge la richiesta di revisione.

Il 6 ottobre 1998 la Cassazione annulla l’ordinanza di Milano e rinvia alla corte d’appello di Brescia la decisione che la respinge a sua volta il 1 marzo 1999.

Il 27 maggio 1999 la Cassazione annulla l’ordinanza di Brescia, rinviando la decisione alla Corte d’ appello di Venezia.

Il 24 gennaio 2000 la Corte d’appello di Venezia rigetta la richiesta di revisione e conferma la condanna. Sofri torna in carcere, Bompressi si costituisce il 7 marzo e il 29 marzo ottiene il differimento per motivi di salute. Pietrostefani ripara, come hanno fatto molti altri terroristi, in Francia. Il 5 ottobre 2000 la prima sezione penale della Corte di Cassazione rigetta il ricorso contro la sentenza di Venezia e la condanna diventa finalmente definitiva.

 

3 Pensieri su &Idquo;Chi è Adriano Sofri e chi era Luigi Calabresi

  1. Consiglio di leggere o andare a vedere in teatro “Morte accidentale di un anarchico” di Dario Fo (illuminante al di là di ogni retorica e di ogni processo)

  2. Un paese dove poteva capitare, e capitava spesso, che durante una manifestazione uno studente venisse centrato al cuore da un lacrimogeni e la stampa chiosasse la vicenda come “malore”, come accadde a Saverio Saltarelli. Dove una ragazza di 18 anni era considerata talmente pericolosa da venire centrata al cuore da un cecchino di Cossiga. Come accadde a Giorgiana Masi. Le indagini ovviamente non trovarono alcun colpevole. Dove finire in questura poteva significare botte e torture come accadde a molti. Mica quattro scappellotti, somministrazione di sale,prizione del sonno, percosse e scosse elettriche ai genitali. E nessun poliziotto fu mai inquisito per questo. Ma l’Italia ancor oggi, nonostante le pressioni europee, non ha sancito il reato di tortura e ha confermato la sua linea “garantista” anche nel 2001 nella caserma di Bolzaneto. Un paese così quando si parla di Pinelli e Calabresi semplicemente la verità non può raccontarla.

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