Una Notte davvero Magica!


Ad un certo punto il Sindaco ha abbracciato la First Lady ed insieme, il naso all’insù, si sono messi a contemplare i fuochi d’artificio. Indietro di un passo l’Assessore al Bilancio tra il serio ed il faceto si chiedeva quanto sarebbero costati. Tutto intorno una folla di santolcesini che ad ogni figura di luce che si disegnava in cielo faceva “ooohh…” e batteva le mani. 

Finisce in bellezza, con questa nota scherzosamente gossippara e mondana, una serata davvero magica.

Le bellissime ragazze del Circolo ANSPI hanno preparato i dolci

La Proloco ha organizzato tutto alla perfezione, le associazioni ed i negozianti hanno dato il massimo. La gente ha ancora una volta mostrato di amare questo genere d’iniziative. Qualcuno è arrivato addirittura dai paesi vicini. 

Davanti ai bar aperti ed ai punti di ristoro tanti giovani, un po’ di tutte le leve, ascoltavano i musicisti di strada. 

La Croce d’Oro di Manesseno ha messo a disposizione i suoi militi, il comune i vigili urbani. 

Una bella festa, insomma. Una festa che questo paese, i suoi cittadini, le sue associazioni ed i suoi amministratori sicuramente si meritano.

L’arte di Massimiliano Ruvolo


Certo, i soggetti sono fotogenici, ma per fare una foto del genere non basta. Ci vuole senso artistico, la perfetta conoscenza della tecnica fotografica, delle ottiche e degli strumenti di post produzione. Massimigliano Ruvolo, insomma, è quel che si dice “un bravo fotografo”. 

Oggi le nostre immagini sono ovunque, in internet. Abbiamo foto sul profilo Facebook, su Twitter, Instagram, LinkedIn, WhatsApp, telegram, google plus e chi più ne ha più ne metta. Raccontiamo la nostra vita agli altri più con le immagini che con le parole. E come spesso accade di leggere discorsi strampalati conditi con strafalcioni assurdi, altrettanto spesso accade di vedere immagini fatte coi piedi, senza la benché minima cognizione di cosa significhi fare una fotografia.

Pali che escono dalla testa di ragazze stupende, bambini che sembrano alieni perché chi li ha fotografati li ha ripresi dall’alto in basso invece di mettersi alla loro altezza, gatti con gli occhi laser, poveri cristi con un naso sterminato perché ripresi troppo vicino all’obiettivo del cellulare -che essendo un grandangolo deforma cose e persone e animali -, la zia che diventa una formica fra le altre perché abbiamo voluto riprenderla facendo entrare nella foto anche tutta la Torre Eiffel, vivi che sembrano fantasmi perché ripresi col sole d’agosto dietro le spalle. 

Se ci tenete a pubblicare le vostre immagini, magari vi piacerebbe anche che fossero belle. Allora fate un salto da Massimiliano Ruvolo ed in mezzo a tanti ritratti che non rendono giustizia a voi ed ai vostri cari mettere qualche foto artistica, non ve ne pentirete.

E se proprio volete imparare un po’ di tecnica fotografica, aspettate che Massimiliano organizzi uno dei suoi corsi di fotografia: sarà di sicuro un buon investimento.

Per appuntamenti ed informazioni:

http://www.massimilianoruvolo.com/

1986: IL MAXIPROCESSO A PALERMO. ALCUNI RICORDI.

Avevano sequestrato alla mafia un complesso residenziale chiamato “Tre Torri”, tre altissimi palazzoni costruiti vicino alla Favorita, e lo avevano riempito di poliziotti e Carabinieri. Al piano terra di uno di questi palazzi avevano fatto aprire un Bar che faceva farcitissimi panini e vendeva i classici pezzi di rosticceria siciliana. “La Bua” si chiamava, dal cognome del titolare; anche se tra di noi c’era chi ironizzava mettendo in relazione il nome dell’esercizio commerciale con la devastazione gastroenterica provocata dal consumo reiterato e sistematico dei suoi prodotti. Lì vicino, al numero 85 di Viale della Croce Rossa, c’era anche la casa di Ninni Cassarà, il commissario ucciso nel il 6 agosto del 1985, qualche mese prima dell’inizio del Maxiprocesso che aveva richiesto quell’enorme dispiego di forza.

Gli sparò, mentre sceso dall’Alfetta con due agenti di scorta stava raggiungendo il portone di casa, un commando di nove uomini armati di Kalashnikov. Riuscì ad entrare e morì sulle scale tra le braccia di sua moglie Laura e davanti agli occhi di sua figlia. 

Tra le tante vigilanze alle case dei magistrati e dei giudici popolari impiegati nel Maxiprocesso, ogni tanto ci capitava il diversivo della vigilanza sotto la casa della famiglia Cassarà. La notte per restare svegli parlavamo oppure giocavamo lanciando monete contro il muro del palazzo; vinceva chi si avvicinava di più. Eravamo ragazzi, avevamo solo venti, ventun anni. Quasi non sapevamo a cosa andavamo incontro. 

Di giorno, ogni tanto, un paio di noi dovevano scortare la figlia del commissario al mini market a fare la spesa. Ce la mettevamo in mezzo e con i giubbotti antiproiettile ed i mitra spianati, andavamo verso il banco degli affettati. La commessa quando ci vedeva arrivare iniziava a tremare e ci faceva passare avanti. In un silenzio di tomba la ragazzina ordinava due etti di prosciutto cotto mentre gli noi ci guardavamo intorno con circospezione. 

L’anziana portiera dello stabile ci conosceva bene, a turno ci rivedeva. Aveva preso un po’ di confidenza. Una volta ebbe l’ardire di chiedermi, indicando il piedistallo di cemento armato del grosso tavolo di legno massiccio che stava nel portone <<Se quando vi tirano la bimba o vi sparano – perché a voi o vi tirano una bomba o vi sparano – io mi butto là dietro, muoio?>> Non ricordo cosa le risposi, certo non la lasciai col dubbio.
Quando ci dicevano che era il nostro turno di scendere giù per una quindicina di giorni reagivamo in modi diversi. Qualcuno tentava di svicolare perché c’era già stato e pretendeva che prima di lui ci andassero almeno una volta gli imboscati o perché aveva la sue cose da fare a Genova; altri erano contenti. Alcuni partivano da soli e tornavano in tre. Mi ricordo successe a qualche collega di Padova; le parmelitane avevano un fascino pericoloso. Io tentavo di scamparmela, ci sono stato solo due volte, ma devo dire che in Sicilia, nonostante tutto, ci stavo davvero bene.

Stare davanti alla casa di Falcone non era brutto. Era in centro, c’era un bel passaggio. Bisognava però prestare attenzione a quando il giudice rientrava dal tribunale e scendeva dalla macchina blindata per rientrare in casa. 

Una volta ci comunicarono via radio dall’operativo che in zona era stata avvistata una motocicletta rossa con in sella due uomini col casco, cosa rara per quegli anni, soprattutto a quelle latitudini. Quello dietro, ci dissero, aveva una pistola e in qualche modo tentava di occultare la targa. Chiesi ad Oreste, che era con me in quei giorni, cosa secondo lui avremmo dovuto fare. Alla fine salimmo sul nostro pesante mezzo blindato ed Oreste mise in moto. Se fosse passata una moto davanti a noi rispondente alla descrizione l’avremmo schiacciata contro il muro. 

La vigilanza ai giudici popolari era forse più impegnativa. Bisognava stare attenti soprattutto a loro, non erano abituati a quella nuova vita da reclusi in libertà. A volte uscivano di casa di testa loro: bisognava fermarli, farli aspettare e chiamare la scorta che li doveva seguire ovunque.  

Un pomeriggio eravamo con Oreste a Mondello davanti alla casa di uno di questi giudici, una donna. Conoscevamo la signora e conoscevamo suo marito che, del tutto determinato a far parte del dispositivo di protezione della moglie, chiese ed ottenne il porto d’armi. Non ricordo che mestiere facesse, ma sono sicuro che fosse laureato, lo chiamavamo, infatti, dottore. 

Ad un certo punto dall’abitazione del giudice uscì una persona mai vista, una donna della quale i colleghi a cui avevamo dato il cambio non ci avevano segnalato la presenza. Sospettando qualcosa mi avvicinai e la osservai con attenzione. Sotto un foulard improbabile per quei mesi estivi c’era una parrucca bionda. Alla fine la riconobbi nonostante gli occhiali stile Callas che aveva deciso di indossare. Era lei, quella peste del giudice popolare, che voleva andare dal parrucchiere senza l’impiccio della protezione. Quasi si mise a piangere mentre Oreste chiamava i ragazzi della scorta con la radio del blindato.

Il giorno dopo facemmo la mattina che trascorse con tranquillità e poi la notte, come previsto dal turno in quinta. 

Saranno state le quattro, avevamo una sete boia, aveva da poco smesso di soffiare uno scirocco infernale. Oreste scese dal mezzo e si diresse verso il pergolato per sgranchirsi le gambe. Tornò con un grappolo d’uva nera che divorammo allegramente. 

Verso le sette udimmo l’urlo disperato del marito della giudice. Temendo il peggio lo raggiungemmo immediatamente con le armi in pugno, era sotto il pergolato. <<Cosa è successo, dottore?!?>>. Puntò il dito verso l’alto indicando una zona al centro del pergolato e disse: <<Lì fino a ieri sera c’era il primo grappolo d’uva maturo della stagione. Volevo farlo assaggiare a mia moglie ma qualcuno lo ha mangiato!>> Senza incertezze, come un attore consumato, mentre Oreste cambiava continuamente colore in viso senza riuscire a stabilizzarsi, riuscii a dire <<Ahh quello! L’ho visto, è stato un topo.>> <<Un topo?!? Ma qui non ho mai visto topi!>> <<Eppure ci sono!>> risposi ostentando sicurezza. <<Va bene, scusatemi.>> <<Ma di cosa dottore! Ci saluti piuttosto la signora, fra poco ci danno il cambio e ci vediamo dopodomani.>>  
E così venne quella maledetta sera. Eravamo stanchi e dopo un po’ ci sedemmo all’interno del blindato a parlare; potevano essere le dieci, dieci e mezza. I due colpi esplosero in rapida successione, scendemmo di corsa armando la mitraglietta. Sotto il pergolato il dottore in pigiama e pantofole con la pistola fumante in mano, il braccio disteso lungo la gamba. <<Cosa è stato?!?!>> esclamai col cuore in gola. <<L’ho preso quel bastardo!!>> disse indicando una pozza di sangue per terra sotto il pergolato in mezzo alla quale si intravedevano brandelli di una pelliccetta grigiastra. <<Adesso ha finito di mangiare uva a tradimento!>>

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Ieri ci sono state commemorazioni più grandi, importanti e serie di questa che pubblichiamo volutamente con un giorno di ritardo.  Sono ricordi di un’Italia che sembrava volersi riscattare dalla piaga della criminalità organizzata stringendosi attorno ai suoi Uomini migliori. Uomini uccisi barbaramente ad uno ad uno.  Sulle nostre gambe, contrariamente a quanto si dice, non camminano le loro idee, non siamo in grado ne’ di capirli ne’ di imitarli. Sulle nostre gambe cammina l’ignavia di un popolo avvezzo alla sottomissione e al malaffare.  Un popolo governato da persone spesso disoneste e colluse.  Quando un’organizzazione ha la forza di fare saltare un intero tratto di autostrada con quattrocento chili di esplosivo uccidendo i migliori uomini dello Stato, con i boss che brindano in carcere, lo Stato deve dare prova di sè.  I territori vanno occupati militarmente, i beni sequestrati, le celle riempite. Lo champagne deve andare di traverso. Invece ci basta la retorica delle commemorazioni, ci bastano due ore di Fabio Fazio e Roberto Saviano in prima serata. 

Claudio Di Tursi

ASD FUTURA: Il Basket per i ragazzi di Sant’Olcese!


Sara Gadaleta, tra i fondatori dell’ASD Futura ci tiene a farlo sapere: anche i ragazzi di Sant’Olcese possono essere avviati al Basket. 

Sono tre le possibilità per chi vuole avvicinarsi a questo sport dinamico e responsabilizzante: allenarsi a Pedemonte, alla Crocera di Cornigliano o a Largo Figoi. 

Conosco Sara da qualche tempo, è una santolcesina doc di cui mi hanno colpito fin da subito la solarità e l’entusiasmo che mette nelle cose che fa. Con lei ed i preparatissimi allenatori di ASD Futura i vostri ragazzi si troveranno molto bene. 

Trovate riferimenti ed informazioni su questo sito:

http://www.futuragenova.it

Il Basket è uno sport dove sono importanti la rapidità, la precisione nell’esecuzione e, soprattutto, il sentirsi parte di un collettivo con un proprio ruolo e le proprie responsabilità. Un po’ come nella vita.

Claudio Di Tursi

Il Teatro Cargo ha bisogno della nostra solidarietà 

Vi invitiamo a rispondere concretamente all’appello lanciato da Laura Siciniano su Facebook. Laura, tra i soci fondatori ti del Teatro Cargo, è l’autrice di “Donne in guerra” il lavoro teatrale che parla della condizione delle donne durante la seconda guerra mondiale ambientato sulla Ferrovia Genova Casella.

Riportiamo di seguito il suo appello convinti che insieme a noi adirirete con entusiasmo alle iniziative proposte.

Allora cari amici di Fb. Il Teatro Cargo ha ricevuto un’ennesima tegola in testa proprio mentre sembrava riprendersi dalla batosta del teatro chiuso per l’intera stagione 15/16. Abbiamo ricevuto un incomprensibile taglio da uno sponsor che evidentemente non capisce che tagliare noi significa ucciderci e ferire un territorio. Bella botta, signori per chi ce la mette tutta per fare un teatro di qualità in periferia. Dunque: volete aiutarci? Chiediamo due piccole cose: 

1) venite a teatro. Portate amici. Un teatro che muore è un pezzo di civiltà che sparisce. 

2) E il 5×1000 a cargo onlus 03463750103. 

Aspettiamo fiduciosi la vostra solidarietà e l’aiuto a diffondere 

L’ultimo saluto a Marina

Sconcertati, facciamo nostre le parole di santolceseinform@

Sant'Olcese Inform@

Marina Bruzzone ci ha lasciato, lottando fino all’ultimo contro la sua malattia. Le saremo sempre grati per la grande energia con la quale era sempre pronta a darci una mano. A dare una mano alla sua comunità. Con il suo splendido presepe, la compagnia teatrale, sempre in prima fila in tutte le iniziative del territorio. Una grande perdita per Sant’Olcese e per tutti coloro che, come noi, le volevamo bene. Ciao Marina.

Il Rosario sarà recitato stasera alle 20.30 a Casanova. Il funerale sarà domani mattina alle 9.00, sempre a Casanova.

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