I COMPUTER TORNANO IN VITA CON I RAGAZZI DI RI-GENERAZIONE

Un progetto delle Cooperative La Cruna, Agorà e Cisef per il bando della Compagnia di San Paolo “Stiamo tutti bene: educare bene, crescere meglio“.
Giovedì 30 marzo alle ore 15.30 prima consegna di computer riportati a funzionare nell’ambito del progetto Ri-Generazione finanziato con il bando della Compagnia di San Paolo “Stiamo tutti bene” e destinato a ragazzi tra gli 11 e i 14 anni dell’alta Val Polcevera: i giovani coinvolti hanno donato i computer che hanno riportato “in vita” alla scuola Ada Negri di Sant’Olcese dove saranno utilizzati per diverse attività, prevalentemente con alunni che necessitano di sostegno. 

Oltre ai partecipanti al progetto ed i loro genitori, erano presenti il dirigente scolastico Ferrari Guido e gli assessori dei tre Comuni coinvolti Gabriele Taddeo, Serena Di Cecio e Gigliola Bruzzo.

I ragazzi che frequentano le scuole di Serra Riccò, Sant’Olcese e Mignanego (e Genova in alcuni casi) stanno partecipando da febbraio ai laboratori organizzati nell’impianto di stoccaggio e avvio al riutilizzo di rifiuti tecnologici gestito dalla Cooperativa Sociale La Cruna a Rivarolo. Seguiti dagli educatori di Cisef e Agorà imparano dai professori e da alcuni studenti che svolgono l’alternanza scuola-lavoro dell’IPSIA ODERO come riassemblare un pc a partire da componenti di scarto; insieme ad una studentessa del DIBRIS installano browser e programmi open-source e infine con gli esperti della Scuola di Robotica usano il computer e il programma Scratch per fare muovere e interagire robot creati con altri componenti di scarto.

Un progetto a tutto tondo insomma che affronta il tema della prevenzione della dispersione scolastica con metodi formativi nuovi, avvicina i ragazzi in modo concreto al mondo del lavoro, li sensibilizza ai problemi di salvaguardia dell’ambiente e trasmette loro l’importante concetto che una oggetto rotto può essere riparato e può tornare ad essere utile. 

La possibilità di recuperare materiali, ridare loro forma e renderli di nuovo utili può infatti restituire ai ragazzi la consapevolezza di “poter fare” e di avere in sé delle risorse, attivando una ricaduta in termini di cittadinanza attiva e restituendo loro un riconoscimento sociale.

Per realizzare questa idea ci sono voluti gli sforzi congiunti di tanti enti di diversi ambiti: l’idea del progetto e il coordinamento della formazione è a cura della Cooperativa La Cruna con IPSIA Odero, Dibris e Scuola di Robotica; il coordinamento dei ragazzi e delle scuole è seguito dalla Cooperativa Cisef, gli educatori sono della Cooperativa Cisef e del Consorzio Agorà; i ragazzi provengono dalle scuole dell’Istituto Comprensivo Serra Riccò e dell’Istituto comprensivo Teglia e i comuni di Sant’Olcese, Mignanego e Serra Riccò collaborano attivamente mettendo a disposizione risorse come il pulmino 9 posti che viene utilizzato per l’accompagnamento gratuito dei ragazzi coinvolti. 

Il progetto coinvolge circa 30 ragazzi e le loro famiglie, da febbraio a giugno saranno effettuate 63 ore di formazione e sarà attivato anche uno sportello di counseling a disposizione gratuita delle famiglie.

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Truffa in corso: prestare la massima attenzione

Sant'Olcese Inform@

Diverse segnalazioni ci informano come persone stiano girando per il paese dicendo di essere incaricati da Iren ad appendere volantini sui portoni, dove sono riportate le date in cui la stessa società passerebbe nelle case per proporre nuovi contratti. Da una verifica fatta dal comune e dai carabinieri l’operazione è risultata una truffa. I carabinieri stanno lavorando sul territorio per individuare i responsabili. Prestare quindi sempre la massima attenzione è d’obbligo, come informare soprattutto le fasce più indifese della popolazione.

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Mastrorobot, la robotica in aula


L’Istituto Comprensivo di Serra Riccò e Sant’Olcese, in seguito alla partecipazione ad un bando di concorso per la divulgazione scientifica, ha ottenuto un finanziamento di 20.000 euro per un progetto di robotica che coinvolgerà tutte le classi delle scuole Negri ed Ungaretti e, nell’ambito delle attività svolte in continuità tra scuola primaria e secondaria, anche le classi quinte dell’istituto.“Mastrorobot” – questo il nome del progetto – prevede diverse fasi di lavoro:

la formazione per gli insegnanti, il coding, le attività laboratoriali per la costruzione dei robot e il loro utilizzo, l’applicazione della robotica a situazioni reali, la riflessione e la condivisione su quanto appreso, al fine di tramettere l’esperienza ad altri alunni .

Concluderà il tutto una fase di comunicazione dei risultati attraverso iniziative varie, tra cui produzione di materiale illustrativo, allestimento di spazi espositivi e organizzazione di incontri aperti ai genitori e alle istituzioni del territorio.

L’attività verrà svolta tramite i robot Lego  Mindstorms Ev3 che, progettati per “imparare facendo”, si sono rivelati veri e propri “oggetti su cui riflettere” per favorire un apprendimento attivo, contestuale (non astratto), basato sul problem solving e la collaborazione tra pari.

L’innovatività del progetto è quindi legata proprio all’utilizzo dei robot quali strumenti privilegiati per stimolare l’interesse e la curiosità dei ragazzi, favorire una socializzazione attiva e promuovere il sapere scientifico attraverso attività di tipo ludico ma funzionali ad una didattica interdisciplinare totalmente innovativa.

Per introdurre la robotica a scuola, l’Istituto si affiderà a tecnici del CNR e della Polizia di Stato specializzati in robotica e programmazione; essi avranno il compito di formare gli insegnanti e di guidare le attività svolte con i ragazzi.

Sicuro in su le carte verrò, più che su legni, volteggiando

Dedicato a chi immagina come immaginare.

Di Giampiero Pepe*

Recentemente ho avuto il piacere di visitare a Ferrara la Mostra su Ludovico Ariosto, organizzata e commentata da Guido Beltramini (Chapeau!) ed Adolfo Tura. Come ha scritto anche Mastrocola su IlSole24ore in una breve recensione, le mostre d’arte sono sempre un mirabile viaggio nel tempo e nel sogno, e spesso in quei corridoi sentiamo il disperato bisogno di essere guidati da una voce che ci faccia cogliere ciò che non sappiamo o ciò che non vediamo…. ignoranza e distrazione magicamente si dissolvono in splendide visioni lì davanti a noi. A Ferrara quella voce doveva essere più accattivante del solito, perchè è riuscita a tenerci fermi per interminabili minuti al centro di una sala, tutti a guardare la stessa opera, come travolti da un miraggio di massa, tutti a leggere (come forse non abbiamo mai fatto!) gli stessi versi proiettati sulla oscura parete. E’ stato come se uno dei maghi che aleggiavano in quelle sale avesse congelato i nostri movimenti con un sopraffine incantesimo, trasformandoci in marionette bloccate da fili appesi a quella voce: ci muovevamo in un mondo fatato, lontani dalla rumorosa realtà confinata in una terra lontana, al di là della curva(tura) dello spazio-tempo.

Il titolo già di per sé accattivante della mostra era Orlando furioso 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi…. anche a mio avviso geniale, soprattutto per la novità metodologica introdotta: quando un artista crea con i suoi colori o con la sua penna o il suo scalpello, cosa vedono i suoi occhi? Non trovate la domanda affascinante?! Come immaginiamo l’artista nel suo momento creativo? Una mostra ci fa spesso vedere i frutti di quella immaginazione, ma l’immaginazione in sè, il momento fondamentale del processo creativo, come si può cogliere?! I chilometri fatti per arrivare a Ferrara sono stati ripagati, ed in queste poche righe (si, lo so sono pur sempre molte!) proverò a darne modesta spiegazione, muovendomi sul terreno difficile delle emozioni……Ariosto viveva -come tutti noi del resto- il proprio tempo, la sua vita era piena di ciò che gli stava intorno, occhi e mente erano colmi di fotografie scattate nei Palazzi di Corte, ed i soggetti erano quadri, sculture, arazzi, armi, incunaboli, gioielli ….Chi crea non può essere avulso dal mondo e perduto in un deserto splendidamente cristallino (P. Mastrocola): è un essere circondato da un tutto ed imprigionato in un tutto, riflettente come uno specchio. Ma in quello specchio si deve entrare se si vuol toccare con mano la portata della forza creatrice che si sprigionava negli occhi chiusi di Ariosto.
Chiudete allora anche voi gli occhi leggendo l’incipit maestoso dell’Orlando Furioso, e vi troverete magicamente proiettati in un nuovo e meraviglioso mondo:

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amor, le cortesie, l’audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori d’Africa il mare….
Dirò d’Orlando in un medesmo tratto cosa non detta in prosa mai, né in rima:che per amor venne in furore e matto, d’uom che sì saggio era stimato prima;

Pochi versi ed il Furioso è subito al centro del nostro immaginario visivo, un uomo saggio che l’amore ha trasformato in cavaliere innamorato pronto a perdersi nel labirinto della sua sentimentale esistenza, e che di fronte ai continui bivi non riesce a trovare la giusta strada…ma da quegli errori nasce il sogno, destino quasi beffardo della vita… E’ bello immaginare Ariosto seduto in una maestosa Sala di Palazzo Gonzaga a Mantova ad ammirare il Ritratto di gentiluomo di B. Veneto, esposto a Ferrara, con quel labirinto poggiato sul cuore, e con il mantello ricamato di nodi di Salomone e pigna verde con intorno sette perle di saggezza. Ariosto deve aver (pre)visto in quel quadro il percorso della sua opera, la medicina del suo Eroe, che nell’invocata Esperience me guide accende una lanterna in quella selva dove i protagonisti facilmente si smarriscono.

B. Veneto, Ritratto di gentiluom

Paolo Uccello, San Giorgio ed il drago

E come doveva apparire l’Orlando agli occhi chiusi di Ariosto? Forse come San Giorgio “cavallier di bello armato e lucido metallo”, che in tanti quadri di corte e giganteschi arazzi combatte con possanza il drago e le tante orribili creature che popolano il Furioso, come il mirabile mostro con la coda a forma di “lungo serpe” che combatte Rinaldo e che esce fuor d’una caverna oscura. E’ l’atmosfera arturiana del meraviglioso, fatta di di favole mitologiche antiche, ambientate in terre lontane ed immaginarie, dove sono oggetto del desiderio spada, cavallo, elmo…Ed in tal senso la mostra offre un ampio campionario al visitatore di quegli oggetti originali che fecero sognare lo stesso Ariosto, come la pregevole
spada di Boadbil, che da sola racconta con i suoi intarsi le gloriose storie dei cavalieri che l’avevano gloriosamente impugnata.

Ci si muove in luoghi fantastici, disegnati nelle mappe elaborate dai primi viaggiatori moderni che si erano spinti oltre i confini del mondo conosciuto: storie e resoconti anche fantasiosi ma proprio per questo ancora più accattivanti per l’uomo che voleva il Medio Evo alle spalle. Ariosto conosceva bene quelle mappe, e la mostra di Ferrara ne proponeva molte e di rara bellezza, e su di esse lui sognava, più che su legni, volteggiando verrò, proprio come i bambini davanti ad un mappamondo. Ma una cosa ha colpito di più la mia di immaginazione nell’immaginare Ariosto: la vista dell’imponente globo in bronzo dorato (I sec d.c.) che è stato per secoli sulla sommità dell’obelisco a Roma nel Circo Vaticano, e poi trasferito in Piazza San Pietro. Era considerato la tomba di Giulio Cesare, ed era ben visibile ai tempi di Ariosto, imperioso lì in quella enorme piazza a sovrastarne
l’immagine… e come lui, in quel globo tra le luci soffuse che lasciavano immaginare la notte, ho visto la luna raggiungibile solo con la fantasia, una sfera metallizzata come un acciar che non ha macchia alcuna di due metri di diametro, ma con ben oltre due metri di sogno…..Nelle luci soffuse della sala i versi del Furioso lasciavano intravedere il Poeta seduto a contemplarne i contorni:

..Quivi ebbe Astolfo doppia meraviglia: che quel paese appresso era sì grande, il quale a un picciol tondo rassimiglia a noi che lo miriam da queste bande;

E’ la luna dunque il luogo “naturale” a cui guardiamo quando cerchiamo risposte, è la luna il luogo dove si raccolgono tutte le cose che in Terra si perdono, ed è lì che Astolfo vola per recuperare il senno perso dell’amico Orlando:

..Le lacrime e i sospiri degli amanti, l’inutil tempo che si perde a giuoco, e l’ozio lungo d’uomini ignoranti, vani disegni che non han mai loco, i vani desideri sono tanti, che la più parte ingombran di quel loco: ciò che in somma qua giù perdesti mai, là su salendo ritrovar potrai.

Pensate, una semplice sfera metallica, una pena d’amore vissuta, un’innata voglia di (s)fuggire, e poi …puff….in una qualche parte sperduta del nostro universo ritroviamo noi stessi! Ringraziamo oltremodo quell’antica amica silenziosa dal volto umano che è lì in cielo, la donna con il viso fatto di tinta cilestrina, con labbra vermiglie socchiuse e grandi occhi marroni dallo sguardo perplesso che chiamiamo Luna. Altri dopo Ariosto a lei si sono rivolti per cercare ancora risposte a domande profonde:

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, Silenziosa luna? …. Forse s’avess’io l’ale da volar su le nubi, E noverar le stelle ad una ad una, o come il tuono errar di giogo in giogo, Più felice sarei, dolce mia greggia, più felice sarei, candida luna.

Ecco, è’ l’eterno cammino dell’uomo quello a cui la voce ci accompagna nel percorso della Mostra di Ferrara : come Astolfo o come il pastore errante o come tanti di noi insoddisfatti per la nostra vita dovremmo avere il coraggio di chiudere ancora una volta gli occhi e salire in sella al nostro ippogrifo alato, che scalpitante attende in qualche segreto angolo del nostro cuore, e volare verso la fantasia ed il sogno. Spero solo che queste poche righe vi abbiamo convinto sull’opportunità almeno di provarci…

*Giampiero Pepe, Dipartimento di Fisica dell’Università Federico II di Napoli

 

Online il blog della Consulta giovanile!

Cari colleghi blogger,

A nome di tutto il Comitato vi formulo i nostri migliori per questa nuova avventura.

Claudio Di Tursi, Portavoce del Comitato Indipendente per Sant’Olcese.

Sant'Olcese Inform@

Uno dei progetti fortemente voluti dai giovani di Sant’Olcese e ovviamente appoggiato e promosso dalla nostra amministrazione ha ora il suo spazio web. Un altro blog si apptesta dunque a parlare della nostra comunità, aperto al contributo di tutti.

About Santo. Questo è il nome scelto dalla consulta. Buona navigazione!

http://aboutsantolcese.blogspot.it

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La trama dei sogni 

Di Laura Startari*

Ogni giorno Annamaria, con le sue pazienti e sapienti mani, creava trame di cotone e tesseva opere rare. Il baule era colmo di lenzuola ricamate, di tovaglie bianche, di un grande copriletto a uncinetto, delle sue speranze di giovane donna. Tutto il suo essere e avere in quel baule. La ragazza, i genitori e il fratello minore vissero nella terra di origine, calda di sole e non di accoglienza per lei, profumata di arance e di olive e non di gigli in fiore. Incontrò l’amore Anna, nello sguardo di un uomo che la rispettava, l’unico. La sua famiglia non seppe darle affetto fino dall’infanzia, quando tra i campi coltivati, sola, sognava di fuggire da un padre padrone, si nascondeva da lui, con il desiderio di sparire, di non farsi trovare mai più. Un giorno di primavera tornò a casa, dopo il lavoro nei campi e un tenero incontro segreto con l’ uomo che le dichiarò tutto il suo amore. Anna andò di corsa in solaio dove custodiva il suo baule di speranze ricamate, avrebbe voluto urlare al mondo la gioia che sentiva nel cuore ma preferì conservarla, con cura, accanto alle trame dei suoi sogni. Chiuse il baule d’oro Anna e lo coprì con un telo come a nasconderlo per proteggerlo. Venne l’ estate ma non per lei. Il fratello convolò a nozze. Anna sognava le sue, si risvegliò presto. Quel giorno in solaio pianse, tutte le sue lacrime. Il suo baule impreziosito dalle trame, dai merletti, dai pizzi che lei tesseva in ogni momento libero, mentre libero le batteva il cuore per il suo amato, era sparito, ceduto in dote al fratello, figlio maschio e come tale unico destinatario di ogni beneficio e vantaggio. Annamaria chiese spiegazioni alla madre silenziosa. Il padre, senza esitare, la percosse, così come era solito fare ogni volta che la ragazza provava a dimostrare di esistere come essere umano, con uguali diritti rispetto all’uomo. La ragazza si chiuse in camera, cercò di smettere di soffrire, forte dell’entusiasmo del suo amore per l’uomo gentile. E riprese a sognare sogni che rimasero tali. Si sentì morire quando il padre le presentò il suo sposo, prima ancora che lei potesse rivelargli l’identità del suo vero amore. E subì ancora Anna, violenza verso la sua anima, percosse sul corpo, fino a farle promettere che avrebbe abbandonato i suoi sogni. Visse morendo ogni giorno, accompagnata da un uomo che altri avevano scelto per lei, un uomo burbero con il quale fu costretta a vivere in un una morsa di privazioni, violenze fisiche e morali. Non si ribellò mai, neppure al suo nuovo aguzzino, per amore verso i figli, per nutrirli di quel pane al gusto di dolore e di quei giorni di falsa serenità da raccontare al mondo come onore. E tutto si svolgeva in quattro mura, all’interno della casa, muri d’odio, rancore, silenzi assordanti e urla soffocate. Non venne mai il giorno della pace se non quando l’uomo se ne andò, attraversando l’inferno della sua sofferenza, la stessa che sotto forma di tumori di odio meschino offrì e inferse alla moglie, nei giorni lenti di oppressione minuziosa, perfida e totale. Gli accadimenti quotidiani parlavano di schiavismo, di decisioni prese dal mostro, dalla spesa per la casa, alle scelte per i figli, alla loro educazione. I figli, i figli, erano i suoi figli. Finirono in giovane età per disprezzare questa madre, tanto l’odio che egli stesso aveva insegnato loro. Solo da adulti compresero i fatti, quando ormai la madre stanca e sfinita si annullò in uno di quei mali che le annientarono la personalità, come del resto si svolse la sua vita, nel dolore della malattia dell’odio senza esistere, solo resistere. E così ancora il male ebbe la meglio. 
Questa è una storia di dolore senza riscatto che vorrebbe ricordare le vittime della violenza di genere, in un sud della prima metà del novecento, dove l’unica difesa e il lieto fine furono la fine. Oggi nulla è cambiato, in ogni dove le donne vengono ancora massacrate, la speranza di una svolta è solo nella forza di continuare a contrastare gli stereotipi di genere, fino dalla primissima infanzia, futura società, attraverso il gioco, l’espressione verbale pensata, i libri a tema, la letteratura e lo studio della storia di quest’ultima e di quanto abbia potuto condizionare i rapporti di genere. In questo modo si inizierà a spezzare la catena di quei modelli discriminatori che da sempre stabiliscono i comportamenti da tenere sia per le donne che per gli uomini. E ancora nel coraggio della denuncia e nel credere fermamente alla sovranità di se stessa la donna può ancora salvarsi e abitare davvero la trama dei sogni di ogni piccolo e laborioso uncinetto dorato. 

*Laura Startari, Tagesmutter, fa parte del Coordinamento del Comitato Indipendente per Sant’Olcese