Polvere.


Non siete mai stati giovani. O forse lo siete stati, vi è piaciuto, ed ora che non lo siete più ve la pigliate con i ragazzi che fanno un po’ di casino sotto le vostre finestre.
Vi piacerebbe un paese morto, abitato da morti, in cui regni sovrano il silenzio. Vi dà fastidio il gioco della palla, che rimbalzando fa rumore e alza la maledetta polvere che vi entra in casa. La più blanda delle punizioni divine, la minima che vi meritate.

Meritate una punizione perché dopo tanto vivere non avete capito cosa sia la vita, non avete il cuore e le palle di scendere in strada e parlarci o litigarci, con i ragazzi. Di capire cosa li muove, cosa li agita. Ne avete paura, o forse avete paura della vostra reazione. Dite la verità, gli vorreste menare le mani.

Percepite solo il vostro diritto al riposo, non capite il loro diritto a muoversi e stare insieme. A tirare due calci ad un pallone. Voi alla loro età cosa facevate? Una vita di stenti e privazioni? Bene, alzate il culo dal divano, scendete giù e cercate di raccontarglielo, cercate di avere un confronto.
Io, che ho solo 52, anni mi ricordo che con i miei amici, alla loro età, facevamo più o meno i loro stessi casini. E che ogni tanto qualche vecchio deficiente, quando nelle sere d’estate parlottavamo sotto le sue finestre, ci tirava l’acqua. Proprio come fate voi.

La buona notizia è che fra qualche giorno riapriranno le scuole. I ragazzi si vedranno in giro sempre meno, inizierà l’autunno e potrete stare con le finestre chiuse. Niente più polvere e schiamazzi. Almeno per un po’. Poi ritornerà la primavera e qualcuno le finestre le riaprirà. Non tutti, però.

A titolo esclusivamente personale,
Claudio Di Tursi

Annunci

1986: IL MAXIPROCESSO A PALERMO. ALCUNI RICORDI.

Avevano sequestrato alla mafia un complesso residenziale chiamato “Tre Torri”, tre altissimi palazzoni costruiti vicino alla Favorita, e lo avevano riempito di poliziotti e Carabinieri. Al piano terra di uno di questi palazzi avevano fatto aprire un Bar che faceva farcitissimi panini e vendeva i classici pezzi di rosticceria siciliana. “La Bua” si chiamava, dal cognome del titolare; anche se tra di noi c’era chi ironizzava mettendo in relazione il nome dell’esercizio commerciale con la devastazione gastroenterica provocata dal consumo reiterato e sistematico dei suoi prodotti. Lì vicino, al numero 85 di Viale della Croce Rossa, c’era anche la casa di Ninni Cassarà, il commissario ucciso nel il 6 agosto del 1985, qualche mese prima dell’inizio del Maxiprocesso che aveva richiesto quell’enorme dispiego di forza.

Gli sparò, mentre sceso dall’Alfetta con due agenti di scorta stava raggiungendo il portone di casa, un commando di nove uomini armati di Kalashnikov. Riuscì ad entrare e morì sulle scale tra le braccia di sua moglie Laura e davanti agli occhi di sua figlia. 

Tra le tante vigilanze alle case dei magistrati e dei giudici popolari impiegati nel Maxiprocesso, ogni tanto ci capitava il diversivo della vigilanza sotto la casa della famiglia Cassarà. La notte per restare svegli parlavamo oppure giocavamo lanciando monete contro il muro del palazzo; vinceva chi si avvicinava di più. Eravamo ragazzi, avevamo solo venti, ventun anni. Quasi non sapevamo a cosa andavamo incontro. 

Di giorno, ogni tanto, un paio di noi dovevano scortare la figlia del commissario al mini market a fare la spesa. Ce la mettevamo in mezzo e con i giubbotti antiproiettile ed i mitra spianati, andavamo verso il banco degli affettati. La commessa quando ci vedeva arrivare iniziava a tremare e ci faceva passare avanti. In un silenzio di tomba la ragazzina ordinava due etti di prosciutto cotto mentre gli noi ci guardavamo intorno con circospezione. 

L’anziana portiera dello stabile ci conosceva bene, a turno ci rivedeva. Aveva preso un po’ di confidenza. Una volta ebbe l’ardire di chiedermi, indicando il piedistallo di cemento armato del grosso tavolo di legno massiccio che stava nel portone <<Se quando vi tirano la bimba o vi sparano – perché a voi o vi tirano una bomba o vi sparano – io mi butto là dietro, muoio?>> Non ricordo cosa le risposi, certo non la lasciai col dubbio.
Quando ci dicevano che era il nostro turno di scendere giù per una quindicina di giorni reagivamo in modi diversi. Qualcuno tentava di svicolare perché c’era già stato e pretendeva che prima di lui ci andassero almeno una volta gli imboscati o perché aveva la sue cose da fare a Genova; altri erano contenti. Alcuni partivano da soli e tornavano in tre. Mi ricordo successe a qualche collega di Padova; le parmelitane avevano un fascino pericoloso. Io tentavo di scamparmela, ci sono stato solo due volte, ma devo dire che in Sicilia, nonostante tutto, ci stavo davvero bene.

Stare davanti alla casa di Falcone non era brutto. Era in centro, c’era un bel passaggio. Bisognava però prestare attenzione a quando il giudice rientrava dal tribunale e scendeva dalla macchina blindata per rientrare in casa. 

Una volta ci comunicarono via radio dall’operativo che in zona era stata avvistata una motocicletta rossa con in sella due uomini col casco, cosa rara per quegli anni, soprattutto a quelle latitudini. Quello dietro, ci dissero, aveva una pistola e in qualche modo tentava di occultare la targa. Chiesi ad Oreste, che era con me in quei giorni, cosa secondo lui avremmo dovuto fare. Alla fine salimmo sul nostro pesante mezzo blindato ed Oreste mise in moto. Se fosse passata una moto davanti a noi rispondente alla descrizione l’avremmo schiacciata contro il muro. 

La vigilanza ai giudici popolari era forse più impegnativa. Bisognava stare attenti soprattutto a loro, non erano abituati a quella nuova vita da reclusi in libertà. A volte uscivano di casa di testa loro: bisognava fermarli, farli aspettare e chiamare la scorta che li doveva seguire ovunque.  

Un pomeriggio eravamo con Oreste a Mondello davanti alla casa di uno di questi giudici, una donna. Conoscevamo la signora e conoscevamo suo marito che, del tutto determinato a far parte del dispositivo di protezione della moglie, chiese ed ottenne il porto d’armi. Non ricordo che mestiere facesse, ma sono sicuro che fosse laureato, lo chiamavamo, infatti, dottore. 

Ad un certo punto dall’abitazione del giudice uscì una persona mai vista, una donna della quale i colleghi a cui avevamo dato il cambio non ci avevano segnalato la presenza. Sospettando qualcosa mi avvicinai e la osservai con attenzione. Sotto un foulard improbabile per quei mesi estivi c’era una parrucca bionda. Alla fine la riconobbi nonostante gli occhiali stile Callas che aveva deciso di indossare. Era lei, quella peste del giudice popolare, che voleva andare dal parrucchiere senza l’impiccio della protezione. Quasi si mise a piangere mentre Oreste chiamava i ragazzi della scorta con la radio del blindato.

Il giorno dopo facemmo la mattina che trascorse con tranquillità e poi la notte, come previsto dal turno in quinta. 

Saranno state le quattro, avevamo una sete boia, aveva da poco smesso di soffiare uno scirocco infernale. Oreste scese dal mezzo e si diresse verso il pergolato per sgranchirsi le gambe. Tornò con un grappolo d’uva nera che divorammo allegramente. 

Verso le sette udimmo l’urlo disperato del marito della giudice. Temendo il peggio lo raggiungemmo immediatamente con le armi in pugno, era sotto il pergolato. <<Cosa è successo, dottore?!?>>. Puntò il dito verso l’alto indicando una zona al centro del pergolato e disse: <<Lì fino a ieri sera c’era il primo grappolo d’uva maturo della stagione. Volevo farlo assaggiare a mia moglie ma qualcuno lo ha mangiato!>> Senza incertezze, come un attore consumato, mentre Oreste cambiava continuamente colore in viso senza riuscire a stabilizzarsi, riuscii a dire <<Ahh quello! L’ho visto, è stato un topo.>> <<Un topo?!? Ma qui non ho mai visto topi!>> <<Eppure ci sono!>> risposi ostentando sicurezza. <<Va bene, scusatemi.>> <<Ma di cosa dottore! Ci saluti piuttosto la signora, fra poco ci danno il cambio e ci vediamo dopodomani.>>  
E così venne quella maledetta sera. Eravamo stanchi e dopo un po’ ci sedemmo all’interno del blindato a parlare; potevano essere le dieci, dieci e mezza. I due colpi esplosero in rapida successione, scendemmo di corsa armando la mitraglietta. Sotto il pergolato il dottore in pigiama e pantofole con la pistola fumante in mano, il braccio disteso lungo la gamba. <<Cosa è stato?!?!>> esclamai col cuore in gola. <<L’ho preso quel bastardo!!>> disse indicando una pozza di sangue per terra sotto il pergolato in mezzo alla quale si intravedevano brandelli di una pelliccetta grigiastra. <<Adesso ha finito di mangiare uva a tradimento!>>

—————
Ieri ci sono state commemorazioni più grandi, importanti e serie di questa che pubblichiamo volutamente con un giorno di ritardo.  Sono ricordi di un’Italia che sembrava volersi riscattare dalla piaga della criminalità organizzata stringendosi attorno ai suoi Uomini migliori. Uomini uccisi barbaramente ad uno ad uno.  Sulle nostre gambe, contrariamente a quanto si dice, non camminano le loro idee, non siamo in grado ne’ di capirli ne’ di imitarli. Sulle nostre gambe cammina l’ignavia di un popolo avvezzo alla sottomissione e al malaffare.  Un popolo governato da persone spesso disoneste e colluse.  Quando un’organizzazione ha la forza di fare saltare un intero tratto di autostrada con quattrocento chili di esplosivo uccidendo i migliori uomini dello Stato, con i boss che brindano in carcere, lo Stato deve dare prova di sè.  I territori vanno occupati militarmente, i beni sequestrati, le celle riempite. Lo champagne deve andare di traverso. Invece ci basta la retorica delle commemorazioni, ci bastano due ore di Fabio Fazio e Roberto Saviano in prima serata. 

Claudio Di Tursi

La trama dei sogni 

Di Laura Startari*

Ogni giorno Annamaria, con le sue pazienti e sapienti mani, creava trame di cotone e tesseva opere rare. Il baule era colmo di lenzuola ricamate, di tovaglie bianche, di un grande copriletto a uncinetto, delle sue speranze di giovane donna. Tutto il suo essere e avere in quel baule. La ragazza, i genitori e il fratello minore vissero nella terra di origine, calda di sole e non di accoglienza per lei, profumata di arance e di olive e non di gigli in fiore. Incontrò l’amore Anna, nello sguardo di un uomo che la rispettava, l’unico. La sua famiglia non seppe darle affetto fino dall’infanzia, quando tra i campi coltivati, sola, sognava di fuggire da un padre padrone, si nascondeva da lui, con il desiderio di sparire, di non farsi trovare mai più. Un giorno di primavera tornò a casa, dopo il lavoro nei campi e un tenero incontro segreto con l’ uomo che le dichiarò tutto il suo amore. Anna andò di corsa in solaio dove custodiva il suo baule di speranze ricamate, avrebbe voluto urlare al mondo la gioia che sentiva nel cuore ma preferì conservarla, con cura, accanto alle trame dei suoi sogni. Chiuse il baule d’oro Anna e lo coprì con un telo come a nasconderlo per proteggerlo. Venne l’ estate ma non per lei. Il fratello convolò a nozze. Anna sognava le sue, si risvegliò presto. Quel giorno in solaio pianse, tutte le sue lacrime. Il suo baule impreziosito dalle trame, dai merletti, dai pizzi che lei tesseva in ogni momento libero, mentre libero le batteva il cuore per il suo amato, era sparito, ceduto in dote al fratello, figlio maschio e come tale unico destinatario di ogni beneficio e vantaggio. Annamaria chiese spiegazioni alla madre silenziosa. Il padre, senza esitare, la percosse, così come era solito fare ogni volta che la ragazza provava a dimostrare di esistere come essere umano, con uguali diritti rispetto all’uomo. La ragazza si chiuse in camera, cercò di smettere di soffrire, forte dell’entusiasmo del suo amore per l’uomo gentile. E riprese a sognare sogni che rimasero tali. Si sentì morire quando il padre le presentò il suo sposo, prima ancora che lei potesse rivelargli l’identità del suo vero amore. E subì ancora Anna, violenza verso la sua anima, percosse sul corpo, fino a farle promettere che avrebbe abbandonato i suoi sogni. Visse morendo ogni giorno, accompagnata da un uomo che altri avevano scelto per lei, un uomo burbero con il quale fu costretta a vivere in un una morsa di privazioni, violenze fisiche e morali. Non si ribellò mai, neppure al suo nuovo aguzzino, per amore verso i figli, per nutrirli di quel pane al gusto di dolore e di quei giorni di falsa serenità da raccontare al mondo come onore. E tutto si svolgeva in quattro mura, all’interno della casa, muri d’odio, rancore, silenzi assordanti e urla soffocate. Non venne mai il giorno della pace se non quando l’uomo se ne andò, attraversando l’inferno della sua sofferenza, la stessa che sotto forma di tumori di odio meschino offrì e inferse alla moglie, nei giorni lenti di oppressione minuziosa, perfida e totale. Gli accadimenti quotidiani parlavano di schiavismo, di decisioni prese dal mostro, dalla spesa per la casa, alle scelte per i figli, alla loro educazione. I figli, i figli, erano i suoi figli. Finirono in giovane età per disprezzare questa madre, tanto l’odio che egli stesso aveva insegnato loro. Solo da adulti compresero i fatti, quando ormai la madre stanca e sfinita si annullò in uno di quei mali che le annientarono la personalità, come del resto si svolse la sua vita, nel dolore della malattia dell’odio senza esistere, solo resistere. E così ancora il male ebbe la meglio. 
Questa è una storia di dolore senza riscatto che vorrebbe ricordare le vittime della violenza di genere, in un sud della prima metà del novecento, dove l’unica difesa e il lieto fine furono la fine. Oggi nulla è cambiato, in ogni dove le donne vengono ancora massacrate, la speranza di una svolta è solo nella forza di continuare a contrastare gli stereotipi di genere, fino dalla primissima infanzia, futura società, attraverso il gioco, l’espressione verbale pensata, i libri a tema, la letteratura e lo studio della storia di quest’ultima e di quanto abbia potuto condizionare i rapporti di genere. In questo modo si inizierà a spezzare la catena di quei modelli discriminatori che da sempre stabiliscono i comportamenti da tenere sia per le donne che per gli uomini. E ancora nel coraggio della denuncia e nel credere fermamente alla sovranità di se stessa la donna può ancora salvarsi e abitare davvero la trama dei sogni di ogni piccolo e laborioso uncinetto dorato. 

*Laura Startari, Tagesmutter, fa parte del Coordinamento del Comitato Indipendente per Sant’Olcese

Scuolabus: si può fare di più!

La didattica nelle scuole frequentate dai nostri figli, il riferimento è all’Istituto comprensivo di Serra Riccò e Sant’Olcese, non deve fare i conti soltanto con bizantinismi ministeriali, strutture inadeguate e tagli al personale; sul piatto della bilancia ha il suo peso anche il trasporto scolastico. I pulmini gialli, da sempre simbolo di serenità, sicurezza e positività, con quella bella scritta in corsivo “Scuolabus” sulle fiancate, che ti fa immediatamente capire quale sia il loro prezioso carico, sono insieme croce delizia dell’organizzazione scolastica. L’inefficienza di questo servizio, erogato ad un prezzo tutt’altro che irrisorio, pesa non solo su ., chi ne usufruisce – una percentuale relativamente bassa di alunni – ma anche sui loro compagni di classe che raggiungono la scuola con altri mezzi. Chi prende il pulmino arriva un po’ dopo e al termine delle lezioni se ne va un po’ prima. Quindi la mattina le lezioni non possono iniziare finché i ragazzi dello scuolabus non sono arrivati e devono terminare prima perché non si può andare avanti o trattare argomenti importanti lasciando indietro gli alunni che tornano a casa col pulmino. Meno sono i pulmini, peggio sono gestiti e più sarà il tempo sacrificato alla didattica. È inutile girarci intorno. Le cronache locali di questi giorni e degli anni passati ci raccontano una storia di particolare inefficienza, malgrado l’eccezionale impegno profuso dagli operatori. Una storia dove mancano i mezzi, quelli che ci sono sono a volte vetusti e se si rompono ci sono problemi con le sostituzioni. Un servizio da ripensare totalmente, da riorganizzare facendo economia di scala mettendo insieme le forze di più comuni, magari gli stessi che di sono consorziati per la refezione scolastica. Un servizio che sia adeguato a quello che poco alla volta Sant’Olcese ed i comuni limitrofi stanno diventando.

Nei prossimi giorni vi proporremo di compilare un questionario segnalandoci eventuali problematiche e fornendoci i vostri preziosi suggerimenti; iniziate a pensarci su.

Io sono stato straniero 


Di Elena Viola*

 Io sono stato straniero. (E lo sono tutt’ora per qualcun altro)

Lo dice Enzo bianchi, Priore della Comunità monastica di Bose in un celebre discorso tenuto in Senato in occasione della Giornata nazionale della Memoria delle vittime dell’immigrazione. (ciò’ che è scritto nelle parentesi lo dico io).

Lo abbiamo ribadito anche ieri sera nei locali della SMS Unione di Manesseno durante una serata dedicata al tema dell’immigrazione dal titolo “ Richiedenti asilo e profughi: una realtà senza stereotipi”.

Ci hanno guidato nella riflessione le parole dell’Assessore Taddeo e dei suoi ospiti, il dottor Valle – medico volontario in operazioni di soccorso “Mare Nostrum” e i volontari delle organizzazioni CEIS, ARCI e UN’ALTRA STORIA che si occupano quotidianamente di accogliere e accompagnare nel processo di integrazione i migranti che arrivano nelle strutture d’accoglienza cittadine.

Ci hanno raccontato dei progetti che sono nati per permettere a queste persone di imparare la lingua e un mestiere spiegandoci l’importanza di far sentire l’individuo parte attiva della società civile per evitare che finisca nella rete della criminalità organizzata e ci hanno raccontato delle difficoltà a reperire alloggi dove collocare queste persone data la forte diffidenza delle comunità locali verso gli immigrati percepiti come pericolosi o portatori di malattie e disagi. Si è ragionato in termini di numeri e indubbiamente pare non percorribile la strada della ghettizzazione degli immigrati in aree concentrate per problemi in ordine alla sicurezza dei migranti stessi e per la difficoltà oggettiva a gestire un grande numero di persone con provenienze, storie e aspirazioni diverse. La soluzione migliore individuata dai volontari presenti rimane quella di collocare piccole unità di immigrati nel tessuto sociale cittadino per prevenire fenomeni di intolleranza e razzismo e favorire l’integrazione.

Mi ha particolarmente colpito l’invito a riflettere sul fatto che il fenomeno migratorio è presentato come un’emergenza migratoria quando invece si tratta di un fenomeno fisiologico, sicuramente accentuato dalla sfavorevole congiuntura attuale, però destinato a durare nel tempo. Se riflettiamo in quest’ottica capiamo quanto urgente sia velocizzare e favorire i processi di integrazione e accoglienza verso coloro che non necessariamente scappano da guerre e distruzioni ma molto più verosimilmente sono alla ricerca di un’opportunità di vita migliore. Non dimentichiamoci che noi italiani prima di essere terra di approdo per i migranti (che per inciso, scapperebbero dal suolo italico se potessero…) siamo stati terra di emigranti. Tra regioni italiane ancora prima che verso l’Europa o l’America. E quando salivamo su quei piroscafi diretti verso “La Merica”, avevamo in tasca i pochi averi e le tante speranze di chi oggi si avventura nel deserto e patisce fame e vessazioni per un pezzo di futuro. Eravamo noi i diversi, quelli che rubano il pane ai giovani, che molestano le pei figlia della comunità e spaventano i bambini, eravamo noi quelli sporchi, malati e vessati. Giusto per riflettere, oggi sono circa 150 mila gli italiani che vivono e lavorano all’estero. Volete dirmi che questi nostri conterranei non sono stranieri agli occhi degli autoctoni? Scusate ma non ci credo.

Vi lascio con una riflessione del succitato Enzo Bianchi.

“(… omissis )Da sempre è la fame che si muove verso il pane, non viceversa, e non ci sono né muri né mari che capaci di fermare chi è talmente disperato da considerare un viaggio senza speranza preferibile alla certezza di una morte atroce nella propria terra. O pensiamo che se uno avesse un’aspettativa di sopravvivenza “a casa sua” metterebbe a repentaglio la vita in un’avventura bestiale? (…omissis) ”

*Elena Viola è Capogruppo in Consiglio Comunale per il Comitato Indipendente per Sant’Olcese

I risultati del Referendum: l’analisi di Claudio Di Tursi


Di Claudio Di Tursi*

Non sono contento di come è andata con il Referendum Costituzionale. Non ritenevo il Parlamento in carica, che peraltro la Corte Costituzionale ha stabilito essere stato eletto in virtù di una legge elettorale illegittima, titolato ad apportare una modifica così massiva alla Costituzione. Non mi è piaciuto il clima in cui si è svolto il confronto tra gli opposti schieramenti e non mi è piaciuto il ricatto del premier che ha legato il destino del paese, ed il suo personale, al risultato di questo referendum. Sfruttando questo appuntamento elettorale, Renzi voleva ottenere quella legittimazione a governare che non aveva potuto ottenere passando attraverso le urne; ma, soprattutto, voleva avere ragione dei contrasti interni al suo stesso partito. Gli serviva, la consultazione del 4 dicembre, per tappare la bocca per sempre ai rottamati D’Alema e Bersani, agli eternamente non allineati come Cuperlo e Fassina. Il verdetto, arrivato neanche un’ora dopo la chiusura dei seggi, è stato inequivocabile: Renzi ha fallito. E di questo fallimento, di questo dramma, bene ha fatto ad assumersi tutte le responsabilità. E non si è trattato solo di cavalleria e buon gusto: è stata davvero tutta colpa sua.

Incurante degli effetti che la cosa avrebbe potuto sortire, alla vigilia del referendum sulle trivelle ha consigliato agli elettori di non recarsi a votare e dopo essere riuscito nell’intento di far saltare il quorum ha deriso chi si era espresso per il Sì attirandosi l’ira di quattordici milioni di elettori che se la sono legata al dito. Nella faccenda di Banca Etruria non ha preso le distanze dalla più che coinvolta Maria Elena Boschi ed ha lasciato che la sua vicenda gettasse ombre sul progetto di riforma costituzionale.  Nei  mesi precedenti al voto ha fatto sfoggio della sua proverbiale antipatia e supponenza inimicandosi intere categorie e popolazioni tranne i suoi conterranei che, giovando dei benefici che derivano dall’aver instaurato Renzi quella che ieri sul Corriere della Sera è stata definita da Ernesto Galli Della Loggia una “consorteria toscana” -non è quasi esistita nomina a soggetti che non venissero da quelle latitudini- lo hanno premiato nell’urna.

Ma quello che più mi ha infastidito è stato non avere potuto votare Si; perché ad una riforma migliore io il mio Sì l’avrei dato. Nonostante tutto, nonostante Renzi. Abbiamo un dannato bisogno di riforme, di abolizione di passaggi, poltrone ed enti inutili, ma così com’è stata confezionata la proposta di riforma era irricevibile.

Non solo non si sarebbe abolito il Senato, ma non si è capito come sarebbero stati eletti i senatori. Non si sarebbe eliminato il quorum per il referendum, mentre si sarebbero aumentate le firme necessarie per proporre leggi di iniziativa popolare. Non sarebbe stato abrogato l’articolo del pareggio di bilancio in costituzione che ci ha regalato quel simpaticone di Monti, non si sarebbero toccati alcuni privilegi assurdi delle regioni a statuto speciale. In mezzo a tanti pasticci, però, c’era qualcosa di buono, come l’abolizione del CNEL, la revisione del Titolo Quinto con il conseguente ridimensionamento dei poteri alle regioni; e non avere potuto votare si o no ai singoli punti è stato il danno che si è aggiunto alla beffa di avere costretto un paese a rinnegare la propria voglia di riformare lo Stato. E questo ha avuto ed avrà effetti devastanti.

*Claudio Di Tursi fa parte del Coordinamento del Comitato Indipendente per Sant’Olcese

Anche tu puoi vedere pubblicata la tua analisi del voto al referendum. Inviaci i tuoi pensieri utilizzando il modulo di contatto. (Clicca qui.)

I risultati del referendum: l’analisi di Flavio Poggi


Di Flavio Poggi*

In questo Day After del Referendum faccio outing: ho votato Sì. Sebbene non sia certamente un Renziano, sebbene sia da sempre convinto che la proposta di riforma che gli italiani hanno appena respinta fosse pasticciata e mal scritta, sebbene sia dell’idea che la riforma della Costituzione su aspetti così tecnici come il funzionamento della nostra democrazia e le deleghe delle competenze non debba essere decisa dalla gente ma da Costituzionalisti di chiara fama, tutto ciò nonostante alla fine ho votato Sì.

Ho votato Sì perchè alla fin fine condivido i due punti cardine di questa proposta di riforma: la necessità di superare il bicameralismo perfetto e l’urgenza di far tornare allo Stato alcune importati competenze inopinatamente delegate alle regioni.

Certo, avrei preferito una riforma meno raffazzonata, meno confusa. Avrei preferito che prima di cambiare la Carta venisse cambiata questa demenziale legge elettorale. Ma siamo in Italia e il buonsenso non ci appartiene.

Il mio Sì non era una scelta di campo, ma una decisione sofferta e poco convinta. Ho scelto quello che ho ritenuto il male minore per il Paese pur essendo abbastanza convinto da parecchio tempo che la vittoria del No sarebbe stata netta; dopotutto, il Sì era sostenuto dai soli Renziani.

Ha vinto il No. E ora? Francamente non credo alle tesi catastrofiste e credo che al nostro livello di comuni cittadini cambierà ben poco…almeno lo spero…

Piuttosto, spero che prima di mandarci alle urne a scegliere il prossimo governo le forze politiche si mettano una mano sulla coscienza e varino una nuova legge elettorale che ci consenta finalmente di avere la prospettiva di governi stabili.

Spero anche che la bocciatura di questa riforma non sia la pietra tombale sul restyling di una Costituzione che, comunque, beneficerebbe di qualche ritocco.

Lo spero, ma onestamente non lo credo…altrimenti non avrei votato Sì…

*Flavio Poggi è Consigliere Comunale per il Comitato Indipendente per Sant’Olcese

Anche tu puoi vedere pubblicata la tua analisi del voto al referendum. Inviaci i tuoi pensieri utilizzando il modulo di contatto. (Clicca qui.)