CIAO MAESTRA ROSA

foto_quinta_elementare

Di Flavio Poggi

CIAO MAESTRA ROSA
Oggi ho saputo che è mancata la mia Maestra Rosa Medicina. Quelli del mio anno, io sono del 1968, sono stati fra gli ultimi a frequentare le scuole elementari a Torrazza, nell’edificio divenuto poi sede del Centro di Educazione Ambientale. Le maestre che io ricordo erano due, Enrichetta Paccani e Rosa Medicina, entrambe di Torrazza. Era un’altra scuola quella dei nostri tempi: la maestra era unica e portava la sua classe dalla prima alla quinta elementare. Si stava con lei dalle 8 a mezzogiorno e ti insegnava a leggere, scrivere e far di conto e a scoprire che in Italia ci sono pure il Molise e la Basilicata… per cinque imprescindibili anni della nostra vita io e i miei coetanei dei dintorni abbiamo avuto la Maestra Rosa come seconda mamma. Una persona dolcissima e gentile, con una vocina sottile che i miei ricordi remoti e sicuramente un poco romanzati dalla nostalgia non accostano a nessuna sfuriata o rimprovero.
Mi ha dato molto la Maestra Rosa, sia in termini di educazione, sia di insegnamento e di incoraggiamento ad andare avanti negli studi, credendo nelle mie capacità e propensioni.
L’ho incontrata poche volte una volte finite le elementari. Ma ricordo quando la rividi poco dopo essermi laureato: l’orgoglio sincero col quale si congratulò con me per il risultato raggiunto. Mi disse che sapeva che ce l’avrei fatta e io le risposi che era anche grazie a lei ed al suo lavoro.
Rivedo ancora oggi di tanto in tanto molti dei miei vecchi compagni delle elementari e vedo che sono tutti diventati delle belle persone. Merito sicuramente delle nostre famiglie e dell’ambiente sano nel quale abbiamo avuto la fortuna di crescere. Ma credo che ognuno di noi, vecchi compagni di classe delle elementari di Torrazza oltre quarant’anni or sono, quando ha saputo o saprà che la Maestra Rosa se n’è andata, verserà una lacrima di dispiacere e riconoscenza. Ciao Maestra.

Annunci

LEZIONI DI CODING ALLA ELEMENTARE DI VITTORIO DI PICCARELLO

Una schermata dell’ambiente di sviluppo Scratch usato per avvicinare i più piccoli al mondo della programmazione.


Milano, 6 giugno 2017 – NTT DATA Italia, divisione italiana del colosso giapponese del settore dell’Information Technology, amplia il programma “NTT DATA – Coding nelle scuole”, nato per avvicinare i giovani allievi delle scuole primarie al pensiero computazionale e alle basi del coding. Il progetto include ora anche il capoluogo ligure, con i primi 2 incontri previsti per oggi, martedì 6, e domani, mercoledì 7 giugno 2017, presso la scuola primaria Di Vittorio di Sant’Olcese, nell’area metropolitana di Genova.Il progetto, partito all’inizio dell’anno scolastico 2016-2017, è già attivo nelle città di Milano,Torino, Roma, Cosenza e Napoli. Ad oggi, NTT DATA ha coinvolto oltre 40 istituti in tutta Italia, nei quali sono stati svolti più di 170 incontri complessivi, per un totale di 370 ore di lezione.

Nel mese di giugno, prima della pausa estiva, sono in programma 10 incontri nelle diverse città italiane che partecipano all’iniziativa. Per Genova, che dal prossimo anno scolastico entrerà a pieno regime nell’iniziativa, sarà la scuola primaria Di Vittorio dell’ IC di Serra Riccò e Sant’Olcese ad ospitare per la prima volta i professionisti NTT DATA, che terranno due incontri: in classi di quarta e quinta elementare.

L’obiettivo del progetto è avvicinare i giovani e i bambini ai principi fondamentali della programmazione informatica e al pensiero computazionale, attraverso laboratori di coding a cura dei dipendenti di NTT DATA Italia, forniti a titolo completamente gratuito, compreso l’hardware necessario per le lezioni svolte all’interno delle aule scolastiche delle scuole primarie. Attraverso la creazione guidata di un videogioco con il software Scratch, elaborato dal MIT della Boston University, i piccoli possono apprendere le basi di questa nuova modalità di ragionamento, che sviluppa competenze logiche e capacità di problem solving utili in qualunque settore e in qualunque tipologia di attività didattica o lavorativa nel loro futuro.

Molti altri istituti genovesi hanno già manifestato il loro vivo interesse per il progetto e, a partire dal prossimo anno scolastico, saranno i primi ad essere coinvolti nell’iniziativa.

“Il bilancio dell’esperienza di quest’anno è stato per noi decisamente positivo, per l’entusiasmo, la partecipazione e l’impegno con cui dirigenti scolastici, maestri e bambini hanno accolto l’iniziativa e per i brillanti risultati che, lavorando in sinergia con loro, siamo riusciti ad ottenere. Questo ci ha fornito ulteriore conferma del fatto che le nuove metodologie di apprendimento sono estremamente coinvolgenti ed efficaci e che è molto importante continuare il nostro impegno nella formazione dei giovani” commenta Paolo Zanotti, Head of Marketing & Communication di NTT DATA Italia.

NTT DATA Italia fa parte del colosso giapponese NTT DATA, uno dei principali player a livello mondiale nell’ambito della Consulenza e dei Servizi IT. Digitale, Consulenza, Cyber Security e System Integration sono solo alcune delle nostre linee di business principali. A partire dall’innovazione, la creazione di valore per i nostri clienti è la nostra missione. Con una portata globale di oltre 50 paesi, 100.000 professionisti e una rete internazionale di centri di ricerca e sviluppo a Tokyo, Palo Alto e Cosenza, forgiamo i futuri modelli di business delle aziende.
– See more at: http://emea.nttdata.com/it/news/news-detail//article/il-progetto-ntt-data-coding-nelle-scuole-sbarca-a-genova/index.html?tx_ttnews%5BbackPid%5D=2112&cHash=6d43febc7766dcbdd4d4939eea6a4525#sthash.iUSzTM0c.dpuf

——————————————-

Nota della redazione:

Cercheremo di capire perché questo importante progetto non sia stato esteso agli altri plessi dell’Istituto Comprensivo di Serra Riccò e Sant’Olcese.

Sicuro in su le carte verrò, più che su legni, volteggiando

Dedicato a chi immagina come immaginare.

Di Giampiero Pepe*

Recentemente ho avuto il piacere di visitare a Ferrara la Mostra su Ludovico Ariosto, organizzata e commentata da Guido Beltramini (Chapeau!) ed Adolfo Tura. Come ha scritto anche Mastrocola su IlSole24ore in una breve recensione, le mostre d’arte sono sempre un mirabile viaggio nel tempo e nel sogno, e spesso in quei corridoi sentiamo il disperato bisogno di essere guidati da una voce che ci faccia cogliere ciò che non sappiamo o ciò che non vediamo…. ignoranza e distrazione magicamente si dissolvono in splendide visioni lì davanti a noi. A Ferrara quella voce doveva essere più accattivante del solito, perchè è riuscita a tenerci fermi per interminabili minuti al centro di una sala, tutti a guardare la stessa opera, come travolti da un miraggio di massa, tutti a leggere (come forse non abbiamo mai fatto!) gli stessi versi proiettati sulla oscura parete. E’ stato come se uno dei maghi che aleggiavano in quelle sale avesse congelato i nostri movimenti con un sopraffine incantesimo, trasformandoci in marionette bloccate da fili appesi a quella voce: ci muovevamo in un mondo fatato, lontani dalla rumorosa realtà confinata in una terra lontana, al di là della curva(tura) dello spazio-tempo.

Il titolo già di per sé accattivante della mostra era Orlando furioso 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi…. anche a mio avviso geniale, soprattutto per la novità metodologica introdotta: quando un artista crea con i suoi colori o con la sua penna o il suo scalpello, cosa vedono i suoi occhi? Non trovate la domanda affascinante?! Come immaginiamo l’artista nel suo momento creativo? Una mostra ci fa spesso vedere i frutti di quella immaginazione, ma l’immaginazione in sè, il momento fondamentale del processo creativo, come si può cogliere?! I chilometri fatti per arrivare a Ferrara sono stati ripagati, ed in queste poche righe (si, lo so sono pur sempre molte!) proverò a darne modesta spiegazione, muovendomi sul terreno difficile delle emozioni……Ariosto viveva -come tutti noi del resto- il proprio tempo, la sua vita era piena di ciò che gli stava intorno, occhi e mente erano colmi di fotografie scattate nei Palazzi di Corte, ed i soggetti erano quadri, sculture, arazzi, armi, incunaboli, gioielli ….Chi crea non può essere avulso dal mondo e perduto in un deserto splendidamente cristallino (P. Mastrocola): è un essere circondato da un tutto ed imprigionato in un tutto, riflettente come uno specchio. Ma in quello specchio si deve entrare se si vuol toccare con mano la portata della forza creatrice che si sprigionava negli occhi chiusi di Ariosto.
Chiudete allora anche voi gli occhi leggendo l’incipit maestoso dell’Orlando Furioso, e vi troverete magicamente proiettati in un nuovo e meraviglioso mondo:

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amor, le cortesie, l’audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori d’Africa il mare….
Dirò d’Orlando in un medesmo tratto cosa non detta in prosa mai, né in rima:che per amor venne in furore e matto, d’uom che sì saggio era stimato prima;

Pochi versi ed il Furioso è subito al centro del nostro immaginario visivo, un uomo saggio che l’amore ha trasformato in cavaliere innamorato pronto a perdersi nel labirinto della sua sentimentale esistenza, e che di fronte ai continui bivi non riesce a trovare la giusta strada…ma da quegli errori nasce il sogno, destino quasi beffardo della vita… E’ bello immaginare Ariosto seduto in una maestosa Sala di Palazzo Gonzaga a Mantova ad ammirare il Ritratto di gentiluomo di B. Veneto, esposto a Ferrara, con quel labirinto poggiato sul cuore, e con il mantello ricamato di nodi di Salomone e pigna verde con intorno sette perle di saggezza. Ariosto deve aver (pre)visto in quel quadro il percorso della sua opera, la medicina del suo Eroe, che nell’invocata Esperience me guide accende una lanterna in quella selva dove i protagonisti facilmente si smarriscono.

B. Veneto, Ritratto di gentiluom

Paolo Uccello, San Giorgio ed il drago

E come doveva apparire l’Orlando agli occhi chiusi di Ariosto? Forse come San Giorgio “cavallier di bello armato e lucido metallo”, che in tanti quadri di corte e giganteschi arazzi combatte con possanza il drago e le tante orribili creature che popolano il Furioso, come il mirabile mostro con la coda a forma di “lungo serpe” che combatte Rinaldo e che esce fuor d’una caverna oscura. E’ l’atmosfera arturiana del meraviglioso, fatta di di favole mitologiche antiche, ambientate in terre lontane ed immaginarie, dove sono oggetto del desiderio spada, cavallo, elmo…Ed in tal senso la mostra offre un ampio campionario al visitatore di quegli oggetti originali che fecero sognare lo stesso Ariosto, come la pregevole
spada di Boadbil, che da sola racconta con i suoi intarsi le gloriose storie dei cavalieri che l’avevano gloriosamente impugnata.

Ci si muove in luoghi fantastici, disegnati nelle mappe elaborate dai primi viaggiatori moderni che si erano spinti oltre i confini del mondo conosciuto: storie e resoconti anche fantasiosi ma proprio per questo ancora più accattivanti per l’uomo che voleva il Medio Evo alle spalle. Ariosto conosceva bene quelle mappe, e la mostra di Ferrara ne proponeva molte e di rara bellezza, e su di esse lui sognava, più che su legni, volteggiando verrò, proprio come i bambini davanti ad un mappamondo. Ma una cosa ha colpito di più la mia di immaginazione nell’immaginare Ariosto: la vista dell’imponente globo in bronzo dorato (I sec d.c.) che è stato per secoli sulla sommità dell’obelisco a Roma nel Circo Vaticano, e poi trasferito in Piazza San Pietro. Era considerato la tomba di Giulio Cesare, ed era ben visibile ai tempi di Ariosto, imperioso lì in quella enorme piazza a sovrastarne
l’immagine… e come lui, in quel globo tra le luci soffuse che lasciavano immaginare la notte, ho visto la luna raggiungibile solo con la fantasia, una sfera metallizzata come un acciar che non ha macchia alcuna di due metri di diametro, ma con ben oltre due metri di sogno…..Nelle luci soffuse della sala i versi del Furioso lasciavano intravedere il Poeta seduto a contemplarne i contorni:

..Quivi ebbe Astolfo doppia meraviglia: che quel paese appresso era sì grande, il quale a un picciol tondo rassimiglia a noi che lo miriam da queste bande;

E’ la luna dunque il luogo “naturale” a cui guardiamo quando cerchiamo risposte, è la luna il luogo dove si raccolgono tutte le cose che in Terra si perdono, ed è lì che Astolfo vola per recuperare il senno perso dell’amico Orlando:

..Le lacrime e i sospiri degli amanti, l’inutil tempo che si perde a giuoco, e l’ozio lungo d’uomini ignoranti, vani disegni che non han mai loco, i vani desideri sono tanti, che la più parte ingombran di quel loco: ciò che in somma qua giù perdesti mai, là su salendo ritrovar potrai.

Pensate, una semplice sfera metallica, una pena d’amore vissuta, un’innata voglia di (s)fuggire, e poi …puff….in una qualche parte sperduta del nostro universo ritroviamo noi stessi! Ringraziamo oltremodo quell’antica amica silenziosa dal volto umano che è lì in cielo, la donna con il viso fatto di tinta cilestrina, con labbra vermiglie socchiuse e grandi occhi marroni dallo sguardo perplesso che chiamiamo Luna. Altri dopo Ariosto a lei si sono rivolti per cercare ancora risposte a domande profonde:

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, Silenziosa luna? …. Forse s’avess’io l’ale da volar su le nubi, E noverar le stelle ad una ad una, o come il tuono errar di giogo in giogo, Più felice sarei, dolce mia greggia, più felice sarei, candida luna.

Ecco, è’ l’eterno cammino dell’uomo quello a cui la voce ci accompagna nel percorso della Mostra di Ferrara : come Astolfo o come il pastore errante o come tanti di noi insoddisfatti per la nostra vita dovremmo avere il coraggio di chiudere ancora una volta gli occhi e salire in sella al nostro ippogrifo alato, che scalpitante attende in qualche segreto angolo del nostro cuore, e volare verso la fantasia ed il sogno. Spero solo che queste poche righe vi abbiamo convinto sull’opportunità almeno di provarci…

*Giampiero Pepe, Dipartimento di Fisica dell’Università Federico II di Napoli

 

La trama dei sogni 

Di Laura Startari*

Ogni giorno Annamaria, con le sue pazienti e sapienti mani, creava trame di cotone e tesseva opere rare. Il baule era colmo di lenzuola ricamate, di tovaglie bianche, di un grande copriletto a uncinetto, delle sue speranze di giovane donna. Tutto il suo essere e avere in quel baule. La ragazza, i genitori e il fratello minore vissero nella terra di origine, calda di sole e non di accoglienza per lei, profumata di arance e di olive e non di gigli in fiore. Incontrò l’amore Anna, nello sguardo di un uomo che la rispettava, l’unico. La sua famiglia non seppe darle affetto fino dall’infanzia, quando tra i campi coltivati, sola, sognava di fuggire da un padre padrone, si nascondeva da lui, con il desiderio di sparire, di non farsi trovare mai più. Un giorno di primavera tornò a casa, dopo il lavoro nei campi e un tenero incontro segreto con l’ uomo che le dichiarò tutto il suo amore. Anna andò di corsa in solaio dove custodiva il suo baule di speranze ricamate, avrebbe voluto urlare al mondo la gioia che sentiva nel cuore ma preferì conservarla, con cura, accanto alle trame dei suoi sogni. Chiuse il baule d’oro Anna e lo coprì con un telo come a nasconderlo per proteggerlo. Venne l’ estate ma non per lei. Il fratello convolò a nozze. Anna sognava le sue, si risvegliò presto. Quel giorno in solaio pianse, tutte le sue lacrime. Il suo baule impreziosito dalle trame, dai merletti, dai pizzi che lei tesseva in ogni momento libero, mentre libero le batteva il cuore per il suo amato, era sparito, ceduto in dote al fratello, figlio maschio e come tale unico destinatario di ogni beneficio e vantaggio. Annamaria chiese spiegazioni alla madre silenziosa. Il padre, senza esitare, la percosse, così come era solito fare ogni volta che la ragazza provava a dimostrare di esistere come essere umano, con uguali diritti rispetto all’uomo. La ragazza si chiuse in camera, cercò di smettere di soffrire, forte dell’entusiasmo del suo amore per l’uomo gentile. E riprese a sognare sogni che rimasero tali. Si sentì morire quando il padre le presentò il suo sposo, prima ancora che lei potesse rivelargli l’identità del suo vero amore. E subì ancora Anna, violenza verso la sua anima, percosse sul corpo, fino a farle promettere che avrebbe abbandonato i suoi sogni. Visse morendo ogni giorno, accompagnata da un uomo che altri avevano scelto per lei, un uomo burbero con il quale fu costretta a vivere in un una morsa di privazioni, violenze fisiche e morali. Non si ribellò mai, neppure al suo nuovo aguzzino, per amore verso i figli, per nutrirli di quel pane al gusto di dolore e di quei giorni di falsa serenità da raccontare al mondo come onore. E tutto si svolgeva in quattro mura, all’interno della casa, muri d’odio, rancore, silenzi assordanti e urla soffocate. Non venne mai il giorno della pace se non quando l’uomo se ne andò, attraversando l’inferno della sua sofferenza, la stessa che sotto forma di tumori di odio meschino offrì e inferse alla moglie, nei giorni lenti di oppressione minuziosa, perfida e totale. Gli accadimenti quotidiani parlavano di schiavismo, di decisioni prese dal mostro, dalla spesa per la casa, alle scelte per i figli, alla loro educazione. I figli, i figli, erano i suoi figli. Finirono in giovane età per disprezzare questa madre, tanto l’odio che egli stesso aveva insegnato loro. Solo da adulti compresero i fatti, quando ormai la madre stanca e sfinita si annullò in uno di quei mali che le annientarono la personalità, come del resto si svolse la sua vita, nel dolore della malattia dell’odio senza esistere, solo resistere. E così ancora il male ebbe la meglio. 
Questa è una storia di dolore senza riscatto che vorrebbe ricordare le vittime della violenza di genere, in un sud della prima metà del novecento, dove l’unica difesa e il lieto fine furono la fine. Oggi nulla è cambiato, in ogni dove le donne vengono ancora massacrate, la speranza di una svolta è solo nella forza di continuare a contrastare gli stereotipi di genere, fino dalla primissima infanzia, futura società, attraverso il gioco, l’espressione verbale pensata, i libri a tema, la letteratura e lo studio della storia di quest’ultima e di quanto abbia potuto condizionare i rapporti di genere. In questo modo si inizierà a spezzare la catena di quei modelli discriminatori che da sempre stabiliscono i comportamenti da tenere sia per le donne che per gli uomini. E ancora nel coraggio della denuncia e nel credere fermamente alla sovranità di se stessa la donna può ancora salvarsi e abitare davvero la trama dei sogni di ogni piccolo e laborioso uncinetto dorato. 

*Laura Startari, Tagesmutter, fa parte del Coordinamento del Comitato Indipendente per Sant’Olcese

LA BEFANA: UN LUNGO “CAMINO” TRA STORIA, MITO E.. BONTÀ

di Giampiero Pepe* 

Viene viene la Befana
Da una terra assai lontana,
Così lontana che non c’è
La Befana, sai chi è?

(Filastrocca della befana, G. Rodari) 

E. Luzzati, La Befana


Ebbene si, lo ammetto: appartengo alla generazione della Befana, la nonnina che viaggia sulla scopa entrando in casa dal camino, lasciato spento nella notte tra il 5 ed il 6 gennaio, vestita in modo trasandato (-diffidate da moderne versioni tipo “ammalianti sirene” che trovate nei supermercati-), piegata su stessa dal pesante fardello di un sacco pieno di …sogni. 

“In quel tempo” (ahimè, stiamo parlando solo di pochi decenni fa!) aspettavamo i nostri regali (sperabilmente) in quella notte speciale, quando, come secoli prima in terra di Palestina, i doni arrivavano per il Bambino e non con il Bambino…Ricordo ancora uno di quei miei regali, un’auto della polizia americana Patrol, bianca e nera, che poteva roteare solo su stessa, tra luci blu e rosse ed con una sirena assordante …non aveva telecomandi o telecamere, non era interfacciabile via wifi, ma era l’auto che sognavo di guidare, sdraiato per ore sul pavimento a muoverla con le mani catturando gangsters nella mia stanza. 

“un misto di antica saggezza e veggenza come tante nonne contadine”

Dolce vecchietta, che, nonostante l’età, cammina 
sui tetti e nella (nostra) fantasia: personaggio
 assolutamente positivo, ma spesso accomunato
 ad una strega vecchia, brutta, malandata,
sdentata, malvestita, dalla lingua lunga e
 tagliente, scontrosa, con conoscenze misteriose. 
Una figura ambivalente, con poteri straordinari,
che premia con doni i “buoni” e punisce con
carbone i “cattivi”, misto di antica saggezza e
veggenza come tante nonne contadine, a
cominciare dalle mie, Adele e Maria Domenica,
che la descrivevano con occhi di brace, capelli
stopposi ed irti, bocca sdentata, corpo
magrissimo, mani nodose, grossi piedi deformi,
 pettegola, impicciona… la paura in me era tanta 
al mattino da chiedere a mia madre di
accompagnarmi al camino dei regali! 

Il noce di Benevento


Nel mio Sannio, terra ricca di storia e tradizioni, l’immagine della Befana si fonde quasi naturalmente con quella della Strega (non solo il Liquore Strega, inconfondibile per profumi e sapore), in una leggenda-mito ambientata a Beneventum sotto un albero di noci, in una fredda ed oscura notte di Natale (manco a dirlo!), sulla sponda del fiume Sabato dove con le sue amiche ballava per venerare il demonio sotto forma di cane o di caprone… Erano donne fattucchiere, capaci di incantesimi e malefìci, brave nel preparare filtri magici e procurare aborti, di giorno persone normali ma che di notte si trasformavano in creature capaci di volare a cavallo di una scopa di saggina essiccata, dopo essersi cosparse di un unguento magico, preparato in una caldaia nella notte del venerdì sotto il noce di Benevento, mettendo a bollire un rospo, una lucertola a due code, una forbicina, un cuore di gatta nata nella notte di San Giovanni ed un pezzo di cordone ombelicale di una bimba nata nella notte di San Pietro… Quel mitico noce fu abbattuto da San Barbato, che al suo posto edificò la sua chiesa, esorcizzando così quei riti ed avviando il lento recupero di credibilità offuscato da quella tetra leggenda. 

Triora, la città delle streghe (Imperia)


Nei secoli successivi la storia riporta una vera caccia alla streghe: arresti, processi, torture e condanne a morte per donne-”streghe” costrette ad ammettere colpe del tutto inesistenti: è emblematica la storia drammatica di una donna di Cervarolo, Valsesia, che agli inizi dell’800 (!) fu accusata di essere “strega” solo perché aveva “una statura alta, faccia deforme, nera, bitorzoluta, con una guardatura fiera, contornata da un profondo increspamento degli angoli delle palpebre, del tramezzo delle sopracciglia e di tutta la fronte che rende vana cupa e minacciosa, con un tono di voce sonoro e risoluto, e tutto ciò accompagnato da un umore ipocondriaco e bisbetico”. Vi rendete conto?! Ancora, a Triora (Imperia), nel XVI sec il popolo sfogò la sua rabbia perseguitando alcune donne del villaggio indicandole come strumento del demonio per una intervenuta carestia: accusate di stregoneria ed infanticidio, arrestate, torturate, incarcerate nelle loro case e solo dopo molti anni (e vittime!) un illuminato Doge di Genova chiuse un assurdo processo … perchè il fatto non sussisteva! 

“la teoria delle erbe per il riscatto della Befana”

Oggi l’alone di malignità si è dissolto, la Befana è di nuovo simbolo di dolcezza… come mai questa riabilitazione? Molte le teorie in proposito, ma quella per me più convincente è… la teoria delle erbe!! Sì, la riscoperta in chiave moderna delle erbe e della loro conoscenza è un patrimonio dell’universo femminile, come il cibo e la cura del corpo: e questa dimensione delicata e robusta di quotidianità di gesti, attenzioni, saperi, maturata attraverso la preparazione di cibi, decotti, tisane, creme, aromi e profumi, da sola è riuscita a fermare un’assurda deformazione storica, ridando giusta sensibilità al protagonismo femminile. Una magia in una storia di magia. Simbolo di questa rivoluzione per me è la malva, erba omnimorbia, che come una madre può curare ferite ed addolcire affanni della vita, come la cara vecchia Befana… Guardate sul camino ancora una volta e troverete sicuramente tracce di un suo recente passaggio: sarà un regalo molto gradito, un nuovo viaggio anche se ….. 

…La Befana, poveretta,
si confonde per la fretta: invece del treno che avevo ordinato un po’ di carbone mi ha lasciato. 

*Giampiero Pepe, Dipartimento di Fisica dell’Università Federico II di Napoli

Travolto da insoliti pensieri nel guardare immagini di una terra (s)tremata in una calda domenica d’autunno…. 

Cosa avranno mai in comune Chiara Ferraris, Annalena Benini, Joseph Ratzinger e San Benedetto da Norcia?! 


di Giampiero Pepe*

Cosa avranno mai in comune Chiara Ferraris (biologa, insegnante, scrittrice, mamma), Annalena Benini (editorialista de IlFiglio.it, mamma), Joseph Ratzinger (Pontefice Emerito) e S. Benedetto da Norcia (santo, inventore del mondo moderno)? Domanda a dir poco curiosa, nata in una delle mie peregrine meditazioni durante una calda domenica autunnale, pensando e ripensando ad immagini desolanti del terremoto umbro-marchigiano. Eh già, proprio il terremoto…l’ho vissuto nel 1980 quando la mia terra si inquietò dimostrando la nostra completa impreparazione a reggere l’impatto di una energia così grande. 

Apro il giornale seduto sulla panchina del mio piccolo paese, e subito mi colpiscono le parole di Annalena che parla di “ritorno del mostro”: ma dove? Lei dice nelle menti dei bambini, oggi sconvolti nelle loro piccole coscienze da questa nuova “entità”. Li immagino questi bambini, come me allora, a cercar crepe nei muri, a chiedere ai grandi il grado ed impaurirsi negli occhi se quel numero che sentono è superiore a sei. E’ un mostro che aleggia nei loro pensieri, come nelle fiabe, creatura malvagia che a volte ritorna senza fare sconti alle persone che non ce la fanno o che soffrono per il freddo. Ripenso ai miei di ricordi, ma non riesco ad accettare l’interpretazione “fatalistica” del terremoto che Annalena sembra proporre. Esiste davvero una declinazione di cattiveria in un terremoto? E se ci fosse, da parte di chi e soprattutto per chi?! Molti colleghi “dotti, medici e sapienti”, riuniti davanti al mio capezzale, diranno “No, non è per contraddire il collega Professore, ma la domanda non ha affatto basi scientifiche!”. Sono sorpreso: e se avessero ragione loro?! E’ normale dopotutto aver paura per una scossa violenta di terremoto, ma realizzo che il punto è proprio questo: se tutto si gioca sul piano della paura, allora possono esserci altre “interpretazioni” etiche e/o religiose (whow……roba da terza o quarta dimensione!). La calda lettura si fa sempre più interessante anche se non vedo all’orizzonte risposte convincenti: forse sto correndo troppo con i pensieri, ma uno si affaccia immediatamente: e se il terremoto fosse un segno di Dio?! E cosa vorrebbe dimostrare Dio con una equazione che contempla nelle sue soluzioni solo onde distruttive ? 
Continua a leggere

Riflessioni di una ex scimmia evoluta.

Di Chiara Ferraris

La terra chiama. Urla a gran voce una verità intramontabile: noi non siamo i padroni di questo pianeta. Ne siamo gli ospiti, neanche troppo graditi. In un preciso intervallo di tempo si sono create alcune condizioni che, con nostra grande fortuna, si sono rivelate adatte alla vita sulla terra e, sempre per un insieme di combinazioni che qualcuno chiama caso e qualcuno Dio, quella vita ha portato all’uomo. Che poi, non si capisce perché, ha pensato di meritarselo. E di esserne in parte artefice e quindi, anche, padrone. Di poterci mettere le mani, di manipolarla, questa natura sensibile e ordinata, regolata da leggi finissime e precise. Abbiamo creduto che fosse il caso di diventare il meccanismo impazzito, quello che scompagina l’ordine, che forza le serrature con un piede di porco.Perché? Perché ci riteniamo superiori, intelligenti, evoluti? Siamo una specie che non si adatta all’ambiente circostante, e invece di estinguerci, come capita al povero panda che pensa di poter mangiare solo bambù, abbiamo il dono di saper trovare strategie, di rendere l’ambiente adattabile a noi e abbiamo anche deciso di non usarlo in modo sensato, questo dono.

Non ci è spuntata la pelliccia per difenderci dal freddo, ma abbiamo creato i vestiti adatti, abbiamo usato la lana delle pecore, abbiamo inventato i tessuti sintetici, il riscaldamento centralizzato e l’automobile con il sedile che si riscalda. Ma siamo arrivati anche al riscaldamento globale, abbiamo esagerato… sciogliendo pure i ghiacciai.

La natura ci ha scatenato contro i germi più terribili e noi abbiamo scoperto le cure, abbiamo sfruttato, addirittura, i meccanismi di difesa degli altri esseri viventi a nostro vantaggio. Ma poi, nell’assurdo tentativo di valicare sempre più limiti, abbiamo creato nuovi mostri, malattie incurabili che si nutrono di noi stessi, nati in noi stessi a causa degli inquinanti che noi produciamo e non troviamo il modo di sconfiggerle.

Abbiamo avuto la curiosità di scoprire e sapere sempre di più e questo di più, invece di arricchirci e renderci più consapevoli, critici e attenti, ci ha resi speculatori, sfruttatori, approfittatori, smaliziati e menefreghisti.

Abbiamo creduto di possedere la materia, abbiamo diviso l’ indivisibile, rendendoci conto che questa realtà avrebbe potuto esploderci in mano, e andando avanti lo stesso. Volevamo dominare lo spazio e il tempo, scavalcando l’ordine preesistente, ma il sistema va avanti da solo, le sue equazioni sono perfette e incorruttibili e si disinteressano della nostra sete di potere.

Adesso, oggi, la terra chiama. La terra trema. La terra ci dice che se anche crediamo di possederne la superficie, ci sono migliaia di chilometri di profondità che non ci appartengono, che sotto i nostri piedi ci sono elementi che navigano in questo eterno ribollire vulcanico dalle origini del mondo, miliardi di anni prima che noi concedessimo il privilegio della nostra presenza.

Oggi la terra chiama. Oggi la terra trema. E sono echi lontani di un ritmo tribale, il rimbombo di un tamburo atavico che risuona dalla giungla della nostra preistoria a ricordarci che la natura è Madre, Padrona, Dominatrice.

Oggi la terra trema, e dalle nostre gole esce lo stesso stridulo verso disarmato e ancestrale della preda che ha giocato con un avversario molto più forte di lei e che sa essere imprevedibile.

Continueremo a costruire palazzi antisismici, per difenderci dalle insidie della terra, ed è giusto, abbiamo i mezzi e l’intelligenza per farlo, abbiamo quel dono, quella capacità che ci ha resi unici tra tutti gli esseri viventi.

Ma continuiamo a non trovare soluzioni per proteggerci da noi stessi, dalle nostre invenzioni passate.

E mi chiedo cosa ci sia di evoluto in questo.

*Chiara Ferraris, biologa, insegnante, scrittrice, mamma.