1986: IL MAXIPROCESSO A PALERMO. ALCUNI RICORDI.

Avevano sequestrato alla mafia un complesso residenziale chiamato “Tre Torri”, tre altissimi palazzoni costruiti vicino alla Favorita, e lo avevano riempito di poliziotti e Carabinieri. Al piano terra di uno di questi palazzi avevano fatto aprire un Bar che faceva farcitissimi panini e vendeva i classici pezzi di rosticceria siciliana. “La Bua” si chiamava, dal cognome del titolare; anche se tra di noi c’era chi ironizzava mettendo in relazione il nome dell’esercizio commerciale con la devastazione gastroenterica provocata dal consumo reiterato e sistematico dei suoi prodotti. Lì vicino, al numero 85 di Viale della Croce Rossa, c’era anche la casa di Ninni Cassarà, il commissario ucciso nel il 6 agosto del 1985, qualche mese prima dell’inizio del Maxiprocesso che aveva richiesto quell’enorme dispiego di forza.

Gli sparò, mentre sceso dall’Alfetta con due agenti di scorta stava raggiungendo il portone di casa, un commando di nove uomini armati di Kalashnikov. Riuscì ad entrare e morì sulle scale tra le braccia di sua moglie Laura e davanti agli occhi di sua figlia. 

Tra le tante vigilanze alle case dei magistrati e dei giudici popolari impiegati nel Maxiprocesso, ogni tanto ci capitava il diversivo della vigilanza sotto la casa della famiglia Cassarà. La notte per restare svegli parlavamo oppure giocavamo lanciando monete contro il muro del palazzo; vinceva chi si avvicinava di più. Eravamo ragazzi, avevamo solo venti, ventun anni. Quasi non sapevamo a cosa andavamo incontro. 

Di giorno, ogni tanto, un paio di noi dovevano scortare la figlia del commissario al mini market a fare la spesa. Ce la mettevamo in mezzo e con i giubbotti antiproiettile ed i mitra spianati, andavamo verso il banco degli affettati. La commessa quando ci vedeva arrivare iniziava a tremare e ci faceva passare avanti. In un silenzio di tomba la ragazzina ordinava due etti di prosciutto cotto mentre gli noi ci guardavamo intorno con circospezione. 

L’anziana portiera dello stabile ci conosceva bene, a turno ci rivedeva. Aveva preso un po’ di confidenza. Una volta ebbe l’ardire di chiedermi, indicando il piedistallo di cemento armato del grosso tavolo di legno massiccio che stava nel portone <<Se quando vi tirano la bimba o vi sparano – perché a voi o vi tirano una bomba o vi sparano – io mi butto là dietro, muoio?>> Non ricordo cosa le risposi, certo non la lasciai col dubbio.
Quando ci dicevano che era il nostro turno di scendere giù per una quindicina di giorni reagivamo in modi diversi. Qualcuno tentava di svicolare perché c’era già stato e pretendeva che prima di lui ci andassero almeno una volta gli imboscati o perché aveva la sue cose da fare a Genova; altri erano contenti. Alcuni partivano da soli e tornavano in tre. Mi ricordo successe a qualche collega di Padova; le parmelitane avevano un fascino pericoloso. Io tentavo di scamparmela, ci sono stato solo due volte, ma devo dire che in Sicilia, nonostante tutto, ci stavo davvero bene.

Stare davanti alla casa di Falcone non era brutto. Era in centro, c’era un bel passaggio. Bisognava però prestare attenzione a quando il giudice rientrava dal tribunale e scendeva dalla macchina blindata per rientrare in casa. 

Una volta ci comunicarono via radio dall’operativo che in zona era stata avvistata una motocicletta rossa con in sella due uomini col casco, cosa rara per quegli anni, soprattutto a quelle latitudini. Quello dietro, ci dissero, aveva una pistola e in qualche modo tentava di occultare la targa. Chiesi ad Oreste, che era con me in quei giorni, cosa secondo lui avremmo dovuto fare. Alla fine salimmo sul nostro pesante mezzo blindato ed Oreste mise in moto. Se fosse passata una moto davanti a noi rispondente alla descrizione l’avremmo schiacciata contro il muro. 

La vigilanza ai giudici popolari era forse più impegnativa. Bisognava stare attenti soprattutto a loro, non erano abituati a quella nuova vita da reclusi in libertà. A volte uscivano di casa di testa loro: bisognava fermarli, farli aspettare e chiamare la scorta che li doveva seguire ovunque.  

Un pomeriggio eravamo con Oreste a Mondello davanti alla casa di uno di questi giudici, una donna. Conoscevamo la signora e conoscevamo suo marito che, del tutto determinato a far parte del dispositivo di protezione della moglie, chiese ed ottenne il porto d’armi. Non ricordo che mestiere facesse, ma sono sicuro che fosse laureato, lo chiamavamo, infatti, dottore. 

Ad un certo punto dall’abitazione del giudice uscì una persona mai vista, una donna della quale i colleghi a cui avevamo dato il cambio non ci avevano segnalato la presenza. Sospettando qualcosa mi avvicinai e la osservai con attenzione. Sotto un foulard improbabile per quei mesi estivi c’era una parrucca bionda. Alla fine la riconobbi nonostante gli occhiali stile Callas che aveva deciso di indossare. Era lei, quella peste del giudice popolare, che voleva andare dal parrucchiere senza l’impiccio della protezione. Quasi si mise a piangere mentre Oreste chiamava i ragazzi della scorta con la radio del blindato.

Il giorno dopo facemmo la mattina che trascorse con tranquillità e poi la notte, come previsto dal turno in quinta. 

Saranno state le quattro, avevamo una sete boia, aveva da poco smesso di soffiare uno scirocco infernale. Oreste scese dal mezzo e si diresse verso il pergolato per sgranchirsi le gambe. Tornò con un grappolo d’uva nera che divorammo allegramente. 

Verso le sette udimmo l’urlo disperato del marito della giudice. Temendo il peggio lo raggiungemmo immediatamente con le armi in pugno, era sotto il pergolato. <<Cosa è successo, dottore?!?>>. Puntò il dito verso l’alto indicando una zona al centro del pergolato e disse: <<Lì fino a ieri sera c’era il primo grappolo d’uva maturo della stagione. Volevo farlo assaggiare a mia moglie ma qualcuno lo ha mangiato!>> Senza incertezze, come un attore consumato, mentre Oreste cambiava continuamente colore in viso senza riuscire a stabilizzarsi, riuscii a dire <<Ahh quello! L’ho visto, è stato un topo.>> <<Un topo?!? Ma qui non ho mai visto topi!>> <<Eppure ci sono!>> risposi ostentando sicurezza. <<Va bene, scusatemi.>> <<Ma di cosa dottore! Ci saluti piuttosto la signora, fra poco ci danno il cambio e ci vediamo dopodomani.>>  
E così venne quella maledetta sera. Eravamo stanchi e dopo un po’ ci sedemmo all’interno del blindato a parlare; potevano essere le dieci, dieci e mezza. I due colpi esplosero in rapida successione, scendemmo di corsa armando la mitraglietta. Sotto il pergolato il dottore in pigiama e pantofole con la pistola fumante in mano, il braccio disteso lungo la gamba. <<Cosa è stato?!?!>> esclamai col cuore in gola. <<L’ho preso quel bastardo!!>> disse indicando una pozza di sangue per terra sotto il pergolato in mezzo alla quale si intravedevano brandelli di una pelliccetta grigiastra. <<Adesso ha finito di mangiare uva a tradimento!>>

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Ieri ci sono state commemorazioni più grandi, importanti e serie di questa che pubblichiamo volutamente con un giorno di ritardo.  Sono ricordi di un’Italia che sembrava volersi riscattare dalla piaga della criminalità organizzata stringendosi attorno ai suoi Uomini migliori. Uomini uccisi barbaramente ad uno ad uno.  Sulle nostre gambe, contrariamente a quanto si dice, non camminano le loro idee, non siamo in grado ne’ di capirli ne’ di imitarli. Sulle nostre gambe cammina l’ignavia di un popolo avvezzo alla sottomissione e al malaffare.  Un popolo governato da persone spesso disoneste e colluse.  Quando un’organizzazione ha la forza di fare saltare un intero tratto di autostrada con quattrocento chili di esplosivo uccidendo i migliori uomini dello Stato, con i boss che brindano in carcere, lo Stato deve dare prova di sè.  I territori vanno occupati militarmente, i beni sequestrati, le celle riempite. Lo champagne deve andare di traverso. Invece ci basta la retorica delle commemorazioni, ci bastano due ore di Fabio Fazio e Roberto Saviano in prima serata. 

Claudio Di Tursi

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