I risultati del Referendum: l’analisi di Claudio Di Tursi


Di Claudio Di Tursi*

Non sono contento di come è andata con il Referendum Costituzionale. Non ritenevo il Parlamento in carica, che peraltro la Corte Costituzionale ha stabilito essere stato eletto in virtù di una legge elettorale illegittima, titolato ad apportare una modifica così massiva alla Costituzione. Non mi è piaciuto il clima in cui si è svolto il confronto tra gli opposti schieramenti e non mi è piaciuto il ricatto del premier che ha legato il destino del paese, ed il suo personale, al risultato di questo referendum. Sfruttando questo appuntamento elettorale, Renzi voleva ottenere quella legittimazione a governare che non aveva potuto ottenere passando attraverso le urne; ma, soprattutto, voleva avere ragione dei contrasti interni al suo stesso partito. Gli serviva, la consultazione del 4 dicembre, per tappare la bocca per sempre ai rottamati D’Alema e Bersani, agli eternamente non allineati come Cuperlo e Fassina. Il verdetto, arrivato neanche un’ora dopo la chiusura dei seggi, è stato inequivocabile: Renzi ha fallito. E di questo fallimento, di questo dramma, bene ha fatto ad assumersi tutte le responsabilità. E non si è trattato solo di cavalleria e buon gusto: è stata davvero tutta colpa sua.

Incurante degli effetti che la cosa avrebbe potuto sortire, alla vigilia del referendum sulle trivelle ha consigliato agli elettori di non recarsi a votare e dopo essere riuscito nell’intento di far saltare il quorum ha deriso chi si era espresso per il Sì attirandosi l’ira di quattordici milioni di elettori che se la sono legata al dito. Nella faccenda di Banca Etruria non ha preso le distanze dalla più che coinvolta Maria Elena Boschi ed ha lasciato che la sua vicenda gettasse ombre sul progetto di riforma costituzionale.  Nei  mesi precedenti al voto ha fatto sfoggio della sua proverbiale antipatia e supponenza inimicandosi intere categorie e popolazioni tranne i suoi conterranei che, giovando dei benefici che derivano dall’aver instaurato Renzi quella che ieri sul Corriere della Sera è stata definita da Ernesto Galli Della Loggia una “consorteria toscana” -non è quasi esistita nomina a soggetti che non venissero da quelle latitudini- lo hanno premiato nell’urna.

Ma quello che più mi ha infastidito è stato non avere potuto votare Si; perché ad una riforma migliore io il mio Sì l’avrei dato. Nonostante tutto, nonostante Renzi. Abbiamo un dannato bisogno di riforme, di abolizione di passaggi, poltrone ed enti inutili, ma così com’è stata confezionata la proposta di riforma era irricevibile.

Non solo non si sarebbe abolito il Senato, ma non si è capito come sarebbero stati eletti i senatori. Non si sarebbe eliminato il quorum per il referendum, mentre si sarebbero aumentate le firme necessarie per proporre leggi di iniziativa popolare. Non sarebbe stato abrogato l’articolo del pareggio di bilancio in costituzione che ci ha regalato quel simpaticone di Monti, non si sarebbero toccati alcuni privilegi assurdi delle regioni a statuto speciale. In mezzo a tanti pasticci, però, c’era qualcosa di buono, come l’abolizione del CNEL, la revisione del Titolo Quinto con il conseguente ridimensionamento dei poteri alle regioni; e non avere potuto votare si o no ai singoli punti è stato il danno che si è aggiunto alla beffa di avere costretto un paese a rinnegare la propria voglia di riformare lo Stato. E questo ha avuto ed avrà effetti devastanti.

*Claudio Di Tursi fa parte del Coordinamento del Comitato Indipendente per Sant’Olcese

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