ULTIMA PUNTATA – IL PIANETA E’ AL COLLASSO: PREPARIAMOCI…

ultimapuntatadi Flavio Poggi*

Dopo aver saccheggiato in lungo e in largo il libro “Prepariamoci” di Luca Mercalli, siamo arrivati alla fine. Ad ogni buon conto, a questo punto, mi sento in dovere di consigliare l’acquisto del libro a tutti coloro che hanno trovato questa rubrica interessante, perché contiene moltissime pagine e riflessioni di grande interesse, che io non ho ripreso. Chiudo questo spazio, che ha cadenzato le settimane di questo blog per parecchi mesi, con le parole dell’Autore del libro, che condivido profondamente:

Io mi auguro che per una volta nella storia saremo capaci di utilizzare lo straordinario potenziale di conoscenza acquisito in millenni di avventura umana per decidere almeno in parte il corso del nostro futuro. Poiché esso è anche determinato dalle nostre scelte di oggi: «Le passé répond de l’avenir» sta scritto per mano di Vauban sulla cittadella fortificata di Briançon. […] Guardiamo dunque in faccia il precipizio e costruiamo il sentiero per discenderlo, consci che l’imprevedibilità dei dettagli che il futuro ci riserverà chiederà sacrifici, ma offrirà pure nuove opportunità, e forse più felicità. L’importante è non precipitare. […] Svegliatevi e prepariamoci. (L. Mercalli)

Vi invito, infine, ad ascoltare con il cuore il discorso che Severn Cullis-Suzuki, una bimba canadese di 12 anni, fece al convegno delle Nazioni Unite di Rio de Janeiro del 1992. Non lo commento, perché si commenta da solo. Oggi, dopo 23 anni, nulla è cambiato, se non in peggio.

*Flavio Poggi , Geologo, è Consigliere Comunale per il Comitato Indipendente per Sant’Olcese 

 

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16a PUNTATA – IL PIANETA E’ AL COLLASSO: PREPARIAMOCI…

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Di Flavio Poggi*
Questa settimana diamo spazio a un tema che sicuramente non è fra i più discussi quando si parla di ambiente e cambiamenti climatici. Si potrebbe anche ritenerlo secondario. Forse molti penseranno che si vuole radicalizzare troppo il concetto e che pare eccessivo fustigare i costumi della nostra società finanche su questi aspetti, in fondo innocui. Ma anche questo è un importante segnale di una tendenza deviata alla quale ci ha condotto il nostro sistema di sviluppo. Oggi parliamo di moda e pubblicità. Buona lettura!
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15a PUNTATA – IL PIANETA E’ AL COLLASSO: PREPARIAMOCI…

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di Flavio Poggi*
Può, nel ventaglio dei comportamenti sostenibili alternativi a quelli comunemente adottati dalla gran parte della popolazione delle società occidentali, mancare quello inerente la mobilità? Certamente no! Visto anche l’impatto che gli spostamenti, per lavoro, per diletto o per esigenze della nostra ormai abituale quotidianità, hanno sia sul tempo che ci sottraggono, sia sul portafoglio sia, infine, sulle emissioni inquinanti che determinano. Sentiamo cosa ne dice Luca Mercalli Buona lettura!

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13a PUNTATA – IL PIANETA E’ AL COLLASSO: PREPARIAMOCI…

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Di Flavio Poggi*
Eccoci, nuova puntata dopo le festività natalizie. Torniamo al nostro Piano B. E, ovviamente, in un Piano B che si rispetti non può mancare il capitolo relativo ai rifiuti. Di questi tempi, poi, è un tema di grandissima attualità. Inoltre, sulle pagine di questo blog e nel DNA di questo gruppo di persone, il Comitato Indipendente per Sant’Olcese, questo è uno dei temi più sentiti e ricorrenti. Ma sentite cosa ne dice Luca Mercalli. Buona lettura!

Io e i rifiuti:
Di rifiuti oggi ne facciamo troppi: ben 540 kg l’anno per persona, circa 1,5 kg al giorno. Trentadue milioni di tonnellate all’anno per tutti gli italiani.
[…] Oggi è un vanto essere promossi “consumatori”! Usa e getta, usa e getta, sempre più in fretta! Mi da molto fastidio buttare via qualcosa, quindi cerco di evitare il più possibile la produzione di rifiuti all’origine. Quelle poche volte che entro in un supermercato, cerco di acquistare prodotti con poco imballaggio, ad alta concentrazione di materia utile: ad esempio una confezione di fagioli secchi è meglio di una scatoletta di fagioli già pronti, dove compri prevalentemente acqua (e, a parità di peso, l’incidenza dell’imballo è decisamente più alta. n.d.r.). Evito i poliaccoppiati di materiali diversi, tipo il tetrapak (del quale si può riciclare solo la parte cellulosica, quindi con molto scarto e con l’impiego di molta energia), o i temibili alimenti precotti in buste di alluminio plastificato stampato con attraenti figure colorate. Evito l’acquisto di acqua minerale in bottiglia, che oltre al polietilene tereftalato da avviare poi al riciclo o peggio all’incenerimento, ha viaggiato per migliaia di chilometri, emettendo gas serra per puro capriccio! Scelgo detersivi in flaconi ricaricabili e il latte alla spina con bottiglia di vetro riutilizzata. Vado a fare la spesa con sporte di tela e respingo quasi sempre il sacchetto di plastica: ne consumiamo solo in Italia circa 20 miliardi all’anno, cioè quasi uno al giorno per persona, e gran parte finisce sui bordi strada, impigliata nei rovi, nei canali, in mare. […]
Ovviamente questo non vuol dire che non produca rifiuti, diciamo che cerco sempre di interrogarmi ad ogni acquisto se ne potrei fare di meno. E in linea di massima posso stimare in circa 100 kg il risparmio annuo rispetto ai 540 kg medi. Ciò che resta lo differenzio in modo scientifico e quasi ossessivo. […]
Mi impegno inoltre a premere affinché i progettisti utilizzino sempre più l’ecodesign, in modo da concepire oggetti sempre più sobri e meno complessi da riciclare. In fatti non è giusto che tutte le responsabilità cadano sull’utente finale: tale e tanta è la confusione che regna oggi che ci vuole una laurea in ingegneria dei materiali per differenziare in modo opportuno! Questo è un tipico dominio della politica: emettere norme che costringano i produttori ad evitare il rifiuto all’origine. Un esempio è la cialda in plastica del caffè, che si è diffusa di recente anche per uso domestico sostituendo la moka. Il risultato è un nuovo terribile rifiuto, un miliardo di pezzi all’anno di materiale organico (il fondo del caffè, che finiva prima nell’umido o a concimare i vasi dei fiori) intrappolato ora dentro a una capsula di plastica o alluminio.
In attesa che le leggi pongano opportuni divieti, io semplicemente NON LE COMPRO.
L’obiettivo rifiuti zero è ancora lontano e richiede un grande impegno dei singoli e delle istituzioni, ma se ci crediamo il cammino sarà più spedito, come dimostra l’impegno del Comune di Capannori vicino a Lucca. Gli inceneritori sovvenzionati occultamente da noi cittadini non sono certo la soluzione, e i giochi semantici che li fanno sembrare buoni se “termovalorizzano” sono prese per i fondelli.

COMMENTO: certo questo è un momento particolare per affrontare un argomento di questo tipo. Alzi la mano chi, con le festività natalizie, non aumenta smodatamente la produzione di rifiuti! Credo di poter dire di vivere in una famiglia che rispetta da sempre in maniera meticolosa tutte le indicazioni riportate da Mercalli nel suo testo, eppure anche noi, in questi giorni, con una bimba di nove anni, ci ritroviamo ad accumulare montagne di rifiuti. Imballaggi dei regali, essenzialmente. Cibo non ne sprechiamo mai, Natale o meno. Questa è una questione di etica che va ben al di là della problematica dello smaltimento dei rifiuti. Il cibo non va mai gettato via. Non è una questione di avarizia ma di rispetto verso i milioni di esseri umani che soffrono la fame, verso il Pianeta del quale siamo ospiti che generosamente ci sostiene, verso le generazioni future.
Ma, tornando agli imballaggi, non si può non consentire a Babbo Natale di portare i doni richiesti nella letterina dalla bimba perché hanno troppo imballo…E neppure si può evitare di avvolgere i pacchi in metri quadri di carta colorata che viene strappata e accartocciata in 10 secondi netti la mattina del 25 dicembre…però che rabbia vedere quelle bamboline di plasticaccia irriciclabile inscatolate in voluminosissimi imballi di carta, plastica e chi più ne ha più ne metta, tutti incollati e piegati insieme in modo da renderne difficilissima la separazione per la raccolta differenziata…se poi penso che questi orridi oggetti sono prodotti dal presidente della mia squadra del cuore mi viene una tristezza…Ad ogni modo, anche stavolta, come tutti gli anni, ce l’abbiamo messa tutta per differenziare il differenziabile…certo, se ci fossero, come auspica Mercalli, leggi che impongono ai produttori di ridurre gli imballi all’origine, sarebbe tutto più facile.
Per il resto, visto che gran parte del peso dei rifiuti prodotti è costituita dal cosiddetto “umido”, cioè dagli scarti di cucina, in particolare vegetali, in un Comune di campagna come Sant’Olcese è abbastanza facile abbatterne in maniera considerevole la produzione separandolo e gettandolo nella compostiera o nel tradizionale cumulo dove formerà nel giro di pochi mesi ottimo terriccio che potrà essere utilizzato nell’orto o nel giardino…questo almeno per la considerevole parte di popolazione che non vive in condominio…ricordate che chi fa il compostaggio domestico beneficia anche di un piccolo sconto sulla tassa sui rifiuti! A proposito, mi permetto di sfruttare questa pagina per un appello: troppe volte mi capita di vedere resti di sfalcio nei bidoni verdi dei rifiuti indifferenziati nelle zone dell’alta valle, in aperta campagna. Se qualcuno che legge queste righe a volte lo ha fatto, lo invito, lo sprono, lo sollecito a non farlo MAI PIU’! Se non sapete dove mettere la potatura della siepe o l’erba del giardino, piuttosto chiedete a un vicino. Arrivo a dirvi che preferirei che li gettaste in una scarpata piuttosto che nel cassonetto dell’immondizia! Così come nel bidone verde invito tutti a non gettare oggetti elettronici (TV, cellulari, lettori DVD, stereo, ecc.) né lampadine bruciate, soprattutto se a basso consumo o a LED, che vanno portati all’isola ecologica. Sebbene più raramente, eppure mi è capitato di trovare nel cassonetto anche pneumatici e pile. Spero non occorra dire che si tratta di materiale fortemente inquinante che DEVE essere smaltito in maniera opportuna, presso gli appositi centri di raccolta, così come i medicinali scaduti e gli oli esausti (sia alimentari che minerali). Chi sversa olio esausto in un tombino o nel terreno compie un atto gravissimo e determina un inquinamento estremamente nocivo delle falde acquifere e dei terreni.
Infine, una parole sull’ultima battaglia sulla riduzione dei rifiuti che abbiamo intrapreso con la mia famiglia: l’eliminazione del tetrapak. Da qualche mese a questa parte non acquistiamo più prodotti conservati nel tetrapak. Vero è che, dati i fortissimi interessi economici in gioco, le multinazionali che producono questi materiali stanno fortemente foraggiando l’industria del riciclo affinché si doti di sistemi che ne garantiscano il recupero. Infatti, da qualche anno a questa parte il tetrapak viene raccolto con la carta. E’ opportuno ricordare che il tetrapak è un materiale poliaccoppiato, cioè costituito dall’accoppiamento di molti materiali, carta, plastica e alluminio. Va da sé che per recuperarlo occorra fare una fatica ben maggiore (cioè usare molta energia) rispetto a quella richiesta per recuperare un materiale “semplice”. Quindi, la domanda è semplice: se può essere sostituito con altri materiali, perché non farlo? Ovviamente, la risposta sta esclusivamente nella finanza. L’economia, ormai, genera e alimenta moltissime di queste assurdità, dal tetrapak all’acqua in bottiglia alle confezioni monodose di centinaia di prodotti, per le quali si paga più l’imballo del prodotto stesso, fino alla follia del caffè in cialde. Nell’abolizione del tetrapak, l’alimento che ci crea maggiori problemi è il latte: è difficile conciliare il no a queste confezioni con la ricerca di un prodotto di qualità, possibilmente biologico. Al momento, stiamo provando a consumare solo latte crudo, quello alla spina, per capirci. E’ un prodotto freschissimo, con le migliori caratteristiche nutrizionali, senza nessun trattamento, a chilometro zero ed ha un sapore buonissimo. Certo, è decisamente meno comodo e pratico del latte UHT o microfiltrato, del quale si può fare scorta senza temere che vada a male….però, da quando usiamo solo latte crudo, la quantità di carta che conferiamo alla raccolta differenziata è diminuita in maniera molto consistente. E la soddisfazione di bere latte di mucche allevate da aziende dei dintorni, unitamente alla diminuita produzione di rifiuti, ci ripaga ampiamente del disagio.
*Flavio Poggi, geologo, fa parte del Coordinamento Indipendente per Sant’Olcese

12a PUNTATA – IL PIANETA E’ AL COLLASSO: PREPARIAMOCI…

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di Flavio Poggi
Torniamo alle “Cose da sapere” con uno sguardo a un modello economico diverso da quello liberistico basato sulla globalizzazione: parliamo di autarchia. Buona lettura!

Autarchia verde: “Confesso che in gioventù sono stato affascinato dal mitico “Libro dell’autosufficienza” di John Seymour […]. Con questo non voglio dire che il mio progetto sia di vivere isolato in una fattoria coltivando grano, allevando vacche e maiali, facendomi la birra e il formaggio. Ci sono gradi diversi di autosufficienza. Il bello è fare ciò che è possibile e ciò che piace e condividere con la cellula sociale locale ciò che non si è in grado di fare da sé. E non pensare passatista, ma evoluzionista. Non voglio tornare al medioevo! Voglio andare avanti. I pannelli solari, il computer i internet hanno bisogno di una struttura tecnologica e industriale che li supporti. […] L’esperimento dell’autosufficienza di un popolo è già stato fatto molte volte nella storia. In Italia il più noto è l’Autarchia del Ventennio fascista. […]
Depurata quell’esperienza dalla deplorevole impronta ideologica e bellica, resta lo sforzo di un popolo per estrarre il massimo dalle sue magre risorse energetiche, minerarie e agricole. I migliori scienziati escogitarono soluzioni tecnologiche d’avanguardia […], furono create istituzioni intelligenti […], furono stampati manuali, promossi convegni, diffuse conferenze radiofoniche che illustravano nuove tecnologie e incitavano a “non buttar via nulla, nemmeno il resto dei resti, il rifiuto dei rifiuti”. Ebbene tutto ciò che di buono e saggio c’era in questa esperienza è stato erroneamente buttato via insieme all’odiosa politica autoritaria e sepolto in fretta dall’inondazione di petrolio del Piano Marshall e dal consumismo acritico […].
L’esperimento autarchico mette in luce tuttavia una inquietante fragilità: allora l’Italia aveva 42 milioni di abitanti che riuscivano a nutrirsi in modo appena sufficiente […] e mancavano di molti altri prodotti ai quali rinunciavano stoicamente (da quelli più utili, come metalli e combustibili, a quelli più voluttuari,come il caffè e la cioccolata, sostituiti dagli antipatici “surrogati”). Come potrebbe oggi l’Italia autosostenersi con 60 milioni di abitanti e una bella fetta di suolo agrario sottratta dalla cementificazione? Non potrebbe.
[…] un’autarchia va oggi praticata perché abitiamo tutti in un’unica “nazione”, il pianeta Terra, i cui confini sono chiusi:possiamo trarre quello che ci occorre soltanto dal suo interno e la “nazione planetaria” soffre degli stessi limiti che affliggevano i paesi in guerra nel XX secolo. Contare sulle proprie forze, fare di più con meno, non sono capricci, ma linee della politica economica da adottare nel XXI secolo.”

COMMENTO: confesso che provare a guardare con occhio, non dico positivo, ma almeno neutro un’esperienza tragica come quella del fascismo in Italia, ancorché solo per qualche specifico aspetto, non è cosa che mi riesca facile. Sapendo, inoltre, che quella Autarchia è stata un’esperienza obbligata, causata dalle scelte politiche di un dittatore, che ha affamato il suo popolo, è difficile guardarla per gli aspetti positivi… tuttavia, al lato pratico, le conseguenze su di noi di una eventuale crisi economica causata dall’aver portato alle estreme conseguenze i fattori forzanti del nostro modello socio-economico, descritti nella nona puntata di questa rubrica, potrebbero essere non molto diversi da quelli sperimentati dai nostri nonni nel Ventennio. Con la differenza che i nostri nonni provenivano da un tenore di vita di gran lunga inferiore al nostro e certamente si adattarono con meno fatica alle privazioni imposte dalla scellerata politica fascista. Naturalmente possiamo sempre sperare che questi scenari tragici siano irrealistici e che la nostra società sia in grado di cambiare il proprio modello economico in maniera progressiva senza che si debbano mai verificare collassi improvvisi e devastanti. Ma, come si dice a Genova, “maniman”…meglio iniziare spontaneamente e serenamente ad adottare comportamenti più autarchici e meno consumistici. In questo modo adotteremmo fin da subito una “politica economica individuale” indubbiamente più sostenibile per la nazione planetaria e, dopotutto, dove sta scritto che la felicità stia sempre e solo nell’acquistare più possibile, consumare più possibile, sprecare più possibile e poi gettare via con noncuranza?
*Flavio Poggi, geologo, è consigliere comunale per il Comitato Indipendente per Sant’Olcese

L’orto di Flavio -11° numero della rubrica “il pianeta è al collasso: prepariamoci!”

ORTO2di Flavio Poggi*

Con questa puntata completiamo la panoramica e le riflessioni sul valore dell’orto. Buona lettura!

Le stagioni e le colture: “Marzo: è il momento di maggior impegno. Si devono rivoltare le aiuole […] eventualmente aggiungendo un po’ di buon letame come fertilizzante naturale, oppure il compost ottenuto dai rifiuti organici. Poi via alle semine: in campo per le verdure più resistenti (piselli, aglio, cipolle, rapanelli), in casa nei vasetti per tutte le altre […].

Verso fine Aprile le piantine sono pronte: […] possiamo trapiantarle in piena terra […]. I primi raccolti li avremo dai piselli: chi è abituato a quelli surgelati del supermercato non crederà alle proprie papille la prima volta che assaggerà quelli del proprio orto […].

A Maggio si prosegue con le semine e i trapianti: melanzane e peperoni vanno in pèiena terra, si seminano gli zucchini, i fagiolini, i fagioli, le carote, le bietole, e via così […]

Giugno trascorre spiando i pomodori […]. Intanto si mangia già dell’orto, ma solo del “verde” […].

Finalmente, da metà Luglio i pomodori cominciano ad essere pronti. […]

Agosto e Settembre sono i mesi d’oro per l’orto, la produzione è al massimo. Non si riesce a star dietro, a mangiare tutto, quindi diventa d’obbligo provvedere alle provviste per l’inverno. I primi anni usavamo molto il congelatore: poi abbiamo rispolverato le ricette delle mamme e via con le conserve, con le giardiniere, le melanzane sott’olio […]. Se l’estate è calda e secca, il lavoro più inteso richiesto dall’orto è l’irrigazione, per la quale attingiamo all’acqua potabile, bensì alla cisterna di raccolta dell’acqua piovana.

Già ad Agosto si deve pensare all’orto invernale. […] Quindi si trapiantano i porri, lentissimi nella crescita, i cavoli, delicati e appetitosi, purtroppo anche per lumache e bruchi, e i finocchi. […] Tra Settembre e Ottobre si seminano gli spinaci e la valeriana […].

Quando la temperatura scende [..], fine dell’orto estivo. Si sbaracca, via le canne, […] si puliscono le aiuole e si preparano per la ripresa primaverile. Si mangia ancora, beninteso: finocchi, lattughe, spinaci, cavolfiori, porri, […].

A Gennaio l’orto è rappreso dal gelo […].

Con il sole di Marzo saremo contenti di aver pensato in anticipo, mangiando un bel piatto di valerianella con l’uovo sodo. Infatti, questo è il periodo dell’anno in cui l’orto produce di meno […]. Ma per fortuna la dispensa è ancora piena di conserva di pomodoro e giardiniera. […]

E qui riprende il ciclo dell’anno agrario, sempre uguale e sempre diverso. Ogni anno il clima è differente […] e questo influenza la riuscita delle coltivazioni. I parassiti: ci sono, ma se il terreno è stato ben concimato con abbondante letame e materiale organico, i danni non sono mai eccessivi. Si calcola che le perdite per i parassiti ammontino in media a circa il 30% della produzione, spesso anche meno. Vale la pena sterminarli con la chimica? No certamente, la chimica di sintesi nuoce ai sistemi viventi, alla biosfera e anche a noi. Se si devono coltivare delle verdure sottoponendole ai trattamenti chimici, tanto vale comprare quelle prodotte industrialmente e risparmiarsi il disturbo.

[…] dalla cucina all’orto ci sono solo dieci metri e i suggerimenti per il menù te li da lui. Si cucina e si mangia quello che le stagioni propongono, evitando tanti inutili viaggi al supermercato nonché la tentazione di acquistare i pomodori a gennaio e i porri a luglio. […]

Saper coltivare un orto e possederne uno è come avere un’assicurazione sulla vita.”

 

COMMENTO: riportando questo passaggio del libro non era certo mia intenzione di fornirvi un breviario di orticoltura. Coloro i quali hanno già un orto noteranno alcuni “errori” nel testo. In particolare, le stagioni delle colture sono “sbagliate” per noi. Ma questo dipende dal fatto che Mercalli vive e coltiva in Val di Susa, dove fa decisamente più freddo che non qui da noi. Inoltre, mancano i riferimenti a colture essenziali per un genovese, quali le fave e il basilico, e non ci sono le patate. Ma per queste ultime occorre un orto ben più esteso dei 100 metri quadri dell’Autore del libro, mentre per quanto riguarda le colture tradizionali, il bello dell’orto è anche quello che esistono centinaia di diverse varietà di ogni verdura: pensiamo ai cavoli, ad esempio. Ci sono un’infinità di tipi diversi di broccoli: i calabresi, quelli di Albenga, le broccolate…lo stesso dicasi per i cavoli neri, quelli di cui si mangiano le foglie: i lavagnini, le orecchie d’asino…e così via, pressochè per ogni verdura.

orto_urbano1Posso assicurare per esperienza personale che un orto ben curato, in effetti, assicura rifornimenti di cibo sano e saporito anche per la stagione invernale. Certo, occorre rispettare scrupolosamente i tempi delle colture e sacrificare più di un week end di bel tempo a preparare il terreno e seminare le varie piante al momento giusto. A volte basta un momento di pigrizia e un week end di bel tempo dedicato al relax e ci si gioca la possibilità di avviare una coltura. Quest’anno, ad esempio, con mio papà abbiamo lasciato trascorrere un paio di settimane fra fine settembre e i primi di ottobre, quando avremmo dovuto preparare il terreno per i piselli, poi ha iniziato a piovere a dirotto e ora il terreno è così fradicio da rendere impraticabile per chissà quanto l’aratura…e ti saluto piselli!

Io uso ancora per lo più il congelatore per conservare le verdure: non siamo molto avvezzi a consumare conserve sott’olio, mentre d’inverno cuciniamo spesso zuppe e minestre di verdura…

Infine, per quanto riguarda i veleni chimici contro i parassiti, il ragionamento di Mercalli mi trova del tutto d’accordo: mi capita spesso di vedere persone che usano moltissimi pesticidi nel loro orto. Certo, poi raccolgono verdure o frutti bellissimi e immacolati: non una foglia rosicchiata dalle lumache, non una mela bacata o una ciliegia con l’ospite! Ma, davvero, a quel punto è meglio acquistare i prodotti al supermercato. Magari saranno meno saporiti, ma sicuramente sono più controllati e non dovrebbero contenere dosi eccessivamente nocive di sostanze chimiche…quelli dell’orto, chi lo sa? Francamente preferisco eliminare le foglie mangiate dalle lumache, gettare via qualche chilo di ciliegie o scartare la parte bacata delle mele, ma mangiare serenamente anche la buccia. Nell’orto noi usiamo solo zolfo e “poltiglia bordolese” (calcio e solfato di rame), detta anche verderame, e solfato di ferro. Per la frutta stiamo sperimentando diverse trappole biologiche…purtroppo, al momento, con risultati non esaltanti, devo ammettere…ma forse anche in parte per la nostra imperfetta tempestività nel predisporle.

*Flavio Poggi, Geologo, è Consigliere Comunale per  il Comitato Indipendente per Sant’Olcese

10° PUNTATA – IL PIANETA E’ AL COLLASSO! PREPARIAMOCI…

E siamo giunti alla decima puntata di questa rubrica. Nonostante questo, però, il libro di “Prepariamoci” di Luca Mercalli (Edizioni Chiarelettere) offre ancora parecchi spunti da proporvi, quindi mi dovrete sopportare ancora per un po’.
Oggi è una puntata speciale. Un argomento che mi sta molto a cuore, al quale dedicherò anche la puntata prossima. Buona lettura!

Il mio orto: “Nella primavera del 1998 io e Sofia riuscimmo finalmente ad abbandonare lo stretto alloggio di città al settimo piano di un condominio di periferia […]. Di fianco alla vecchia casa che è divenuta la nostra dimora, c’era allora un giardino di circa 100 metri quadri, uno di quei giardini tristi e fasulli, nato probabilmente negli anni Sessanta per dimostrare che da contadini si era diventati signori: una recinzione di bacchette di ferro bicolore, aiuolette geometriche, un orribile vaso a pagoda, […], un alberello di Prunus ornamentale, un paio palme […], un campo da bocce, un finto pozzo fatto con un tubo di cemento, mancavano solo i nanetti.
Dopo aver osservato questo luogo così estraneo, prendemmo rapidamente la decisione che si sarebbe dovuto trasformare in un orto. […] Il finto pozzo fu trasformato in un contenitore per il compost. Caddero anche il Prunus e una palma, rei di occupare un’area centrale del terreno. […]
L’anno successivo ogni angolo del giardino era stato minuziosamente messo a coltura, e anche il compatto campo da bocce venne sostituito con un buon mezzo metro di terra fertile.
Sono ormai più di dieci anni che il nostro orto ci rifornisce con abbondanza e varietà di ogni verdura […].
Cento metri quadrati sono più che sufficienti a fornire da mangiare a oltre due persone per un intero anno. Non è vero che è una gran fatica (del resto c’è chi va pure in palestra, e paga per fare dell’inutile movimento fisico, che nell’orto rende ben di più!), non è vero che richiede costanti cure. Con un po’ di organizzazione e di pratica i lavori si riescono a ridurre moltissimo e spesso basta qualche ora nel week end per accudire le colture mentre negli altri giorni si raccoglie.
[…] L’orto è dunque soprattutto utile alla vostra sussistenza, alla vostra salute, ma pure fonte di gioia e bellezza. […] Cosa c’è di più bello che passeggiare d’estate fra aiuole e filari osservando le diverse verdure, alcune in fase di crescita, altre già mature, in una varietà di colori, forme, profumi veramente straordinaria? […] l’orto presenta un altro grande valore: una funzione didattica straordinaria per comprendere il funzionamento della vita sul pianeta Terra. Chi si accosta all’orto capirà il significato dei cicli biogeochimici, la necessità di ridare alla terra ciò che viene asportato, capirà la complessità delle reazioni chimiche che avvengono nel suolo e nelle piante, la straordinaria unicità della fotosintesi […]. Comprenderà poi il concetto di rinnovabilità e quello di limite, nonché il significato dell’attesa e della pazienza – ogni pianta ha i suoi tempi biologici che non si possono piegare alla logica del “tutto e subito” -, imparerà a confrontarsi con il rischio di perdere il raccolto e con la previdenza di calcolarne il giusto accumulo per l’inverno, in una parola, l’orto diventa scuola di vita per una completa assunzione di responsabilità verso il pianeta Terra, e ci aiuta anche a comprendere il significato della morte degli esseri viventi e del loro eterno ritorno. Ogni bambino dovrebbe poter frequentare un orto e, se possibile, disporne per tutta la vita. […]
Quindi se vivete in una villetta a schiera con uno stupido prato all’inglese, non indugiate, ricavate subito spazio per le verdure. Se vivete in un condominio in città non scoraggiatevi, unitevi insieme ad altri cittadini e chiedete al vostro Comune che vi assegni un’area da adibire ad orti pubblici. Ad Amsterdam ci sono zone verdi coltivate con centinaia di orti individuali, dove vengono condotti in visita i bambini delle scuole. Migliaia di bambini hanno addirittura a disposizione piccoli orti di dieci metri quadrati dove far crescere le proprie verdure e l’orticoltura fa parte dei programmi scolastici della scuola di base fin dal 1930. In Italia gli orti domestici – forse tra i più belli e vari del mondo – stanno scomparendo sempre più rimpiazzati da sciocchi giardini in stile californiano ispirati dalle telenovele, dotati di plateali olivi centenari da seimila euro espiantati in Puglia e Croazia da trafficanti di organi vegetali. Chiaro esempio della spaventosa ignoranza di un paese che, salvo nobili e recenti eccezioni, non insegna a scuola il valore dell’orto, ma anzi lo dipinge come elemento di arretratezza e lo relega a cultura residuale da pensionati nostalgici.”

COMMENTO: beh, io credo che finora, nonostante la cementificazione abbia divorato irreparabilmente svariati ettari in aree coltivate per secoli dai nostri avi, che con i prodotti di queste terre hanno cresciuto intere generazioni, ci sia ancora sufficiente spazio qui da noi sia per gli “stupidi giardini in stile californiano” sia per gli orti domestici. Ancora molti sono gli ex-coltivi (orti, vigneti o frutteti) ad oggi quasi completamente inselvatichiti ed abbandonati da decenni ed ormai invasi completamente dalla vegetazione infestante o riconquistati dal bosco. A volte cerco di immaginare come dovesse essere Sant’Olcese nella prima metà del secolo scorso…doveva essere un giardino! I racconti dei miei genitori, della leva del 1926 e 1927, mi rievocano le immagini della loro gioventù, mi riportano ad un’economia contadina di sussistenza, fatta di fatica e sacrifici, dove ogni boccone di cibo veniva da questi terreni. Ma non sono così stupido da avere una visione romantica di quella vita ed auspicare di tornarvi…spero sinceramente non ve ne sia la necessità e che il “precipizio di Olduvai” sia più lontano possibile, se non addirittura un ingiustificato timore! Spero si possa continuare più o meno tranquillamente a mantenere il nostro attuale tenore di vita per ancora molte generazioni a venire e che l’orto possa continuare ad essere un utile, piacevole anche se faticoso hobby. Tuttavia, disporre di un po’ di terreno per coltivare le proprie verdure e, perché no, anche un po’ di frutta, dal mio punto di vista è una specie di assicurazione per il futuro. Quando si stipula una polizza, lo si fa sempre sperando che non si verifichino mai le condizioni per usufruirne. Lo stesso valga per l’orto. Intanto mi attrezzo con un po’ di terreno di proprietà ed acquisendo le attrezzature e soprattutto esperienza e conoscenze necessarie a far crescere un bell’orto rigoglioso e produttivo, e poi spero che le mie verdure siano sempre solo una specie di saporito e salutare modo di integrare i pasti della mia famiglia…e anche per rendere più gradevole il paesaggio attorno alla mia abitazione: volete mettere l’aspetto di un bel terreno curato con verdure che crescono e alberi da frutto in fiore con un roveto (çeexa) o una boscaglia di robinie e vitalba (cacce e streppuin)!. Se le cose, invece, dovessero mettersi davvero male, se non altro potrò disporre di un piccolissimo appiglio al quale attaccarmi per non precipitare rovinosamente. Dal mio punto di vista, però, 100 metri quadri sono un po’ pochini…per un orto come si deve ce ne vogliono almeno 500!

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