Sagra della ciliegia: un approccio romantico 

Di Chiara Ferraris *
La fatica è molta. La preoccupazione che le cose possano non filare del tutto lisce, anche. I giorni precedenti si è un po’ agitati, si cerca di ricordare tutti i piccoli dettagli che possono sfuggire e si guarda ossessivamente il meteo più volte al giorno. Poi tutto inizia, con calma, come se fosse il lento disgelo di un ghiacciaio, e il ritmo incalza. Non ci si ricorda molte cose: ma dove sono finiti i piatti di plastica? E i tavoli per la cassa erano proprio quelli? La corrente ce la facevamo passare da lì? Quanti pomodorini tagliamo? Ogni istante una domanda e di ora in ora le risposte si allineano l’una all’altra e si comincia a sudare parecchio.Soprattutto il 2: la giornata è piena, il sole si fa sentire tra strappi di nuvole e arriva tanta gente, complice il ben ritrovato trenino che accompagna molti genovesi verso la valle santolcesina.

Si lavora sodo ovunque: ai banchetti delle ciliegie e dei gadget, alla lotteria, al bar, in cucina. I cambusieri sfrecciano come auto da corsa per recuperare qualunque cosa, i responsabili si materializzano come ologrammi laddove ce n’è bisogno, gli instancabili camerieri corrono sotto il tendone facendo gli equilibristi con vassoi stracarichi, le baby-sitter sfilano tra il battesimo della sella e i gonfiabili con la loro coda di bambini in pettorina, i cassieri hanno miraggi di porzioni di stufato d’asino e i cuochi emanano una fragranza di unto con note aromatiche che spaziano dalla salsiccia alla piastra alla patatina fritta. Certo c’è chi si lamenta per la coda, ma i succulenti ravioli alla ciliegia abbattono ogni malumore. Il pranzo finisce tardissimo, ci sono i giochi da preparare, la baby dance, il tempo per un caffè e poi si ricomincia. Ci si alza il giorno dopo con le gambe rigide per l’acido lattico accumulato, le ossa che scricchiolano e un velato malditesta di sottofondo.

Ma si ritorna alla Sagra e si inizia da capo. Finita la terza sera di sagra c’è solo una certezza: che se ce ne stiamo fino a tarda notte seduti intorno alle cassette di ciliegie a ridere e scherzare sapendo di avere ancora molto da fare è perché si sta bene insieme. Perché la Sagra della Ciliegia, oltre ad essere una bella iniziativa e un buon modo per passare una giornata in famiglia, è anche e soprattutto terra buona per la comunità. Per un paese come il nostro, spezzettato in tante frazioni non proprio vicine tra loro, i giorni della Sagra sono un’occasione per rinsaldare rapporti, ritrovare amici che spesso si vede di corsa, tra un appuntamento e l’altro, e si tramanda il desiderio di essere insieme a fare una cosa bella, aldilà dei “mi piace” dei social.

Guarda caso (mai credere al caso, comunque), proprio in questi giorni di Sagra ho letto queste righe del libro “Minima Ruralia” di Massimo Angelini, che vi sottopongo volentieri: “(parlando di tradizione)… parlo di memoria pratica, perché la trasmissione di un sapere pratico, come quello della preparazione di un cibo, è refrattaria alla carta scritta e non vive sui ricettari. I gesti, il ritmo, le pause, spesso anche le dosi, la raccolta e la stessa manipolazione, così come la sequenza dei gesti e il loro significato (…) non si prestano a essere riprodotti da alcuna descrizione o ricetta, ma solo visti, condivisi, imitati, sperimentati. La ricetta scritta è l’ombra del prodotto o del piatto che racconta, ne presenta la traccia, ma non permette la riproduzione. Per questo motivo, è corretto chiamare tradizione solo ciò che è consegnato, (…) il suo significato, legato alla nozione del passaggio e della consuetudine, rinvia alla continuità e alla possibilità di innovazione nella continuità, perché non c’è ricetta che una figlia esegua precisamente come la madre.”

Leggendo queste righe ho rivisto i momenti in cucina con Adelina, Mauro e Eugenio e tutti quelli con un po’ di anni sulle spalle, ai loro consigli e ai ricordi delle edizioni passate, a come le fanno loro le cose, che così non le fa nessun’altro, tanto da lasciare i più giovani a guardarli e ascoltarli con attenzione. Ricordo di averli visti lavorare fino alla chiusura della cucina e poi a festeggiare sotto il palco, ridere e scherzare con uno spirito che è impossibile da descrivere, ma che scalda il cuore, fa bene.

Guardo anche questi di gesti: imparo come si cuociono i ravioli alla ciliegia e come ci si diverte ancora e ancora con i compaesani.

Poi osservo i ragazzi, i bambini di qualche edizione fa, a cui i capo-camerieri non devono dire più nulla, sanno qual è il loro posto, a che ora iniziare e quando ripulire, perché anche loro hanno imparato guardando, vivendo insieme questi momenti, e penso a quanto sia concreta questa cosa, a quanto spesso ci facciamo sfuggire la possibilità di essere reali per inseguire una rete eterea, un “condividi” che di condivisione non ha nulla, è solo un tasto sullo smartphone e non è il sorriso, la musica, il sonno che fa straparlare e straridere, la sangria, la crostata alla ciliegia, e tutto il resto che davvero non posso elencare perché altrimenti tradirei il significato stesso di questo post.

Ecco, allora, cos’altro crea la Sagra della Ciliegia.

Crea tradizione.

*Chiara Ferraris, Scrittrice e insegnante.

 

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